“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 26 Febbraio 2013 13:28

“Cos’è? Non è niente. È per migliorare”.

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Premessa. Sono una donna. Non sono mai giunta a comprendere la ratio e la dinamica del fuorigioco. Affronto quasi con ansia da prestazione uno spettacolo sul calcio, sul doping nel calcio. Entriamo. Fabio e Damien sono già in scena. Riscaldamento durante la presentazione. Il teatro apparecchia sé stesso e comincia a riscaldare anche noi, pubblico eterogeneo, più o meno francofono e francofilo. Colori fosforescenti nel buio. Si sente un battito pulsante, come un battito cardiaco. Poi comincia ed è una lunga cavalcata. Saltiamo in groppa allo spettacolo e ne scendiamo solo alla fine. Abbiano attraversato decenni. Abbiamo traversato una società in trasformazione. Trepidiamo, vediamo materializzarsi il mondo, il sudore, l’odore, le sensazioni collettive. Miracolo del teatro. Miracolo del suono che si fa parola, del gesto che si fa luogo e spazio e popola il mondo in una nuova creazione.

Tutto parte con un allenamento frenetico, quasi equino. Il corpo si muove in una danza impazzita, ritmica, mentre si alzano le note del sax, quasi un manichino in balìa delle note.
“C’è un problema: il piccolo non vuole camminare”. Comincia così la storia del nostro giocatore. Il pallone della zia Hélène, la sfera magica tintinnante, è lo stimolo per alzarsi in piedi e camminare, per afferrare quel piccolo mondo tutto per lui. Ma appena la sfera scompare, di nuovo per terra. E allora la soluzione è una sfera magica in ogni stanza. “Ho cominciato a camminare inseguendo un pallone e non ho mai smesso”. Poi lo stadio col padre (perché non c’erano soldi per la baby-sitter). Lo stadio è odore di sigarette, il padre che bestemmia, carte che cadono a terra. Luogo speciale dove si può fare tutto quello che è proibito a casa: bestemmiare, gridare, dire parolacce, sputare, ruttare. Al goal le note, lente, solenni, quasi a sottolineare la sacralità del momento. La scoperta dell’identità collettiva, il grido della folla che si leva all’unisono, cinquantamila voci che ti colpiscono come una sola, terrificanti, da farsela sotto. E poi il gioco. Le sfide singole e collettive. La vita per strada. Non hai voglia di rientrare, non sei mai stanco, sei tu il campione. I campi da gioco di fortuna, in strada, di ogni forma, dimensione e pendenza. Campi in cui bisogna ascoltare il gioco, sviluppare l’istinto.
“Il campo vero era un’altra cosa”. Si passa ex abrupto ad un’altra età, un’altra dimensione. Senza stacco narrativo, non necessario. Piuttosto con il necessario distacco: “In serie A cambia”. Soldi, macchine sportive, donne. Il sax incalza. Frivolo e aereo come il denaro speso. “Ti riempiono di regali e tu non paghi mai niente”. La musica incalza, come a tendere all’orgasmo. “Si scopa tutto il tempo”. C’è sempre una che ti vuole. Il ritiro bisognerebbe farlo in un monastero, allenamento, concentrazione, astinenza. Non negli hotel di lusso. Festini. Scandali, ma non troppo, la società mette tutto a tacere. Come mette a tacere le combines e gli arbitri comprati.
Ce la fa vedere la partita. Li vediamo i quattro giocatori venduti che sbagliano come si deve, senza dare nell’occhio, vediamo la delusione del goal non voluto (“Cazzo, ho segnato un goal!”), “Penso a Bergamini, che per un errore del genere è stato suicidato sull’autostrada”. Trepidiamo fino all’insperato rigore, concesso al 90° alla squadra avversaria. L’inganno è salvo. E ridiamo quando si avvicina l’arbitro “questa volta vi ho aiutato, ma non posso regalarvi un rigore ogni settimana!”.
Quello che si vede allo stadio o in televisione non è esattamente quello che succede sul terreno. È come il poker. Si bluffa. Si falsificano le carte di identità dei bambini africani. Siamo passati ad un nuovo quadro. Selvatico e felino nel duetto col sax. Nulla è didascalico. Nulla banalmente ideologico e descrittivo. Tutto è suggerito, tutto è già dentro di noi. Anche se chiudiamo gli occhi. Continuiamo a illuderci che è un gioco, uno sport. Ma dietro, come sulla schiena di Fabio, il baffo della Nike ricorda cosa c’è davvero, cosa muove davvero quella sfera magica.
Siamo intanto giunti alle punture. Nello spogliatoio. Il massaggiatore. “Cos’è? Non è niente. È per migliorare”. Si sente un gigante. Gli altri sono delle formiche che può schiacciare.
Il ritmo della narrazione si fa sempre più rapido e divertente, in una allucinata fiera e danza delle pillole, degli integratori, decongestionanti, miorilassanti, anabolizzanti, anticoagulanti, antidepressivi. Un fantastico cocktail. Tutti gli ingredienti per giungere da campioni alla squadra vincente: SLA SLA SLA SLA...
Sclerosi Laterale Amiotrofica. Una brutta malattia. Una malattia degenerante progressiva. Non sapevo altro. Non sapevo quanto fosse legata al doping. Non sapevo quanti calciatori dopati ne sono morti o se ne sono ammalati dagli anni ’80. Non se ne parla. Mai. Se ne parla di doping, ma sempre e solo dal punto di vista giudiziario. Non si parla mai di quello che succede a chi si dopa. Forse perché siamo una società dopata e malata di eccellenza della performance.
Fabio e Damien ce lo fanno vedere, ce lo fanno sentire. La progressiva mancanza di controllo sul corpo. La voce che si impasta, i movimenti che diventano lenti, fino a quando ti svegli una mattina e non ti puoi muovere, “Tutto diventa immobile, tranne gli occhi”, che contemplano lucidamente ciò che accade al corpo, finché un giorno i polmoni non smettono di funzionare. E si muore. Di nuovo il battito del cuore. Tutto inizia e finisce col battito del cuore.

 

 

 

Francofil Festival Théâtre, Naples 2013
Touche
di
Fabio Alessandrini e Carlo Tolazzi
compagnia Teatro di Fabio
con Fabio Alessandrini e Damien Hennicker (sax)
colpo d’occhio Christophe Lemaitre
lingua Francese
durata 70’
Napoli, Institut français Napoli/Salle Dumas, 25 febbraio 2013
in scena 25 febbraio 2013 (data unica)

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