“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Martedì, 14 Luglio 2015 00:00

Cappuccetto Rosso e la rivincita della nonnina

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Perchè possa comunicare appieno i suoi messaggi consolatori, i suoi significati simbolici, e, soprattuto, i suoi significati interpersonali, una fiaba – come afferma Bruno Bettelheim – dovrebbe essere raccontata piuttosto che letta. La flessibilità di una narrazione rispetto alla mera riproduzione della forma stampata assicura quel coinvolgimento emotivo che permette all'ascoltatore di entrare attivamente nella storia e di instaurare un legame empatico con i personaggi. Far diventare una fiaba un 'fatto teatrale' è un'evoluzione ulteriore della narrazione, e crea un'alchimia tridimensionale all'interno della quale il testo originario degrada a mero pretesto di un processo creativo manipolatorio il cui fine non è tanto 'far-sapere' ma anche, e soprattutto, 'far-credere'.

La popolarità della favola di Cappuccetto Rosso è tale da renderla il perfetto punto di partenza per un'operazione teatrale performativa che lungi dal limitarsi a tradurre ed illustrare diligentemente un testo fin troppo noto, interviene su di esso per sottrarlo all'appiattimento dell'usura del tempo, restituendogli lo spessore comunicativo di una messa in scena anomica e dissacrante che attraverso continue scelte derogatorie ottiene stupore e ilarità.
Ed è esattamente questo che la compagnia La Mansarda dell’Orco ha portato in scena nel suggestivo scenario bucolico delle Cantine dell'Averno, ritagliando uno spazio teatrale nel folto di un vigneto ha dato nuova vita alla favola dell'incantevole e "innocente" ragazzina inghiottita da un lupo famelico e miracolosamente riemersa illesa dal ventre del suo divoratore.
Ecco, già su questo dettaglio bisogna riconoscere ed apprezzare l'intervento manipolatorio introdotto in questa rappresentazione. Ebbene, sia nella versione di Perrault che in quella, successiva, dei fratelli Grimm, il lupo in questione ha dei bei dentoni, lo intuiamo infatti dalle parole della bambina e dalla sua sorpresa innanzi alle insolite fauci della nonnina. Tuttavia, se è abbastanza plausibile che una balena possa inghiottire un umano senza ledergli un capello, lo è molto meno quando l'animale fagocitatore è di dimensioni molto più ridotte ed è altresì munito di denti affilati. Non credo che esista bambino che non sia rimasto un po' perplesso di fronte all'invulnerabilità agli oggetti taglienti di nonna e bambina, anche perché le attenzioni del cacciatore nel rimuoverle dal lupo senza danneggiarle dimostrano il contrario.
In questa rappresentazione viene subito chiarito che il lupo non ha i denti, è sdentato, quindi costretto come i pitoni ad inghiottire le sue prede intere. Il lupo, inoltre, è metafora, che nella versione di Perrault è resa più che evidente dalla poesiola finale che espone la morale della storia: "Le bambine non devono prestare ascolto agli sconosciuti... In quanto ai lupi, sono dei tipi più vari, e i più pericolosi di tutti sono quelli gentili, soprattutto quelli che seguono le ragazzine per le strade, e perfino dentro le loro case". Pertanto il lupo, ad eccezione di coda e mezzi guanti di pelliccia, si è spogliato del pelame mostrandosi nella sua reale natura antropomorfica di guitto decaduto. Il nostro lupo è un commediante consumato, un bugiardo goldoniano che si serve della sua arte per irretire e sedurre bambine disubbidienti sprezzanti del pericolo, e Cappucetto Rosso è la sua preda ideale. Vivace e curiosa ha tutte le intenzioni di cadere nelle trappole che le sono state ampiamente illustrate dalla mamma, inseguendo il suo piacere devia da tutti i percorsi che le vengono raccomandati e, come il lupo, è una bravissima contastorie, un'attrice in erba, che giustifica le sue malefatte incolpando chi non può discolparsi. Per un cesto di uova rotte c'è un topo che scappa e che la fa cadere, a sua volta il topo è inseguito da un gatto che insegue ed è inseguito da un cane, e in questo periplo vorticoso finisce a terra anche il secchio del latte perché l'ultimo anello di questa fiera dell'est è ovviamente lei, l'ingenua bambina che rincorre il cane, che rincorre il gatto, che rincorre il topo.
Il cacciatore anticipa il suo ingresso in scena mostrando un'indole poco rassicurante, non c'è da stupirsi che la 'piccina' al solo vederlo lo scambi per il lupo, errore fatale ma non del tutto non intenzionale, il vero lupo è un cavaliere solitario in giacca e cappello, un gentleman, non bruto armato di schioppetto e coltello: "Mi ha scambiato per il lupo, io che son così bello, cos'avrà nel cervello?". I bambini sanno bene cos'è che ha Cappuccetto nel cervello, non lo sanno dire ma lo sanno, è la stessa materia frizzante che si anima nelle loro testoline: la seduzione della trasgressione è un richiamo troppo forte per essere ignorato.
La vecchia nonnina si riscatta da anni di brevi battute e ruoli secondari per diventare protagonista. Da un sondaggio effettuato alla fine dello spettacolo ho constatato che è lei, la vecchietta un po' matta, ad essere il personaggio preferito. Dovrebbe stare a letto ma non ci sta, vorrebbe andare al circolo del bridge e aspetta con impazienza la nipote per farsi un bel goccetto di vino. Sorda come una campana capisce sempre una cosa per un'altra e quando finisce in bocca al lupo – stupore – i bambini si struggono molto di più di quanto non faranno per Cappuccetto.
Per il finale è stata opportunamente scelta la versione edulcorata dei fratelli Grimm, ma con una sorpresa, la lezioncina morale questa volta è impartita dal lupo, la sua arringa è convincente e lascerà i piccoli spettatori a pensare su chi, in questa storia, siano le vittime e chi i carnefici, perché la risposta non è poi così scontata.
Lo spettacolo è interamente in versi abilmente assemblati e questo, unito alle musiche araldiche e ai ripetuti inseguimenti in stile 'carosello', gli conferisce un sottofondo di raffinatezza nostalgica che si amalgama perfettamente con l'intento ironico-parodistico. Bravi gli attori, tutti, che tra l'altro hanno saputo anche gestire la situazione, non facile, di un pubblico perlopiù in età da pannolino – ma già perfettamente deambulante – con idee progressiste in fatto di gestione degli spazi teatrali; insomma, recitare in versi e al contempo caricarsi in spalla gli spettatori per riportarli ai propri posti non dev'essere stato affatto facile.

 

 

 

Sulle sponde dell'Inferno
Cappuccetto Rosso
regia Maurizio Azzurro
drammaturgia Roberta Sandias
con Diane Patierno, Maurizio Azzurro, Gaetano Franzese, Roberta Sandias
scene Martina Piccola
costumi Emilio Bianconi per Alchimia
produzione La Mansarda dell'Orco
lingua italiano
durata 1h
Pozzuoli (NA), Cantine dell’Averno 11 luglio 2015
in scena 11 luglio 2015 (data unica)

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