“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 13 Ottobre 2015 00:00

L'animale da palcoscenico, questo sconosciuto

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Che cos’è l’attore? Grumo di carne e sangue, insieme di muscoli che si contraggono, vene che compulsano, umori secreti e carni offerte in dono sacrificale; un attore è il suo corpo, il suo sudore, la sua saliva, le sue deiezioni, è un olocausto di carne viva che ogni sera, ad ogni replica, consuma se stesso in un rituale pagano, il pubblico l’officiante di questa eterna ordalia, egli – l’attore – agnello sacrificale sull’altare dell’istinto, del bisogno e della vanità.

Sì, perché un attore, che prende il suo corpo, non scisso dall’anima che l’abita, e lo dona alla scena, al teatro, ad un regista che ne disporrà totalmente e lo plasmerà come viva argilla su un tornio, è percorso da un’urgenza espressiva, da una necessità comunicativa, da una spinta “artistica” che gli sgorga dai precordi e che lo spinge a offrire, in nome del supremo ideale dell’Arte, quel corpo in sacrificio perpetuo, sera dopo sera, replica dopo replica, fino a che quel corpo, quel grumo di carne e sangue, avrà ancora uno spasmo da esalare, un nervo da tendere, un rivolo di sudore ad imperlargli la fronte; e lo farà, sera dopo sera, replica dopo replica, per rispondere un bisogno artistico che soddisfi le attese (e le pretese) del pubblico, ma che, attraverso la legittimazione che da quel pubblico si spera possa arrivare, soddisfi anche l’ego, il bisogno d’attenzione, l’istinto di autodeterminazione che guida l’agire dell’animale/attore nell’ecosistema/teatro: “Alcuni di noi dicono lo faccio per me, non lo faccio per il pubblico... ma sotto sotto...”.
Mangiare e bere. Letame e morte, ovvero l’etologia applicata alla scena, è tornato in scena, per festeggiare il trentennale della Sala Assoli. Davide Iodice a comporne partitura la sola “danzatrice” Alessandra Fabbri a riempire l’assito, da pochi complementi occupato: tre catini in proscenio, insieme a dei rami secchi sparpagliati, un quarto catino, discosto, in un lato di palco.
L’affinità etologica si dichiara in partenza, con il racconto della vita di una coppia di pappagallini d'esotica razza, la morte del maschio e la tristezza della femmina, che vanamente si tenta di lenire offrendole uno specchio in cui essa possa vedere riflessa un’immagine che l’illuda di non essere più sola: riflesso e illusione, due linee cardine sulle quali si snoderà il senso drammaturgico dello spettacolo; riflesso e illusione che costituiscono parametri significativi sulla base dei quali si costruisce l’esperienza dell’attore, che attraverso l’illusione della finzione compie un’operazione di scandaglio del sé, di rifrazione della propria immagine con cui confrontarsi: il teatro come specchio di sé e dell’altro, in cui ritrovarsi anche se alla pappagallina che sei s’oppone non già e non più l’immagine riflessa di te, ma la figura diversa di una tortora; si parlano linguaggi diversi, ma c’è reciproca intelligibilità, così come in teatro si adoperano linguaggi differenti che corrispondono in altrettanto magica intelligibilità reciproca.
Intelligibilità reciproca a cui concorre per l'appunto la contaminazione di linguaggi, che dalla parola, fa spostare il focus sui movimenti, sul racconto danzato e danzante e sull’apertura verso orizzonti di immaginari più ampi. L’animale da palcoscenico danza nella ricerca estetica del codice classico: Alessandra Fabbri si esibisce in una danza circolare sulle scarpette da punta, storpiando completamente l’immagine eterea della ballerina ottocentesca con il tutù e quelle magiche scarpette che le permettevano di volare verso lidi “altri” e celesti. La sua danza, invece, qui si farà irregolarmente circolare, disegnando lo spazio ebbra di vino, ricordando la caducità della vita che per l’artista coincide con la non possibilità di andare ancora in scena, lo fa citando Martha Graham, madre della modern dance americana, che pur danzando fino alla soglia degli ottant’anni, quando si rese conto di non potersi più esibire, annegò nell’ebbrezza del vino la frustrazione per un assito da non poter più calcare.
Bestia strana, l’animale da palcoscenico, corpo nudo che s’immola, si offre senza diaframmi, mentre una voce registrata (la sua) risponde a domande circa i suoi comportamenti, circa il desiderio e la possibilità d’inventarsi lo straordinario, lo strabiliante, distaccata dal mondo nella sua ricerca solipsistica da offrire poi a un pubblico; distaccata da un mondo separato da lei, un mondo per il quale ella è monade imperscrutabile, impenetrabile: una telefonata che dal palco la collega a qualcuno fuori è il gelido imprimatur sul distacco sussistente fra l’etologia attoriale e il mondo extrateatrale. Eppure – e il lavoro di Iodice e della Fabbri lo rimarca col continuo ricorso alla metateatralità – quello spazio d’assito in cui l’attore compie il proprio rituale animale altro non è se non una dimensione speculare al reale, uno spazio altro in cui creare i presupposti di un’empatia, come quella fra una pappagallina ed una tortora, come quella fra una performer ed uno spettatore, preso per mano e portato in ribalta, per essere specchio, per essere immagine riflessa; per essere viso coperto di piume, per essere oggetto e soggetto di empatia e reciprocità.
Decalogo danzato d’etologia, Mangiare e bere. Letame e morte racchiude, in sé e nel suo titolo programmatico, gli elementi costitutivi, i presupposti essenziali del ciclo della vita che si riproduce. E “ri-produzione” è anche uno dei termini con cui si può definire l’opera d’arte, che “ri-produce” il reale; opera di poìesis, etimologicamente intesa come il creare dal nulla, Mangiare e bere. Letame e morte, dal nulla crea riproduzione del reale; lo fa con un corpo d’attore reso animale, sfrondato d’ogni sovrastruttura, spogliato d’ogni diaframma e portato in palcoscenico.
Ed è così che Davide Iodice ed Alessandra Fabbri creano una codifica poetica dell’etologia attoriale.

 

 

 

 

 

 

Mangiare e bere. Letame e morte
drammaturgia, spazio scenico, luci e regia
Davide Iodice
con Alessandra Fabbri
coreografia Alessandra Fabbri, Davide Iodice
costumi Enzo Pirozzi
produzione Interno5
residenze creative Altra Scena Napoli presso il complesso monumentale di San Giuseppe delle Scalze
a cura di Altradefinizione, Officina Teatro San Leucio – Caserta
foto di scena Irene De Caprio
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Sala Assoli, 3 ottobre 2015
in scena 3 e 4 ottobre 2015

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