“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Mercoledì, 14 Ottobre 2015 00:00

Inaspettato amore

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Allo spettacolo di Benedetto Sicca − tratto dal romanzo La morte della bellezza di Giuseppe Patroni Griffi − ho vinto ad un gioco. Mentre scrivo ho messo il mio premio sulla scrivania, insieme alla pagina del libro che ci hanno regalato all’ingresso. A me è capitata la 144. È la prima volta che torno da uno spettacolo portando a casa qualcosa di fisico, di un materiale che non sia la carta. Potrei dire di quale materiale il mio premio è fatto ma voglio credere alla storia che ho sentito e tenere il segreto perché mi ci sono affezionata. Intanto torno a ripensare a quello che è successo a teatro e provo a raccontarvelo.

Sembra che stia aspettando qualcuno o qualcosa. Ma chi? Che cosa? Quel ragazzo in biancheria intima che è sul palco, impaziente. Si dondola, si gratta, solleva le dita dei piedi. Attende che la sala si riempia, certo, che ognuno abbia preso il proprio posto e le luci si spengano. Poi ci accorgiamo che, nella scena semibuia e nera, il ragazzo aspettava un uomo. Arriva da una quinta, in biancheria intima anche lui. I due si incontrano per un secondo e poi incontrano noi. Ci parlano dello spettacolo e del libro, di Napoli e dell’amore, del sesso e dei rapporti di coppia. Non si sono ancora vestiti dei panni dei personaggi, Eugenio e Lilandt, e non indossano più i loro abiti quotidiani, quelli di Mauro Lamantia e Benedetto Sicca. Sono in quello spazio intermedio che permette loro di passare dall’uno all’altro, di riflettere il personaggio e di prestargli un corpo che altrimenti non avrebbe avuto. E mentre sono in quello spazio, ci spiegano che nello spettacolo siamo coinvolti tutti e ci invitano ad interromperlo gridando “ricchioni!”, nel caso certe scene non volessimo vederle. Così come il regista ha scelto di saltare molte pagine del libro, allo stesso modo noi spettatori possiamo scegliere di saltare le scene mandando avanti lo spettacolo. Succede, però, che una volta iniziato nessuno osa interromperlo.
Mauro e Benedetto aprono un cassetto sotto il palco, ne tirano fuori i vestiti di Eugenio e Lilandt e li indossano. La scena si compone evocata dalle parole. Una fila di pochi sedili che vengono fuori da un lato diventa un cinema. È lì che Eugenio e Lilandt si trovano per la prima volta, nella sala buia, nel momento di un attacco aereo improvviso. La paura di morire è forte quanto il desiderio di non essere da soli in quel momento. Si abbracciano senza conoscersi, senza vedersi. Si stringono l’uno all’altro senza parlarsi. Si baciano senza rendersi conto di essersi toccati nel profondo. Comincia da qui la loro storia d’amore, inaspettata come una di quelle bombe. Ogni personaggio narra le proprie azioni e le proprie emozioni per poi dialogare con l’altro. Eugenio è un liceale che di amore tra uomini ne ha solo sentito parlare, Lilandt un uomo maturo non interessato all’amore e felice di darsi piacere da solo. Ma a certe cose è difficile opporre resistenza, sapete quando una persona vi si ficca nel cervello? Benedetto prova a spiegarcelo, ad analizzare quello che succede quando ci si innamora. Tornare in quello spazio in cui Benedetto non è più Lilandt permette agli attori di coinvolgere il pubblico parlandogli in maniera diretta, ponendogli delle domande, proponendo il gioco, chiedendogli di aspettare in silenzio per qualche minuto la persona amata. Trovano il loro posto in questo spazio le parole di Patroni Griffi narratore non di azioni individuali o di emozioni personali ma di idee universali. Le parole su quell’amore che riguarda tutti così come sulla paura che sia di vivere o di morire.
Il contatto con il libro, durante tutta la rappresentazione, non si perde mai. Esso è presente fisicamente sulla scena, tra le mani di Benedetto che ne legge una parte ed è richiamato sul fondale dove viene proiettata, nei momenti chiave, una mano che scrive. Le parole si compongono sulla carta e diventano di carne sul palcoscenico, si muovono con i corpi degli attori. Viviamo con loro avvicinamenti e allontanamenti, il desiderio di amarsi e la paura di accettare sé stessi e i propri desideri.
A differenza dei personaggi che in certe situazioni dalla paura si fanno sopraffare, lo spettacolo ha il coraggio di mettere a nudo sentimenti e corpi. Le scene di sesso sono costruite con una delicatezza che si contrappone al linguaggio più diretto e che fa sì che nessuno tra gli spettatori si senta tanto disturbato dalla visione da volerla interrompere. Poi, inaspettata, arriva la separazione: come era arrivato l’amore, come erano arrivate le bombe. Agli angoli opposti del palco, separati da tutte le rose dei giardini, i due amanti danzano, ognuno da solo. Tutto finisce.
Benedetto Sicca ha scritto che uno degli obbiettivi dello spettacolo è quello di far sì che gli spettatori vadano via con la voglia di leggere il romanzo, non posso parlare per tutti quelli che erano presenti in sala l’altro giorno ma almeno con una l’ha raggiunto.

 

 

 

Storie naturali e strafottenti
La morte della bellezza
drammaturgia e regia
Benedetto Sicca
con Mauro Lamantia, Benedetto Sicca
scene Luigi Ferrigno
costumi Zaira De Vincentiis
disegno luci Marco Giusti
aiuto regia Cecilia Logorio
foto di scena Laura Micciarelli
produzione Teatro Stabile di Napoli
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 8 ottobre 2015
in scena dal 6 all'11 ottobre 2015

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