“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Venerdì, 22 Febbraio 2013 21:33

"Ce l'ho fatta!" No.

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Vecchi bambini mostruosi. Ci accolgono in scena chioccianti e lamentosi. L’orrore della loro condizione, eterni bambini, invecchiati e mai cresciuti, ci colpisce subito e non ci abbandona più. Un’immagine angosciosa stampata negli occhi e nello stomaco, che si evoca quasi pavlovianamente alla vista di mani deformate dall’artrosi o dal lavoro. Tre sedioline da scuola, quelle di metallo con lo schienale e la seduta di legno. Tre linee bianche, davanti ad ogni sediolina, ciascuna terminante in una croce di Sant'Andrea. Tre linee dietro, drizzate in verticale, terminanti con la stessa croce, in legno, Golgota appendiabiti. I tre fratelli in scena: Zuzzo (il grassone, si direbbe il maggiore), Zozza (la sorella), Zizzi (il mingherlino).

Lei è al centro. Capelli grigi, sfibrati, gonfi e creschi, divisi in due gonfie code coi fiocchi rossi. Una gonna lunga a campana, bianca, con sottili righe verdi, come la balza. Calzini corti bianchi e vecchie scarpe rosse di vernice, con il tacco. Occhi innocenti sbarrati. La bocca sottile, stretta in una smorfia che non sa essere un sorriso, storta, deformata, bagnata ogni tanto dalla punta della lingua. Tiene in braccio un vecchio bambolotto (sapremo più tardi che si chiama Mario), gli rigira un dito nell’occhio.
Alla sua destra Zizzi. Capelli grigi, a spazzola, la barba, un sorriso dolce e sdentato. Calzoni corti al ginocchio, calzettoni arancione, scarponcini consunti, di un altro tempo. Alla sinistra Zuzzo, grasso e grigio, con un maglione a grosse righe rosse e bianche. Tutti e tre portano enormi fiocchi rossi, di stoffa, e grembiuli un tempo bianchi, ormai troppo piccoli. Ognuno di loro ha una cartella, marrone, si direbbe di pelle, con il nome scritto sopra (ma lo vedremo solo alla fine). Tutto è in scena, dall’inizio, eppure la magia delle luci svela l’orrore poco a poco, illuminando e così facendo apparire ogni particolare di un degrado quotidiano, materiale, mentale e morale, che si trascina anno dopo anno.
Trasaliscono tutti e tre insieme, sbarrano lo sguardo, assente, verso il pubblico, ma senza vederlo, cercando qualcuno. Tremano, nei gesti immobilizzati. Non possono muoversi i bambini. Lo ha detto la mamma. E loro non si sono mossi, da decenni, non sappiamo quanti. Sembrano non avere percezione dello scorrere del tempo, scandito dall’ultima azione che ciascuno di loro compiva quando è andata via la mamma.
I capelli si sono ingrigiti, le barbe sono cresciute, il mestruo (si immagina, ma non se ne fa parola) sarà giunto e sparito, le dita si sono deformate, le schiene incurvate, le articolazioni anchilosate, i denti sono caduti e le voci sono diventate biascicanti, ma loro sono lì, con le voci in falsetto di bambini mai cresciuti, a far merenda, a risolvere un cubo di Rubik tutto bianco, a sferruzzare una sciarpa rosso cupo che non si disfa mai. Attendono. Hanno consumato tutta la vita nell’attesa, nell’attesa della mamma, nell’attesa di diventare grandi. “Quando arriva la mamma? – Quando saremo grandi. – Allora c’è tempo!”.
Il dramma cupo e angosciante si consuma giorno dopo giorno, negli stessi discorsi, nelle stesse merende, negli stessi libri letti fino alla consunzione delle pagine. Poi d’improvviso la svolta, quella che sembra la svolta. Zozza supera il confine, mentre Zizzi continua a leggere ossessivamente “Stella stellina, la notte si avvicina...”, le linee di confine prendono vita, il guinzaglio si scioglie, i bambini creano un nuovo spazio, un nuovo confine e Zozza urla, liberatoriamente, “Ce l‘ho fatta!”. E invece no. Non ci riesce. Nessuno di loro ci riesce. Non riesce ad andare oltre quei limiti, imposti dalla mamma, fatti mantenere da Zuzzo e ormai introiettati anche dagli altri due. Zozza si accascia, piagnucola, non si sa se perché ha provato ad oltrepassare il limite o perché non è riuscita a oltrepassarlo. Zizzi l’aiuta, la fa rialzare, di nuovo danzano, ma è una sorta di requiem questa volta. Rimettono a posto le strisce, ritracciano esattamente gli stessi confini. Ritornano all’ordine. Attendono invano. Per sempre. Felici e rasserenati di essere tornati alla condizione di minorità, di non scelta.

 

 

Quando saremo GRANDI!
da un’idea di
Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi
regia Fabiana Iacozzilli
regista assistente Giada Parlanti
assistente Emanuela Lumare
con Simone Barraco, Matteo Latino, Ramona Nardò
costumi Cecilia Blixt
disegno luci Davood Kheradmand
trucco Erika Turella
presenta Lafabbrica Compagnia
con il sostegno di Ex-lavanderia e Sycamore-t company
lingua Italiano
durata 1h
Napoli, Teatro Elicantropo, 21 febbraio 2013
in scena dal 21 al 24 febbraio 2013

 

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