“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Lunedì, 31 Agosto 2015 00:00

Napoli, il sindaco e il teatro

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La questione meridionale del teatro sta nel divario Nord-Sud
dei finanziamenti pubblici, delle sale agibili, del numero di
recite programmate, ma sta anche nella specificità del pensiero
meridiano, nei modelli organizzativi ed artistici che funzionano,
nella passione dei talenti, in una nuova necessità del teatro.
(Franco D’Ippolito)

 
Campese: Il governo si fa in quattro per sollevare le sorti del
teatro, ma gli uomini responsabili cui è demandato il compito
si sono sempre fermati ai margini del problema, non lo hanno
mai affrontato fino alle radici. Le cose fatte a metà non hanno
mai dato buoni risultati.
De Caro: Lei sta esagerando. Milioni e milioni se ne vanno in
fumo per sovvenzionare il teatro.
Campese: Se ne vanno in fumo perché si fanno le cose a metà.
(Eduardo De Filippo)

 
Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

'amm scassat'
(Luigi De Magistris)

 

 

 

Luigi De Magistris sa che i “duri tagli e le dolorose esclusioni” subite da Napoli sono “i duri tagli e le dolorose esclusioni” che può lamentare l’intero Mezzogiorno e sa che addirittura non c’è regione italiana, in questo momento, che non possa avanzare esempi di tagli ed indicare esperienze d’esclusione a causa del decreto ministeriale; sa che – dal Veneto all’Emilia Romagna, dal Lazio alla Sicilia, dalla Liguria alla Puglia, la Calabria, la Basilicata – valenti esperienze innovative che pure rappresentano davvero una ricchezza culturale per le comunità di riferimento non hanno trovato riscontro da parte del Ministero, non sono state prese in considerazione da un decreto i cui primi obiettivi erano ridurre il numero di soggetti finanziati e modificare la gestione di spesa innalzando nel contempo i parametri minimi di attività produttiva, realizzativa e distributiva.

Sa – Luigi De Magistris – che il Teatro Elicantropo non ha nulla a che fare con il Teatro Sannazaro, che la ricerca tentata dall’Icra Project è culturalmente all’opposto degli spettacoli offerti dall’Augusteo, che Galleria Toledo e il Teatro Totò hanno in comune soltanto la cittadinanza d'origine e tuttavia sa che occorre tenere assieme ciò che è diverso e fa niente se, questo tenere assieme, ha una funzione puramente rivendicativa giacché questa stessa funzione rivendicativa serve – prima che ad ottenere risultati concreti ed effettivi – a manifestare un movimentismo personalistico, apartitico, extraistituzionale, buono magari anche in vista delle prossime elezioni comunali.
Sa, De Magistris, che esiste una questione teatrale meridionale che il decreto ha ulteriormente acuito (“La prima applicazione del DM” – scrive Franco D’Ippolito su
Teatro e Critica – “ha purtroppo allargato il divario tra i territori del teatro italiano, divario che non è riscontrabile, almeno nella stessa misura, sui nostri palcoscenici. I soggetti del Centro e del Sud si sono ridotti del 4%, concentrando al Nord compagnie e teatri finanziati, aumentando così il rischio di sostenere a livello statale la produzione e la programmazione di un’area ristretta del Paese e di penalizzare artisti, lavoratori e pubblici del resto d’Italia”) ma sa anche che questo divario, come scrive sempre D’Ippolito, è imputabile – prima che alla riforma stessa – al ritardo “più organizzativo-istituzionale che artistico del Sud”, dove “servono maggiore professionalizzazione dei soggetti e stabilizzazione organizzativo-gestionale, politiche culturali lungimiranti e vigilanza collettiva sull’utilizzo delle risorse”.
Sa De Magistris che il “declassamento” del Teatro Bellini non è economico ma di funzione (quindi nulla c’entra con il conto dei soldi sottratti, a decreto attuato), giacché il Bellini meritava d’essere un TRIC e non un Centro di Produzione, vedendo così riconosciuta l’effettuata riconiugazione della propria storia, che passa – prima ancora che dagli spettacoli prodotti – dalla politica d’ospitalità che sta mutando la programmazione della sala principale e che ha fatto nascere il Piccolo Bellini mentre io invece non so perché De Magistris, di questo declassamento di funzione, scriva soltanto ad agosto.
Sa certamente, il sindaco De Magistris, che lo status di “Teatro Stabile di Innovazione” non è più ottenibile e che Galleria Toledo era già Stabile di Innovazione – contrariamente a quanto indica la sua lettera – mentre quella che “non è riuscita ad ottenere” è la qualifica di Centro di Produzione; sa certamente che Sala Assoli – nominata come esempio di cecità centralistica e di crudeltà antinapoletana – non propone una programmazione continuativa da almeno un biennio e che è stata ridotta, dai suoi gestori passati e presenti, a stanza in affitto per spettacoli pre o post stagionali (non va considerata l’euforia artistico-nostalgica del trentennale, che la riattiverà come merita) e sa anche che Le Nuvole fanno parte de La Casa del Contemporaneo – assieme al Teatro Ghirelli di Salerno e alla compagnia di Enzo Moscato (nel complesso un Centro di Produzione) – e che è dunque inesatto parlare, per quest’eccelsa esperienza di teatro per l’infanzia, di riconoscimento non avvenuto: sa, quindi, che chiunque abbia davvero scritto la missiva indirizzata a Dario Franceschini (lui stesso, uno qualsiasi dei suoi collaboratori, un assessore, uno scrivano dell’Artec) avrebbe dovuto fare più attenzione nell’utilizzo dei termini per non destare il sospetto di scarsa conoscenza della materia trattata.
Sa bene De Magistris che tra le realtà teatrali napoletane che hanno ottenuto finanziamenti vi sono conferme d’irragionevoli rendite di posizione, storicità ormai incancrenite, associazioni e compagnie di cassetta e commercio, che mai hanno proposto il nuovo e che hanno fatto della stessa tradizione un repertorio da teca museale e che – per dirla con Mimma Gallina – “beneficiano di aiuti eccessivi rispetto agli esiti di mercato” ed alla qualità della proposta realizzata, al punto tale che questi contributi pubblici possono configurarsi “in larga misura come lucro” e sa parimenti che ci sono significative esperienze innovative, che invece non hanno ricevuto il meritato riconoscimento cui aspiravano; al tempo stesso sa De Magistris che nell’elenco degli esclusi di cui egli si fa portavoce convivono rendite di posizione, storicità incancrenite, associazioni e compagnie di cassetta e commercio assieme a poche ma significative esperienze da salvaguardare e sostenere davvero istituzionalmente; sa che non occorre adeguarsi al campanilismo acritico oggi tanto di moda per cui è lecito pensare che riconosca, con un’onestà che gli è certamente propria, l’immeritata qualifica di Centro di Produzione ricevuta dal Teatro Diana (a giudicare almeno dalle valutazioni qualitative effettuate dalla commissione) e che le dinamiche di recupero che hanno riguardato lo stesso Diana sono ancora oscure, non essendosi realizzate attraverso le normalizzate procedure di ricorso. Sa inoltre De Magistris che questa riforma è incapace di fotografare il panorama teatrale nazionale più attivo e vivace, fragile e indipendente, e lo sa perché osservando l’intero panorama teatrale napoletano – com’egli può fare, metaforicamente, dal balcone di piazza Municipio – si è certamente accorto che gran parte dei teatri più piccoli ma più ostinatamente impegnati a produrre e/o ospitare il teatro
under campano e italiano non fanno parte dell’elenco ministeriale (anche se, in effetti, non fanno parte neanche dell’elenco che contraddistingue la sua lettera anti-ministeriale).
Sa De Magistris – che di sicuro ha letto
La resistenza teatrale. Il teatro di ricerca a Napoli dalle origini al terremoto di Marta Porzio – che tra le difficoltà che da sempre frenano il percorso del nuovo teatro napoletano c’è “la mancanza di spazi per poter lavorare”, condizione oggettiva ed evidente, “cronica” dice sempre la Porzio, e sa che è per questo che la topografia teatrale cittadina corrisponde ad un elenco di nomi singoli o fa riferimento a micro-gruppi che s’adoperano per “riaprire un vecchio teatro in disuso o per costruirne uno nuovo”: contando solo sulle proprie forze. Sa De Magistris che – “con l’eccezione del San Carlo e del Mercadante” – tutti i teatri napoletani attualmente attivi sono nati per “iniziativa di privati, dove per privati non si intendono imprese o consorzi, ma singoli individui fatti di carne, ossa, sudore e passione personale, spesso artefici in prima persona di lavori e ristrutturazioni” e sa ancora – De Magistris – che a questi uomini e a queste donne l’istituzione di cui oggi è il massimo rappresentante non ha mai offerto un serio sostegno logistico, organizzativo, informativo o economico.
Sa, De Magistris, che l’ultimo tentativo di riorganizzazione e decentramento teatrale risale al 2001, che il progetto si chiamava “I Teatri di Napoli” e che mirava a dar casa ad artisti e compagnie dalle storie e dalle identità differenti, concedendo loro spazi perché fossero sottratti al degrado; sa che questo progetto ha prodotto forme diversificate di presenza, tentativi di resistenza e creatività, ulteriori sforzi individuali e sa che collocamento extraurbano, funzionale rapporto di questi spazi col Mercadante e direzione artistica coordinata sono impegni concretizzatisi ma resi poi inutili dal ritardo di consegna delle strutture stesse, delle incertezze di finanziamento pubblico locale, delle difficoltà burocratiche nella stipula delle convenzioni.
Sa De Magistris che a Napoli non esistono sale di prova (se si escludono i teatri stessi e le aule universitarie occupate, l’ex Asilo Filangieri, Piazzetta Forcella, le case private); che non c’è una biblioteca specifica del Teatro e dell’Attore; che non ci sono centri didattici in cui attuare lo scambio di competenze formative (buoni anche per superare la provvisorietà delle attività di promozione, comunicazione e marketing di alcune realtà campane); sa che non è mai stata realizzata una progettualità continuativa sulle residenze, così da permettere agli artisti napoletani la pratica del confronto con i loro colleghi nazionali e internazionali; sa che – a differenza di quel che accade altrove – a Napoli non esiste un centro di consulenza per i lavoratori dello spettacolo, in grado di offrire assistenza fiscale e legale, informazioni su SIAE ed ex ENPALS, di farsi centro di raccolta delle domande ed offerte di lavoro del settore, di fornire consulenze per la partecipazione a bandi pubblici e privati.
Sa anche e ad esempio, Luigi De Magistris, che il pavimento del foyer del Teatro dei Piccoli attende lavori di ripristino; sa che il palco grande del Teatro Area Nord di Piscinola funge oramai da aperto ed affascinante magazzino di scenografie in disuso, a causa di ristrutturazioni dai costi insostenibili, e sa che nella periferia Est due teatri (Sala Ichòs e Nest) necessitano di un ulteriore miglioramento dei servizi di collegamento perché sia possibile l’affluenza e il deflusso notturno del pubblico; sa che il Politeatro (la rete formata da piccoli teatri metropolitani che – collaborando – hanno moltiplicato i propri spettatori, fondato una pratica di gestione compartecipata, promosso la mobilità reciproca da platea a platea ed organizzato importanti giornate di riflessione e di analisi della teatralità contemporanea) merita un’attenzione istituzionale che tarda tuttavia ad arrivare.
Sa che la cultura dell’Evento (la rassegna estiva blandamente finanziata, il forum tramutato in distribuzione di occasioni episodiche, il mese primaverile nel quale il teatro è declinato come volontariato artistico) non porta alcun vantaggio alla città, ai suoi cittadini, ai suoi mestieranti mentre quel che occorre è dotarsi di personale competente, in grado di realizzare un’analisi approfondita del settore e di elaborare efficaci modalità d’intervento in grado – ad esempio – di riattivare la partecipazione dell’imprenditoria privata e delle fondazioni bancarie, di regolare i rapporti dei teatranti con le istituzioni e gli enti locali, di porre in relazione l’esistenza di fondi pubblici europei con il loro fattivo utilizzo in ambito culturale, di valorizzare le molteplici esperienze che stanno maturando “dal basso”; sa che occorre una complessiva riformulazione delle politiche strategiche, una dichiarazione palese degli obiettivi di queste politiche e dei mezzi e dei tempi necessari perché siano realizzati; sa che occorre un percorso di sviluppo, continuativo e seriamente ragionato; sa che è necessario superare l’emergenza pure acuita dal DM e dalla distribuzione dei fondi che ne deriva adoperandosi perché – in città – si formino le condizioni di sostegno alle idee innovative, ai progetti neonati e funzionanti, alle iniziative coraggiose, alle potenzialità da
start up che non trovano (micro)credito e accompagnamento concreto, perché si favorisca un necessario e progressivo ricambio generazionale; sa che è opportuno porre le premesse perché sia superata la condizione di isolamento pratico che contraddistingue il teatro napoletano, perché dall’individualismo dell’azione si generi una messa in rete di competenze, conoscenze ed opportunità, provando così anche a sopperire alla scarsa attitudine di teatri, compagnie ed artisti, nel lavorare insieme.
Sa che – con Vincenzo De Luca e la sua giunta regionale – dovrà discutere del destino del Napoli Teatro Festival Italia, sperando che tale discussione non si riduca alla becera propensione partitistica della nomina di un De Fusco un po’ più di sinistra; sa che prima o poi occorrerà mettere in discussione le modalità di gestione del Teatro Pubblico Campano, carrozzone di giro che utilizza in modo privatistico i soldi pubblici producendo e distribuendo non le nuove forme di teatralità (come da statuto dovrebbe) ma spettacoli di comici locali, cantattori che si credono eredi di Eduardo, classici del teatro in versioni da pura audience televisiva; sa che andrà mutata la legge regionale dello spettacolo, magari prendendo esempio dalla Legge 13 dell’Emilia Romagna, che accorda finanziamenti non solo sulla base delle giornate lavorative e dei borderaux ma valutando attentamente anche le giornate effettive di apertura, la qualità dei laboratori organizzati ed ospitati, le attività di formazione del pubblico, la comunicazione, la capacità di fare rete.
Sa questo e molto altro, Luigi De Magistris, ne sono sicuro: perché, come scrive egli stesso, ha “vissuto sempre a Sud” ed il Sud l’ha “vissuto in prima linea, quella dove si usa l’artiglieria pesante”; lo conosce dunque bene e conosce ancora meglio la sua “Napoli”, osservata “dalla strada” perché ha vissuto “sempre tra la gente, quasi mai nei salotti: da pubblico ministero, da sindaco, da osservatore sui fondi europei al parlamento europeo”; perché ha visto “la politica – a braccetto con criminalità organizzata e borghesia mafiosa – mangiarsi il Sud, violentarlo, costruire un blocco sociale, economico e culturale buono a foraggiare un’oligarchia di potere”; perché ha letto i “fiumi di inchiostro” che sono stati scritti sulla questione meridionale; perché sa che occorre ripensare un sistema a partire dal proprio territorio, dalle specificità che appartengono al pensiero meridionale, dalle esperienze effettive che pure si manifestano nonostante la distrazione, il disimpegno o la limitatezza d’azione degli assessorati. Perché sa che Napoli come il Sud “ha la vitale necessità di condotte concrete” ed è per questo che sa bene che la lettera che ha indirizzato a Franceschini – così piena di orpelli retorici (“La vitalità dell’offerta teatrale napoletana che è sempre ricchissima di proposte, temi, esperienze”; il “successo di pubblico e di critica”; “Napoli è il teatro”) – non è che la premessa episodica e puramente verbale di un altro tipo di lavoro da compiere invece giorno dopo giorno, concretamente, rispondendo a condizioni di partenza che sono spesso miserrime, nonostante le quali l’arte teatrale continua tuttavia ad apparire e a darsi qui a Napoli.
Si tratta – terminata la fase del Teatro come bene e servizio pubblico, in tempi di sfaldamento progressivo e generalizzato del welfare – di riconoscere quest’arte “come un Valore” (da Ateatro, Buone Pratiche 2005): estetico (produzione di bellezza), sociale (aggregazione e risocializzazione individuale e collettiva), testimoniale (strumento di diffusione e condivisione di idee e conoscenze), economico (perché il teatro sa produrre utili, se pensato davvero in termini di investimento), urbano (mezzo di riqualificazione di zone disagiate e di strutture in abbandono) e politico (in quanto luogo e occasione di compresenza, confronto, relazione formativa); si tratta di rispondere alla fragilità finanziaria cui accenna anche la lettera e che – per i lavoratori dello spettacolo – è ancora più urgente giacché, per dirla con Giulio Stumpo ed Elena Alessandrini, “una buona parte di professioni creative, come gli attori, i musicisti, gli orchestrali, i danzatori è precipitata sotto la soglia di povertà relativa stabilita dall’ISTAT ed opera in condizioni di cui una società che vuole definirsi civile non può che vergognarsi”, spesso adeguandosi ad un sotto-sistema fatto di “economia informale e lavoro nero” che garantisce una sussistenza immediata ma che “non fa altro che peggiorare, oltre alla situazione di protezione sociale e di assicurazione sul futuro dei lavoratori, la situazione complessiva dei lavoratori dell’arte e della creatività”; si tratta di stabilire con serietà un nuovo sistema di regole che indirizzino il cambiamento, che siano accompagnate da controlli e verifiche e che siano in grado di rispettare il passato senza rinunciare a comprendere il presente e a generare diversamente il futuro, includendo e rafforzando anche la sperimentazione dell'inedito. 
Si tratta in definitiva – per usare ancora una volta le parole di Franco D’Ippolito – di capire che adesso “la vera sfida è l’organizzazione al servizio dell’arte” e che, questa sfida, si vince con "la serietà delle politiche (anche culturali) e, soprattutto, con la loro concreta attuazione". 

 

 

NB. Le persone ritratte nelle foto a corredo dell'articolo: Luigi De Magistris (sindaco di Napoli); Luigi Grispello (presidente Agis Campania) e Caterina Miraglia (ex assessore alla Cultura della Regione Campania); Nino Daniele (assessore alla Cultura del Comune di Napoli); Alfredo Balsamo (presidente del Teatro Pubblico Campano) e Vincenzo De Luca (presidente della Regione Campania)

 


Linkografia di riferimento
Andrea Porcheddu, Tempo d’estate: Feltri, i tagli e il Valle (glistatigenerali, 18 agosto 2015)
Franco D’Ippolito,
Il teatro finanziato: il nuovo sistema teatrale disegnato dal DM (Teatro e Critica, 12 agosto 2015)
Osvaldo Guerrieri, Massacrati ricerca e giovani, così muore anche il teatro (La Stampa, 8 agosto 2015)
Progetto C.Re.S.Co.,
È stata una vera riforma? (Ateatro, 5 agosto 2015)
Alessandro Toppi,
A Salvo Nastasi (Il Pickwick, 20 giugno 2015)
Andrea Porcheddu,
Teatri, la riforma Franceschini sbanda su carte bollate e raccomandazioni (glistatigenerali, 4 giugno 2015)
Massimiliano Civica,
Legge contro il dialetto (doppiozero, 2 marzo 2015)


Teatri, De Magistris scrive al Ministro Franceschini: Napoli penalizzata (Corriere del Mezzogiorno, 13 agosto 2015)
Giulio Baffi,
Fantasia mortificata, ora parli la Regione (La Repubblica, 14 agosto 2015)
Andrea Esposito,
Sindaco ma lei ci va a teatro? (Fanpage, 16 agosto 2015)
Lia Aurioso, Cultura: tagli o affondi? (Cinquecolonne, 24 agosto 2015)
Luciano Giannini, Teatri, uno spiraglio per bloccare i tagli. Intervista a Luigi Grispello (Il Mattino, n.d.)
Lettera di Carlo Cerciello e Lello Serao al presidente della regione Campania Vincenzo De Luca
(da Enrico Fiore, Controscena, 23 luglio 2015)
Alessandro Toppi, Il silenzio della ragione. Napoli attende un futuro migliore (Hystrio, 2/2015)
Enrico Fiore, Vogliamo parlare un po' del pubblico? (Controscena, 24 maggio 2015)
Enrico Fiore, Napoli, la capitale del teatro che non c'è più (Controscena, 12 marzo 2014)


Bibliografia di riferimento
Marta Porzio
La resistenza teatrale. Il teatro di ricerca a Napoli dalle origini al terremoto
Roma, Bulzoni, 2011
pp. 499


Stefano De Matteis
Napoli in scena. Antropologia della città del teatro
Roma, Donzelli, 2012
pp. 218

AA.VV.
Il teatro a Napoli negli anni Novanta
a cura di Edoardo Sant’Elia
Napoli, Pironti, 2004
pp. 212


Mimma Gallina; Oliviero Ponte di Pino
Le Buone Pratiche del Teatro. Una banca di idee per il teatro italiano
Milano, Franco Angeli, 2014
pp. 260


Franco D’Ippolito
Teoria e tecnica per l’organizzatore teatrale
Roma, Editoria e Spettacolo, 2006
pp. 168


Mimma Gallina
Il teatro possibile. Linee organizzative e tendenze del teatro italiano
Milano, Franco Angeli, 2005
pp. 380


Mimma Gallina
Organizzare teatro. Produzione, distribuzione, gestione del sistema italiano
Milano, Franco Angeli, 2001
pp. 366

Luciana Libero

Il teatro e il suo Sud. Politiche, economia e linguaggi della scena italiana
Roma, Bulzoni, 2008
pp. 200

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