“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Domenica, 24 Febbraio 2013 15:06

La vita è proprio una brutta bestia (parte II)

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Per quanto riguarda la sigaretta, aveva due o tre posti sicuri a cui rivolgersi, il primo da cui si recava era il signor Peppe, quello dei traslochi, ometto stranamente piccolo per quel mestiere, ma dotato di una forza di cento uomini, che spesso lo attendeva sulla soglia della bottega e così fumavano la sigaretta in compagnia seduti su un vecchio sofà o su chissà quale altro mobiletto, discutendo di questo o di quello o stando volentieri in silenzio, se il signor Peppe però non era di genio (dunque, non aveva voglia di ripetere quel rituale mattutino e scacciava via Gennaro o’ scemo in malo modo, un po’ come quando un cane si avvicina speranzoso e non si vogliono accogliere le sue istanze), il nostro Gennaro o’ scemo, sempre sorridente e per nulla offeso, andava dalla signora Carmela, quella del bar all’angolo, vedova non più giovane ma ancora piacente e dai seni eccessivamente prosperosi, capace ancora di attirare l’attenzione di vari uomini del quartiere che bonariamente la prendevano in giro, e lì, se aveva raccolto i famosi due euro, si concedeva la tanto agognata colazione e la sigaretta che la signora spesso con grande gentilezza gli offriva.

Capitava poi di non riuscire con nessuno di loro – ad esempio il giorno in cui don Peppe non era di genio e la signora Carmela non aveva ancora aperto il bar o gli aveva rifiutato cordialmente la sigaretta sostenendo che gli avrebbe potuto nuocere, e così Gennaro o’ scemo si spingeva fino a via Toledo, uscendo da quella specie di tana che si chiama Quartieri spagnoli, e lì, immerso nella grande città, Gennaro o’ scemo si trovava spesso spaesato e lo si vedeva vagare avanti e indietro, mutando continuamente direzione, come un animale che non riesce a riconoscere il proprio territorio e che si trova immerso in un habitat che non gli appartiene. Se c’era qualcosa di cui Gennaro o’ scemo aveva paura era la città, quella città che lui intravedeva dalla finestra del suo basso e che gli sembrava lontanissima, quella città che brulicava di persone anonime e senza volto (così raccontava al signor Peppe e alla signora Carmela, ma non alla signora Susi che non voleva mai ascoltarlo), e quando arrivava su via Toledo e si rendeva conto che la città invece era vicina, pur volendo resistere a quell’ambiente assolutamente vorticoso, a quelle persone che corrono avanti e indietro, a quei grandi e rumorosi magazzini di vestiti, ai venditori di borse false, ai colletti bianchi che gestiscono la città, spesso cedeva emotivamente e si metteva sulla scalinata di una piccola chiesa lì all’angolo tra Montecalvario e via Toledo e singhiozzava silenziosamente e sentiva un dolore forte nel petto e non capiva neanche bene quello che stava provando quando le lacrime gli scendevano sulla guancia e lui le raccoglieva salate nella bocca, poi, una volta rianimatosi, lo si poteva vedere correre su per la salita di Montecalvario, correre per rifugiarsi nel suo basso e per restarsene un po’ solo e in silenzio lì dentro. E fu proprio durante uno di questi dolorosi vagabondaggi lungo la strada che segna il confine del suo territorio naturale, che Gennaro o’ scemo conobbe Eduardo, punkabbestia straordinariamente bello ma soprattutto straordinariamente colto, ben più di tanti rappresentanti della nostra onorata società civile partenopea, e, forse, fu proprio in quei momenti che cominciò a comprendere il significato dell’amicizia. Eduardo riuscì in pochissimo tempo a fare breccia nel cuore di Gennaro o’ scemo e Gennaro o’ scemo riuscì in poco tempo ad accettare via Toledo perché proprio lì poteva incontrare il suo caro amico Eduardo. Eduardo gli raccontava tante storie, spesso inventate, abitate da strani personaggi e mostri mitologici di cui Gennaro o’ scemo non sapeva nulla, Gennaro o’ scemo invece gli portava qualcosa da mangiare e si dividevano i bei piatti di pasta e lenticchie, pasta e fagioli, pasta e patate, pasta e zucca, pasta e cavoli che la signora Assunta gli preparava. Condividevano tutto, cibo e sigarette, qualche birra che Eduardo pur sempre beveva durante la giornata. Eduardo poi recitava a memoria interi brani di Shakespeare o di Lord Byron, sperando di racimolare qualche soldo in più dalla gente, e Gennaro o’ scemo si divertiva tantissimo, rideva di cuore anche quando i frammenti recitati erano tristi e cupi, e soprattutto sorrideva a tutti e quel suo sorriso riusciva a scaldare molte persone e permetteva così, a quella che era divenuta oramai una coppia affiatata e un sodalizio lavorativo, di guadagnare qualche soldo in più. Eduardo gli parlava anche di politica, gli raccontava di quello che sarebbe stato il vero mondo dei sogni realizzati, un mondo in cui tutti hanno la possibilità di vivere liberamente e di esprimere se stessi, un mondo in cui ciascuno avrebbe dato secondo le proprie possibilità e in cui ciascuno avrebbe ricevuto secondo i proprio bisogni, Gennaro o’ scemo ovviamente non ci capiva niente, non avrebbe potuto ripetere neanche una delle frasi che pronunciava Eduardo e non avrebbe potuto raccontare a nessuno di quei discorsi (e quanto si sforzava a volte con don Peppe che gli diceva “zitto e fuma”!), sentiva, però, sulla sua pelle come dei brividi, sentiva, quando Eduardo gli descriveva quella società, un’esplosione di gioia nel cuore, sentiva il fuoco attraversargli il corpo e stritolargli la bocca dello stomaco, e quando Eduardo diceva che quel mondo dei balocchi si chiamava comunismo, Gennaro o’ scemo saltava in piedi e cominciava a ridere e a piangere, e poi andava incontro alla gente cercando di abbracciare qualcuno. Eduardo restava invece immobile e sorrideva malinconicamente alle manifestazioni di giubilo del suo povero e caro amico idiota.

Qualcosa cominciò, però, a cambiare nella vita di Gennaro o’ scemo quando decise di invitare Eduardo a casa sua e di condividere con lui quella modestissima abitazione. In realtà Eduardo, soprattutto i primi tempi, non restava quasi mai a dormire, semplicemente trascorrevano il tempo lì in casa, Eduardo leggeva dei libri a Gennaro o’ scemo, libri semplici come le favole di Gianni Rodari o la gabbianella e il gatto di Sepulveda, mentre Gennaro o’ scemo, che solitamente occupava il suo tempo a casa tirandosi e mangiucchiandosi le croste di sangue, sporcizia e pus che ricoprivano le piante dei piedi, lo interrompeva di tanto in tanto commentando le letture con qualche “oohh” di stupore e partecipazione. Poi Eduardo comprese che Rodari e Sepulveda erano troppo complessi e così disperatamente cercò di insegnargli a leggere, a scrivere e a formulare pensieri e commenti sulle cose. Sicuramente Eduardo era a digiuno di metodologie adatte ma si trattava comunque di un’impresa disperata, nessuno era riuscito a insegnare nulla a Gennaro o’ scemo, neanche quando era stato bambino e la sua mente, pur essendo quella di un’idiota, avrebbe dovuto essere più elastica e pronta all’apprendimento. Eduardo comunque insisteva nella lettura perché Gennaro o’ scemo sembrava acquisire qualche vocabolo in più e sembrava essere un pochettino più capace di descrivere le proprie emozioni o i propri pensieri.

L’amicizia cresceva e i due condividevano sempre più tempo e più attività, ma questo non piaceva a nessuno nel quartiere. La signora Assunta minacciava spesso Gennaro o’ scemo dicendogli che, se non mandava via quell’uomo che si era infilato a casa sua, lei non gli avrebbe lavato le lenzuola e soprattutto non gli avrebbe cucinato più nulla, “e poi come fai?” sorrideva consapevole dell’importanza che ciò assumeva nella vita di Gennaro o’ scemo, e lui non poteva fare altro che rispondere con un “e-e-ehh” perché, quando era emozionato o si sentiva sotto pressione, non riusciva quasi mai ad articolare una parola di senso compiuto, e la signora Assunta allora insisteva dicendo che avrebbe raccontato tutto alla signora Susi e “vedi che succede se glielo dico!”, e incalzava “poi viene suo marito e sono cazzi tuoi”, concludendo “e il tuo amico rischia proprio di fare una brutta fine!” perché “quello non è buono”. Ma la signora Assunta non voleva arrivare subito a quel punto, perché la signora Susi non le piaceva per niente, sì le dava qualche soldo ma era una persona squallida e approfittatrice, quel fratello suo lo faceva campare come una bestia, e il marito, se è possibile, le piaceva ancora meno, brutale, volgare e violento (e ricordava di come il marito umiliava continuamente Gennaro o’ scemo e di come a volte lo avesse picchiato per vedere se era capace di reagire, “ma si omm o no?”, rompendogli anche un dente) e così, dopo averlo terrorizzato con quelle minacce, gli raccontava, tenendogli teneramente le mani strette al proprio petto, di quanto il mondo fosse cattivo, di quante persone si presentano come degli angeli e invece sono dei diavoli, che se lui non se la sentiva di mandare a quel paese quell’uomo lo avrebbe fatto lei senza alcun problema, che lui, Gennaro o’ scemo, è un angioletto mandato da Gesù Cristo e che nessuno mai dovrebbe approfittarsi di lui, che quello non c’ha manco una casa e così ha trovato un posto dove dormire, che probabilmente è un drogato (“non accettare mai niente da lui!”), forse uno stupratore e chissà forse ha ucciso anche delle persone (mentre Assunta parlava e farciva di particolari queste illazioni, Gennaro o’ scemo tremava e lui stesso non capiva se tremava per paura o per rabbia, e se era per rabbia, verso chi). Non che la signora Assunta ci credesse veramente a tutto quello che diceva, era una donna di mondo, anzi, ancor di più, era una donna di Napoli, e di cose nella sua vita ne aveva viste talmente tante che non poteva ritenere veramente che Eduardo fosse un pericolo, ma era necessario farlo credere a Gennaro o’ scemo, era necessario farglielo credere per il suo bene, perché era un bambino mal cresciuto e i bambini non devono farsela con gentaglia di quel tipo, insomma sapeva bene che a volte è necessario mentire per il bene di una persona che si ama. Ma non era soltanto la signora Assunta a vedere di cattivo occhio quella relazione. Anche il signor Peppe, quello dei traslochi, aveva deciso che non gli avrebbe offerto più neanche una sigaretta se non mandava via quell’uomo (“attenzione Gennà, che secondo me quello è ricchione”) e quando Gennaro o’ scemo gli chiedeva “p-perché?”, lui girava la faccia, sbuffava e se ne andava.

Fu forse quello il momento in cui Gennaro o’ scemo cominciò a rendersi conto (forse anche grazie alle lezioni di Eduardo che comunque lo avevano reso più adatto a questo mondo) di quanto stava succedendo e a intuire qual era sempre stato il suo ruolo nel mondo, e seppe così dare anche un nome alla sua sofferenza (era la prima volta che dava un nome a una sensazione), la chiamò infatti “schifezza” (quando ebbe quella sorta di illuminazione, il cuore gli saltò in gola e le gambe cominciarono a fremere e a muoversi da sole, non stava più nella pelle perché voleva raccontare tutto ad Eduardo e così trascorse quella giornata camminando su e giù per la salita di Montecalvario, attendendo l’arrivo dell’amico, mentre parole nuove, discorsi mai fatti e pensieri complessi gli affollavano l’anima). E quando Eduardo gli chiese cosa intendeva dire con “schifezza”, Gennaro o’ scemo, che già aveva perso tutta la profondità della sua intuizione, rispose semplicemente “che tutto è una schifezza, tutto”, e quando Eduardo insisteva chiedendogli cosa voleva dire con “tutto”, Gennaro o’ scemo rispondeva semplicemente (e sorridendo malinconicamente – e quella fu la prima volta che Eduardo scorse un’inquietudine malinconica nel fondo dell’animo di quell’uomo semplice) “tutto è tutto, eh”.  Eduardo dal canto suo ebbe uno scontro più che verbale con lo stesso signor Peppe e con il marito di Susi, ma decise di rimanere lì in quella casa e anzi di cominciare a portare tutti i libri che aveva lasciato in una casa dove aveva vissuto per qualche mese nel rione Sanità.

Ritornando, però, a quello che interessa raccontare e cioè la giornata-tipo di Gennaro o’ scemo, ci eravamo fermati al momento della sigaretta, il momento che precedeva quella che era l’attività che riempiva maggiormente le giornate del nostro Gennaro o’ scemo, sfamare i piccioni di Montecalvario.

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