"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 13 Ottobre 2015 00:00

Le città invisibili dell’uva e del vino

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Sono passati trent'anni, e non fai in tempo a pensarci che già luogo comune e frase fatta m'aspettano insidiosi al meditare sulla brevità della vita: esattamente trent'anni fa Claudio Ascoli, teatrante di famiglia teatrante napoletana d'antica tradizione, non poté far altro che lasciare la città dei mille teatri, e tentare di portare altrove quel seme che qui, evidentemente, più non voleva attecchire; certo, qualche primo germoglio c'era stato, il "Teatro Comunque" aveva cominciato a percorrere le sgarrupate e poi terremotate strade d'una città traslunata delusa stanca che d'un tratto si mostrava perfino estranea: via, con il coraggio che dà la giovinezza delle mille (ri)partenze, a cercare risposte ai tanti nonso dell'anima e del cuore, a Pontassieve, prima, poi a San Salvi, ai Tetti rossi di Firenze, la città invisibile dei matti incistata nella città dei "sani" e dei "normali".

Torna a Napoli, Claudio Ascoli e "Chille de la Balanza", ricordandoci che, è vero, la bilancia è lo strumento dei mercanti che da Port'Alba muovevano per le strade della città portando frutta, verdura e racconti, i sidice e i ceraunavolta, ma è pure simbolo d'una giustizia che non è più tanto facile vedere da queste parti. E pure altrove, in verità. Torna a Napoli per tre giorni, era di strada perché domani sarà ad Aversa, al più antico e oggi abbandonato degli ospedali psichiatrici, in un giro non convenzionale dei dismessi manicomi italiani: C'era una volta... il manicomio è infatti tentativo di trasmissione della memoria e, insieme, possibile riscatto di recente eredità, attraverso la visita guidata – "Passeggiata patrimoniale" – , reale (nei caso di San Salvi o di Aversa) o virtuale (in teatro, come nel caso nostro a Galleria Toledo), alle città invisibili che furono i manicomi, viaggio che parte dalla conoscenza del passato che si riflette nell'abbandono dell'oggi per gettare uno sguardo al possibile (probabile?) futuro; inevitabilmente, tuttavia, la città invisibile si riflette ed è riflessa nel più vasto mondo visibile, quello della società, ne porta impresse come stimmate le violenze, gli ideali, le passioni: e dunque parlare dei manicomi non è altro che, alla fin fine, parlare di sé e della realtà e della vita, ma attraverso il filtro dell'arte e del teatro, perché, come ci ricorda l'Ascoli-Virgilio che ci guida in questo viaggio nei mondi della diversità, l'arte non è la vita, sta ad essa come il vino all'uva, come diceva Mejerchol'd.
Con l'ausilio della compagna di una vita, Sissi Abbondanza, Claudio Ascoli ci porta per mano dunque – a volte letteralmente – attraverso un moderno discendere e poi risalire dal passato al presente al futuro entro le mura inviolabili ed enigmatiche delle città dei matti: foto e filmati d'epoca sono d'aiuto per spiegare la realtà dei manicomi prima della Legge Basaglia, del 1978, vero spartiacque nella cura della malattia mentale e non, visto che finiva lì dentro per diventare invisibile, e in molti casi per l'eternità, qualunque disfunzionalità sociale, qualunque diversità di pensiero e d'azione la società non riuscisse in genere a sopportare, dagli omosessuali agli anarchici, agli scomodi, privati o pubblici che fossero. La violenza e la spersonalizzazione viene in qualche modo agita e vissuta dagli stessi "spettattori" che vengono fatti alzare dalla comodità e passività delle confortevoli poltrone del teatro e portati sulle tavole del palco per essere "contati", come poteva avvenire ai veri degenti, per assistere ad una contenzione fisica fatta dal "mastrogiorgio" – il guardapazzi, l'infermiere manicomiale – su una persona del pubblico, per venire sottoposti a test molto simili a quelli che si usavano realmente allora per decidere la permanenza o meno in manicomio. Dalla descrizione delle condizioni di vita all'interno dell'istituto è facile passare alla rievocazione dell'epoca ultima dei manicomi, al clima sociale e politico, cioè, degli anni '70, e da questa a un tentativo d'analisi, per confronto, alla società dell'oggi, in cui, dice l'Autore, i manicomi si son chiusi e la pazzia è passata alla società; non manca, infine, in una visione poetica e profetica, qualche cenno al domani che potrebbe (dovrebbe?) essere. Il tutto avviene in una forma teatrale che va dalla mera presentazione di dati, al racconto e all'affabulazione, con primi piani su casi particolari veri o verosimili: la vecchietta che ride nel filmato super8 entrata in manicomio a cinque anni costretta dai familiari e lì rimasta fino all'età di novantacinque, le lettere dello schizofrenico fiorentino che invoca la liberazione dalla schiavitù della casa di cura, scrivendo prima al Direttore del manicomio, poi, dopo tre anni di "cure", al Presidente dell'Armata Rossa...
Le due ore dello spettacolo passano rapidamente, nessun accenno di noia tra noi spettatori, anche per la particolare forma teatrale scelta dal'Autore che prevede, come detto, una partecipazione "attiva" da parte del pubblico. Certo, quando, nella seconda parte della pièce, ti siedi nel cerchio di sedie dell'assemblea sul palco, s'affollano ricordi di aule universitarie – e non – di quegli anni ormai trascorsi, almeno per noi "diversamente giovani", come dice lo stesso Ascoli. Ti verrebbe voglia, oggi come allora, d'intervenire, di partecipare, di dire la tua: non si può, questa è la città – invisibile ai più – del vino e non dell'uva, è teatro e non è vita, benché sia forma teatrale molto, molto vicina alla vita: questo certo non nuoce, anzi. Se qualcosa m'è parso invece meno convincente è l'ammirata e spesso acritica memoria di una favolosa età dell'oro – quella degli anni '70 – presunta ideale e del tutto perfetta anche nella sua possibile evoluzione, soprattutto se vista in contrapposizione ai grami, poveri, vuoti, grossolani tempi contemporanei: non che questi ultimi siano migliori di come ci appaiono, ma penso a volte che l'insistito sguardo all'indietro della mia generazione sia frutto, più d'una volta, d'un comprensibile timore di scorgere, negli insignificanti tratti dell'oggi, così desolatamente smarrito, null'altro che risonanze e somiglianze, affinità e corrispondenze, con quel passato sentito così compiuto e nostalgicamente intrigante, così come un padre scorge l'ombra dei tratti propri nel figlio: è ciò che spesso si traduce, la si pronunci o no, come in questo caso, nella deprecabile locuzione: "ai miei tempi": meglio senz'altro evitare.

 

 

 

C’era una volta... il manicomio
di Claudio Ascoli
con Claudio Ascoli, Sissi Abbondanza
luci Martino Lega
foto di scena Monique Erba Robin, Paolo Lauri
produzione Chille de la Balanza
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Galleria Toledo, 8 ottobre 2015
in scena dal 6 all'8 ottobre 2015

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