"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 22 Febbraio 2013 11:41

CICLO BERGMAN (parte III) - Il Volto

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“Nel nostro mestiere spesso ci accorgiamo di destare attrazione finché siamo mascherati. Quando ci vede alla luce delle nostre esibizioni e rappresentazioni, la gente crede di amarci. Ma se ci mostriamo senza maschera, siamo tramutati in men che niente. Sono solito dire che noi siamo noi stessi al cento per cento solo quando ci troviamo sul palcoscenico”.

(Ingmar Bergman)

 

Dopo l’enorme successo de Il settimo sigillo e soprattutto Il posto delle fragole, Bergman si provò nella realizzazione del suo nuovo lavoro intitolato Alle soglie della vita. Siamo sempre nel 1957, lo stesso anno de Il posto delle fragole. E già, perché Bergman è stato un autore instancabile (se diamo un’occhiata alla sua produzione complessiva viene da chiedersi come abbia fatto ad avere una vita privata). Il film comunque non ebbe particolare attenzione, né di pubblico, né di critica, e venne presto accantonato tra le sue opere considerate minori. Ma Bergman è artista dalle risorse quasi disumane, si immerge immediatamente nella stesura di una nuova sceneggiatura e la nuova opera comincia a muovere i primi passi. La sua iperattività artistica sembra palesare un’insofferenza ed un’incapacità del normale vivere quotidiano. Un uomo che non ha abbandonato mai le sensazioni e le memorie dell’adolescenza. Nella sua autobiografia infatti scrisse:

“In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà”.

Il simbolismo della maschera sta alla base della sua opera successiva, Il volto (1958). Un film complesso, di difficile interpretazione. Lo stesso autore, del resto, aveva nelle intenzioni quella di rappresentare l’ambiguità e la menzogna. Il film è tutto giocato sul rapporto tra apparizione e realtà razionale rappresentati dallo scontro tra l’illusione della magia e l’illuminazione della scienza. Di fondo, ma essenziale anche per dare nuova linfa all’enigmatico dualismo tra illusione e realtà (apparire ed essere), la pirandelliana metafora della maschera più volte citata nella sua filmografia. Nel 1953 Bergman aveva messo in scena a teatro Sei personaggi in cerca d’autore, aveva quindi sicuramente grande conoscenza del nostro drammaturgo. Nelle intenzioni del regista dunque mostrare la falsità e la bassezza nascoste dal “volto” umano. Un volto che, costretto dalle convenzioni sociali e dalle vicissitudini, si copre costantemente con una maschera fino a diventarne un tutt’uno. Il regista sintetizza (alla maniera pirandelliana) tale dicotomia con la figura dell’attore. Protagonisti della vicenda, che si svolge nella prima metà dell’Ottocento, sono un gruppo di saltimbanchi, precisamente degli illusionisti. Capo della compagnia, il dottor Vogler (il quale quando è in presenza di altri indossa parrucca e barba finta, e soprattutto finge di essere muto), gli altri membri sono Aman, un giovane dai lineamenti gentili (in realtà è una donna, si chiama Manda ed è la moglie di Vogler, ma in pubblico finge di essere un uomo), poi c’è una vecchia veggente, l’inserviente Tubal ed il giovane Simmons che ha il compito di guidare la loro carrozza di città in città. Il gruppo, giunto al posto di blocco di un nuovo paese, viene portato dal capo della polizia. Presenti all’incontro ci sono anche il console e soprattutto il medico Vergèrus che fa professione di fede nella scienza e nel positivismo iniziando a deridere quel gruppo di teatranti. Lo scontro tra Vergèrus e Vogler costituisce l’intelaiatura centrale di tutto il film, attorno al quale ruotano tutti gli altri personaggi. Il cocchiere, ad esempio, si innamora della servetta del palazzo, l’inserviente Tubal fa la corte alla capocuoca, la vecchia veggente rincuora con canzoni e talismani un’altra giovane serva impaurita dai tuoni. Insomma, tante piccole storie che fanno del film una sorta di commedia corale. Possiamo infatti parlare di vera e propria commedia, l’opera presenta diversi momenti divertenti, le scene amorose, un po’ boccaccesche, alleggeriscono notevolmente gli attimi di tensione che invece creano i ripetuti scontri tra Vogler ed il medico (ricordiamo che Vogler finge di essere muto, quindi controbatte alla dialettica del medico prima soltanto con sguardi inquietanti, poi con la forza fisica delle sue braccia). Ad ogni modo, il fascino che questo gruppo di saltimbanchi esercita su tutti i presenti al palazzo è innegabile. Ognuno, chi per un motivo, chi per un altro, è incuriosito da loro. Anche lo stesso medico Vergèrus dimostra grande interesse (mescolato certo a disprezzo) verso costoro: “Voi rappresentate quello che detesto più di tutto: l’inspiegabile” dice il medico quando gli viene chiesto perché si interessasse tanto a loro. La figura del teatrante è molto in linea con l’idea che abbiamo acquisito di Bergman. Lo stesso regista scrisse, a proposito del suo periodo in teatro a Malmö: “Furono anni di lavoro e di vita bohèmienne. Bibi Andresson ed io abitavamo in un quartiere che si chiamava Sjàrnhusen, presso Limhamnsvàgen. Il nostro era un piccolo appartamento di due stanze e mezza. Vivevamo in teatro, eccetto quando si era liberi, il martedì sera, dagli spettacoli e dalle prove”. Il volto, spiega il regista, ha una genesi strettamente legata alla totale dedizione al teatro di quel periodo e alla convivenza con Bibi Andersson. Entrambi vivevano solo per il palcoscenico, l’idea quindi di rappresentare un gruppo di girovaghi guidati da un illusionista era perfetta. Gli artisti infatti, secondo Bergman, non sono altro che degli illusionisti che giocano tra loro e con il pubblico: “il cinema è per me un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà che quanto più vivo tanto più mi appare illusoria. Quando il film non è un documento, è un sogno”. Ritornando ai fatti filmici, approfittando di un incidente durante una rappresentazione dimostrativa davanti al capo della polizia, al medico ed agli altri del palazzo, Vogler si finge morto. Il medico Vergèrus può quindi effettuare la tanto desiderata autopsia sul suo corpo. Non si accorge però che il cadavere è stato sostituito con quello di un ubriacone che i saltimbanchi avevano caricato precedentemente sulla carrozza durante il viaggio. A questo punto inizia la vera rappresentazione: Vergèrus inizia a stilare il rapporto autoptico e una serie di strani fenomeni si susseguono nella stanza: un occhio nel portainchiostro, una mano mozza che sfiora la sua, uno specchio che mostra un immagine inquietante e che si frantuma in mille pezzi. Il povero dottore cerca di mantenere la calma e ragionare, ma intanto delle forti braccia lo afferrano dalle pareti. Alla fine Vergèrus, in preda alla paura, scappa via urlando e cadendo goffamente. L’illusionista ha vinto (almeno per ora), ha dimostrato l’inesplicabilità dei fenomeni, la possibilità di una realtà paranormale, o quanto meno la sua apparenza, la sua illusione. Vergèrus, ancora visibilmente provato in viso, si giustifica: “Ho solo avuto paura della morte”.

La metafora della maschera sembra coprire ambiguamente il film stesso. L’opera infatti non mostra chiaramente quale direzione indicare tra realtà razionale e realtà paranormale, la magia e l’illusione confondono lo spettatore fino al punto da non capire più quando si tratti di finzione e quando di realtà (la vecchia, ad esempio, ha davvero delle premonizioni). Appare comunque abbastanza chiara la critica ad un illuminismo troppo fiero e presuntuoso fino alla prepotenza dando agli esponenti della parte razionale del film (Vergèrus in testa) un’aria da inquisizione. Ad ogni modo, poco dopo il medico si prenderà la sua vendetta su Vogler. Quando questi si presenterà a lui dicendo che la sua compagnia sta andando via, ma è rimasta senza soldi, Vergèrus fingerà di non conoscerlo (Vogler ha tolto barba e parrucca, e soprattutto parla), poi con disprezzo ed alterigia gli butta una moneta ai piedi. Mentre stanno per lasciare il paese, una serie di uomini in abiti regali li fermano e li avvisano che il Re in persona, saputo della loro presenza, vuole che si esibiscano a corte. Il film si conclude con il gruppo in viaggio verso la nuova eccitante meta.

Nelle intenzioni del regista c’era probabilmente l’idea di fare un film complesso, come poi è risultato. Quasi un film sgradevole, nel senso che il piano metaforico, rappresentato dalla maschera, dall’illusione della magia (e del cinema) poteva confondere lo spettatore a tal punto da non piacere. Una sorta di scherzo, una semplice fantasia del regista, che ormai grazie al successo ottenuto in precedenza poteva concedersi ogni tipo di produzione. Questa almeno era la prima impressione che Bergman confidò a prodotto finito. Del resto poi, ha sempre avuto un rapporto non idilliaco con i critici cinematografici e soprattutto teatrali. Ha sempre rimproverato loro di conoscere poco la fatica dell’artista. “Per me, teatro e cinema, quando raggiungono la perfezione, assomigliano alla respirazione che ognuno di noi fa in modo naturale”.

Un processo naturale che i critici non possono cogliere. Premi e riconoscimenti sono quindi il frutto più del caso che di una valutazione obiettiva. Ebbene, presentato al festival del cinema di Venezia del 1959, il film ottenne un inaspettato consenso di critica. Il Leone d’Oro lo vinsero “ex-aequo” La grande guerra di Monicelli e Il generale Della Rovere di Rossellini, mentre Il volto ottenne il premio speciale della giuria come miglior regia, originalità poetica e stile, ma soprattutto il premio Pasinetti, assegnato come miglior opera della rassegna dai giornalisti in polemica con il festival. Il volto rimane dunque uno dei film più importanti ed apprezzati dell’autore, nonostante lo stesso si sia cimentato questa volta in uno stile più leggero. Parliamo comunque di un intellettuale autentico, un artista capace ancora una volta di raggiungere, anche in un contesto apparentemente più scherzoso come questo, momenti di lirismo altissimo, come nel monologo recitato dall’alcolizzato ormai in fin di vita ad un Vogler accorso ad aiutarlo: “Io ho sempre rivolto una preghiera: ‘guidami Tu sulla Tua strada’, ma il Signore non ha mai capito quale schiavo devoto e fedele avesse trovato in me, e così non mi ha guidato. No, no… È tutta una menzogna. Giorno su giorno su giorno, uno avanza incontro all’oscurità e questo procedere è la sola verità che esiste”.

 

Retrovisioni

Ansiktet (Il volto)

regia Ingmar Bergman

con Max von Sydow, Ingrid Thulin, Gunnar Bjòrnstrand, Bibi Andersson, Naìma Wifstrand, Brigitta Petterson, Erland Josephson, Ake Fridel

produzione Svensk Filmindustri

sceneggiatura Ingmar Bergman

paese Svezia

lingua svedese

colore b/n

anno 1958

durata 97 min.

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