“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Sabato, 25 Luglio 2015 00:00

Gli spazi condivisi

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Nel bellissimo chiostro della chiesa di San Domenico Maggiore di Napoli, è andato in scena lo spettacolo di Laura Angiulli, già tanto acclamato in Italia ed all’estero, Il Baciamano. Il testo è di Manlio Santanelli, le scene di Rosario Squillace, che con l’Angiulli dirige il Teatro Stabile di Innovazione Galleria Toledo, le luci di Cesare Accetta e l’interpretazione di Alessandra D’Elia – bella, precisa e divoratrice di parole e sentimenti – e Stefano Jotti – fine, poetico e leggero.

La storia è ambientata al tempo della rivoluzione napoletana del 1799, in particolare nella casa di una donna, espressione del “popolino” napoletano, infelice, arrabbiata, insoddisfatta e sottomessa al marito. La donna è dedita a fare la classica vita da moglie e madre, alle prese con la cucina, con la solitudine e con l’ignoranza e l’impossibile libertà di espressione.
La D’Elia parte di spalle, seduta su un barile, è già in scena prima che il pubblico prenda posto, quando le luci posizionate ai lati del palco, la illuminano e lei si anima di energia, iniziando a parlare in un napoletano molto stretto, senza nessuna esitazione, sviscerando una parola dopo l’altra senza soluzione di continuità. Il marito è fuori a far casino in mezzo alla rivoluzione e lei ha un compito grosso da svolgere: cucinare per pranzo un Giacobino. E qual è il modo migliore per cucinarlo? Allo spiedo, in brodo o in salsa francese? Mentre la donna decide, trafficando con gli arnesi da cucina, il Giacobino, incatenato nelle mani e nei piedi, medita la morte migliore. “Se devo morire, almeno vorrei che avvenisse con l’onore che mi contraddistingue”.
Lui è un uomo di alti costumi e pensieri, poetico, crede nei valori dell’uomo e della famiglia, nella grazia femminile. Lei è sempre più rozza ma i due sembra che abbiano voglia di accogliersi l’un l’altro: nella disperazione comune potrebbe celarsi la salvezza. Nel cercare di cogliere l’indugio sul modo di essere cucinato, il Giacobino chiede alla donna di raccontargli una storia, una storia che si rivelerà mostruosa ed oscura. Il Giacobino cerca, allora, di parlare al cuore della donna, ne sente in empatia la sofferenza e ne ha compassione, chiede se le può essere utile e scopre le sofferenze che lei si porta dentro, la voglia di nobiltà, di valori veri, rivela, infatti, che la pratica del baciamano è una cosa che non ha mai provato e che le dà una gioia immensa. ”Bene”, dice Il Giacobino, te la farò provare se mi sleghi” e la donna cade nella trappola, ma ormai l’uomo si è affezionato alla sua sofferenza e non potrebbe mai ribaltare la situazione solo a favore personale.
Insomma, i due si sopportano e supportano per delle ore, si danno delle possibilità insieme fino a che lui scopre che un giovinetto amato è finito in un’altra casa popolare napoletana pronto ad essere mangiato ed allora capisce che la causa giacobina è ormai morta e che davvero non vale più la pena di vivere e chiede sua sponte di farsi incoltellare al calar del buio, proprio nel momento di maggiore suspense.
Ma come, alla fine, lui muore davvero? Il pubblico si chiederebbe, ma non credo che questo sia importante, quanto invece il percorso che due vite, nel momento di piena sofferenza e disperazione, hanno condiviso insieme in un incontro-scontro-scambio reciproco.
L’indugio, in punto di morte, è la chiave per la riflessione, meglio se fatta in due, ed è quella chiave che permette di chiarirsi un’intera vita e la non casualità di essa. La donna sembra spacciata, costretta al baratro dell’ignoranza e dell’asservimento ed invece, grazie al suo nemico, vive un giorno da vera donna, degna di considerazione e di valore, ricevendo addirittura il trattamento del bacio della mano, da lei percepito quasi come un evento orgasmico, un forte cumulo e liberazione di energia.
Il Giacobino, invece, percepisce la brutta fine che sta facendo il genere umano e decide di affrontare la situazione con leggerezza, poeticità ed una spruzzata di acqua di colonia francese.
Il testo, apparentemente semplice, contiene, all’interno di un percorso storico, due percorsi interiori molto importanti e veri, prototipi dei percorsi di ogni uomo e donna e l’essere in una casa piena di pentole e cattivo odore può essere il luogo giusto per definire le vite delle persone. Magari, dopo tutto questo, lui sarà ucciso da lei, ma quell’apertura di tempo e di spazio ha donato ad entrambi una coscienza tale da poter affrontare sia la vita che la morte.

 

 

 

 

 

 

Estate a Napoli
Il baciamano
di
Manlio Santanelli
regia Laura Angiulli
con Alessandra D’Elia, Stefano Jotti
scene Rosario Squillace
luci Cesare Accetta
produzione Il Teatro coop.
lingua italiano, napoletano
durata 1h
Napoli, Chiostro del Convento di San Domenico Maggiore, 21 luglio 2015
in scena dal 20 al 30 luglio 2015

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