"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 15 Luglio 2015 00:00

“Sono un aedo e raccontare è il mio mestiere”

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Il teatro è sacro. Lo sapevano bene gli antichi. Lo sapevano i nostri più antichi antenati, quando caricavano di forza magico-simbolica le rappresentazioni animali sulle pareti delle grotte. Lo sapevano i Greci. Lo sapevano tutte le culture antiche in cui l’indossare una maschera implicava l’accesso ad una dimensione limbica sospesa tra la vita e la morte. I Romani utilizzavano il termine persona,da personare (in questo caso amplificare il suono della voce). L’attore ad ogni modo esce da se stesso, muore al suo io abituale, per assumere un’altra identità.

Il teatro cui siamo abituati, noi disincantati uomini e donne moderni, è ormai soprattutto rito sociale, nei luoghi codificati. Talvolta però, spesso complice la stagione estiva e la calura, che implicano la chiusura degli stabili, può capitare di accedere nuovamente ad una dimensione più primigenia del teatro, alla voce di un uomo che racconta, la sera, delle storie ad un cerchio di altri uomini e donne e bambini. Le Cantine dell’Averno ospitano quest’anno una piccola rassegna teatrale, offrendo aria pulita, profumo di campagna, filari di viti, altalene per i bambini, assaggio di prodotti, ma soprattutto la possibilità di allontanarsi per qualche ora dalla dimensione mondana dell’area flegrea, centro della movida estiva. Non è semplice giungere, per i nuovi adepti, ma dopo una breve discesa tra ripidi tornanti si giunge alla meta, al silenzio. Alzando lo sguardo si percepisce il bordo del cratere dell’Averno, si pensa ai Giganti, alla terra che ribolle, alle vite che si sono succedute. Si incontrano sguardi festanti, bambini ancora eccitati dalla visione dello spettacolo di Cappuccetto Rosso, in chiave “ironicizzata” è quel che mi racconta una di loro. L’attesa è piacevole, si perde la dimensione funzionale dell’arrivare in un luogo per raggiungere un fine, ma piuttosto si armonizza il proprio respiro con ciò con c’è intorno, con chi si ha intorno. Si guardano i conigli, le galline, il cavallo, si vede la luce cambiare, l’azzurro del pomeriggio tingersi lentamente del giallo della sera. Si vedono Giove e Venere fronteggiarsi luminosi nel cielo ancora incerto tra il giorno e la sera. Infine ci si avvia verso lo spazio che fungerà da teatro. Ci si ferma in uno spazio aperto, balle di paglia sono morbidi sedili disposti a semicerchio. Sullo sfondo il cielo serale, che ormai cede il posto alla notte, è inquadrato da un arco, lacerto di una struttura che si intravede in lontananza, definita come tempio di Apollo (del resto siamo a Cuma...).
“Avevo visto anni di guerra e per anni avevo sentito i lamenti degli uomini che morivano (...). Se non avete paura delle favole ascoltate questa”. Si odono queste parole risuonare sulla scena vuota, poi la voce assume le sembianze di corpo, quello di Stefano Jotti. Un uomo solo in scena, carico di anni, carico del racconto di anni di guerra. Indossa un completo nero, stivaletti grigi di pelle, una “maglia della salute” bianca sotto.
La parola è magia e del resto il mondo, secondo alcuni, non è altro che il prodotto della parola di Dio, flatus vocis.Il vecchio aedo racconta la guerra, i suoi campioni, l’atmosfera numinosa che accompagna pensieri e parole di Greci e Troiani, sempre alla ricerca di un prodigio, di un segno, di qualcosa che giustifichi o avalli le loro azioni. I suoi occhi e i suoi gesti sono pieni. L’uomo è solo in scena, ma un suo sguardo è in grado di evocare l’altro, le sue mani sembrano piene, le braccia che sollevano il corpo di Ettore in scena sono cariche del peso di quel corpo, che non c’è, ma è come se ci fosse. Descrive lo scudo di Achille, con i suoi due strati di bronzo, due di stagno e in mezzo uno strato di oro, sul quale si fermò la lancia di Enea, che aveva osato sfidarlo. Lo vediamo davanti ai nostri occhi quello scudo, l’immagine si materializza davanti ai nostri occhi, evocata dalle parole. Racconta anche il torpore di Achille l’aedo: l’eroe ha intimato a Enea di fuggire, non è con lui che vuole misurarsi, lo considera un ragazzino, e poi cala come una nebbia soporosa su di lui, fino a quando Enea fugge. “Sarà stata sicuramente una magia”, commenta l’eroe, “gli dèi devono essere favorevoli a questo giovane”, o ancora “La mente di Achille si perse nei pensieri”. Allo stesso modo Achille ritiene che siano stati gli dèi a permettere al vecchio Priamo di penetrare impunemente nel campo greco, muovendosi invisibile come un fantasma, giungendo fino alla sua enorme tenda, con la porta di legno. In onore degli dèi gli permetterà di recuperare il corpo del figlio e soprattutto, glielo farà fare per pietà, nel senso latino della pietas: Priamo ha evocato suo padre, gli si è posto davanti come un padre, il biondo eroe non può che baciargli le mani e ordinare alle donne di pulire e preparare quel corpo straziato, quel corpo che lui ha straziato per giorni attorno alle mura di Troia, dopo averne bucate le caviglie, legato alle ruote del suo carro. E poi la morte di Achille, l’inganno del cavallo, l’incendio di Troia, lo stupro di Cassandra, la disperazione di Ecuba, la morte di Astianatte...
Scopriamo che il vecchio aedo è Demodoco, alla corte dei Feaci. Lo straniero, il naufrago, Ulisse/Odisseo ha ascoltato con occhi bagnati di pianto e pieni di colpa il racconto di quelle gesta, anche delle sue gesta. Ha rivisto se stesso, si è ritrovato, si è sentito vecchio e stanco e ha sentito ancora più lancinante il bisogno di tornare a casa, la sua casa, il suo centro. Ma ora è il suo turno di raccontare. E qui Stefano Jotti cambia registro, servendosi di uno spettacolo donatogli da Tonino Guerra e intitolato Il grande racconto. Avrebbe potuto continuare sulla stessa onda epica, ma non sarebbe stato possibile mantenere la tensione allo stesso livello, perché una volta espresso tutto l’orrore della guerra bisogna fermarsi. Il viaggio di Odisseo invece rivive nelle parole romagnole e negli occhi stralunati dello scemo del paese (... ecco il motivo della “maglia della salute” sporca e sbrindellata sotto l’abito scuro), che racconta dell’Ulisse, che era curioso. Racconta dell’isola dei Lotofagi, di Polifemo, delle Sirene (anzi, lui dice le “serene”), che vede modernamente come metà donne e metà pesci. Gioca con la mimica e la metateatralità, come quando fa dire a Polifemo. “Chi siete voi?”, con voce bassa e profonda, poi si ferma, aggiunge: “Si può fare meglio” e ripete la battuta con voce ancora più profonda e gutturale, provocando il riso liberatorio di adulti e bambini. Il tempo vola, l’aedo/matto si ferma: “E adesso io potrei andare anche avanti, ma ho finito”.

 

 

 

 

Sulle sponde dell'Inferno
Il cavallo di legno
di e con
Stefano Jotti
lingua italiano, dialetto romagnolo
durata 55’
Pozzuoli (NA), Le Cantine dell’Averno, 11 luglio 2015
in scena 11 luglio 2015 (data unica)

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