"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 16 Luglio 2015 00:00

Dono poco gradito

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Sarà che la scrittura di David Foster Wallace si presta particolarmente a prendere sembiante scenico, sarà anche che si tratta di un autore il cui successo e – diciamolo – anche il suo ascendente presso il lettore contemporaneo conosce una crescita montante e sarà anche che, contestualmente, si registra una sostanziale penuria di nuove scritture per il teatro, ma sta diventando pratica usuale, oltre che confrontarsi con il classico, anche tentare riduzioni drammaturgiche di opere letterarie nate scritte per vivere lette.

E, nel contemporaneo che s’apparenta al postmoderno. David Foster Wallace rappresenta un punto di riferimento, cosicché non sorprende più di tanto ritrovare le sue parole farsi scena per almeno la terza volta nell’arco di una stagione teatrale (e parliamo soltanto della nostra personale esperienza di spettatori “professionalizzati”). Nella fattispecie, a mettere in scena Il dono al Fringe E45 è la compagnia romana BluTeatro, che proprio con Wallace – e con esito sostanzialmente positivo – avevamo visto alle prese con Verso Occidente l’Impero volge il suo corso, probabilmente segno di un’attenzione precipua alle possibilità drammaturgiche insite nell’opera dello scrittore nato ad Ithaca.
Senonché, se in Verso Occidente ci eravamo trovati di fronte ad un tentativo congruo di messa in scena, che imbastiva in palco un impianto drammaturgico in cui sostanziare la narrazione scritta, con Il dono ci troviamo dinanzi ad un esperimento non riuscito; non riuscito perché non riesce a traslare in compiutezza scenica la parola scritta da cui parte, che viene compitata come un esercizio declamatorio, non adeguatamente sorretto da un lavoro di rielaborazione drammaturgica e nemmeno da un intervento registico che valesse a ispessirlo di sostanza visiva.
A succedersi sulla scena del tutto nuda è così una sorta di quadreria bidimensionale, che recita la lezione mandata a memoria dei testi di Wallace, con aderenza verbale ai limiti della pedanteria, partendo dagli scritti che aprono Brevi interviste con uomini schifosi (di cui fa parte anche Il dono, racconto che dà il titolo alla messinscena e che però stranamente non troverà spazio in questa rappresentazione) e percorrendone il testo in una serie di frammenti che poi si susseguono con qualche inversione dell’ordine.
Il tutto avviene su scena con ricorso alla verbalità preponderante; pochi gli accorgimenti scenici degni davvero di nota; appare persino incongruo, laddove per contro si ricerca una aderenza totale, constatare che si cita una marca di costumi da bagno (come da testo) ed in scena campeggia invece la griffe di altra marca stampata su detto costume. Per il resto, la parte “muta” delle intervistatrici – le cui domande nel testo di Wallace hanno forma d’omissione – è esplicata in scena da un cerotto che tappa loro la bocca a mo’ di bavaglio.
Le Brevi Interviste, Ottetto, Per sempre lassù, giusto per citarne alcuni, animano – senza mai davvero mostrare un’anima – la partitura scenica di questa riduzione wallaciana; riduzione sin troppo ridotta, che si limita ad inscenare quel che è scritto esplicitandolo con pedissequo filologismo:  non basta un cerotto a suggerir l’espunzione delle domande, così come non basta far comparire le manette in scena per evocare – se non in maniera prevedibile – la Breve Intervista n. 46.
Sembra centrale, nelle intenzioni di BluTeatro, l’intento di rendere centrale la componente antropica che compone la galleria di tipi umani che compongono l’allucinato universo postmoderno raccontato da David Foster Wallace; spiegheremmo così la scelta di una scena spoglia, con accessori ridotti all’essenziale, così come essenziali e congrui appaiono i raccordi musicali, validi collanti sonori per una quadreria di fine millennio. Il tutto però deve scontare la pesantezza di una verbosità incapace di affrancarsi dalla pagina scritta per reggersi in scena sulle proprie gambe, protraendosi invece in una salmodiante riproposizione, fedele quanto si vuole, ma appiattita in un formato prevalentemente declamatorio, che non mostra mai un cambio di ritmo capace di imprimere una sterzata allo spettacolo e che induce lo spettatore della messinscena – ed il lettore di Wallace – ad interrogarsi sulla effettiva validità di un spettacolo che ripropone all’ascolto in forma appiattita ciò che con più gusto sarebbe più plausibile leggere.
Mentre tiepidi applausi accompagnano la fine dello spettacolo (dalla consistenza invero ipertrofica), lasciamo la Sala Fringe di Castel Sant’Elmo ribaltando il meccanismo delle risposte esplicite a domande omesse di Brevi interviste con uomini schifosi, chiedendoci proprio quale sia il senso di una riproposizione scenica così statica e monocorde che non dona allo spettatore alcunché in più di quanto già non possegga il lettore, effettivo o potenziale che sia.
Ad essere omessa, in questo caso, è la risposta.

 

 

 

 

Fringe E45
Il dono
liberamente tratto da Brevi interviste con uomini schifosi
di David Foster Wallace
adattamento e regia Luca Bargagna
con Viviana Altieri, Vincenzo D’Amato, Elisabetta Mandalari, Luca Mascolo, Alessandro Meringolo, Massimo Odierna, Sara Putignano
costumi Luna Peri Proto
musiche di repertorio ed elementi di scena Edoardo Aruta
light designer Andrea Tocchio
progetto grafico e web Francesco Morgante
organizzazione BluTeatro Maria Piccolo
produzione Compagnia BluTeatro
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival
lingua italiano
durata 1h 55’
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Fringe, 25 giugno 2015
in scena 25 e 26 giugno 2015

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