“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 08 Luglio 2015 00:00

"Director's Cut": vinca il migliore

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Sala Assoli si presenta nera e spoglia ad accogliere la terza edizione di ImproTeatro. Nero l'assito, nere le quinte, nero il fondale. Nessuna scenografia, se non una sedia bianca da regista a sinistra, due bianchi sgabelli al centro, due cubi neri di legno e qualcosa che luccica argentato sulla destra (capiremo alla fine che si tratta della statuetta dell'Oscar). Nero e bianco sono gli unici colori (non colori...) in scena, alternatamente declinati negli abiti degli attori.

Qualsiasi scenografia sarebbe superflua o quantomeno incongrua, apparterrebbe al teatro costituito da un copione, da uno sviluppo, da un inizio e una fine stabiliti. Qui invece siamo nel regno dell'improvvisazione, nel senso migliore del termine. Sei attori entrano in scena dalla platea accolti dall'applauso del pubblico. Ciascuno di loro è un potenziale regista, ha una storia da raccontare, solo cinque di loro però potranno rappresentarla, solo uno di loro vincerà, conquistando il gradimento del pubblico, da misurare con l'applausometro inverso (ovvero si elimina il più applaudito). Qualcuno bara... e non alza la mano per l'effettiva durata dell'applauso, ma va bene così. Il pubblico freme, incalza, partecipa, molti sono a loro volta improvvisatori e giudicano, si direbbe, con occhio tecnico le storie. La rappresentazione si svolge come un contest: ad ogni turno ciascun regista presenta una scena del suo film, definita attraverso l'interazione degli attori e del pubblico, il cut con la mano del regista segna la fine della scena. Ad ogni turno il più applaudito finisce fuori gara.
Definire il format dell'improvvisazione teatrale è semplice e complesso al tempo: per certi versi si tratta di una versione contemporanea della Commedia dell'Arte, per la presenza di topoi e situazioni comunicative base, condivise dagli attori, tuttavia le situazioni sono potenzialmente infinite, in quanto determinate dai suggerimenti del pubblico e dalla continua interazione degli attori. La situazione narrativa si rigenera ad ogni battuta, si complica, si altera, segue sviluppi impreveduti e imprevedibili, come quando i genitori di Tesla Pinkerton arrivano in Australia a piedi, dalla Germania, o come quando nella commedia sexy all'italiana ambientata nel Far West un bambino dal pubblico chiede che si festeggi il compleanno di Gesù.
A ogni turno si elimina un regista, una storia, secondo meccanismi di gradimento che sarebbe interessante comprendere. L'elemento vincente non sembra essere la storia in sé, la situazione comunicativa, ma piuttosto la capacità tecnica di ristrutturare in pochi secondi la storia, mandare avanti l'intreccio e al tempo stesso mostrare scopertamente i meccanismi della costruzione scenica, gli stereotipi dei generi cinematografici, la natura fittizia di ciò che si vede in scena. Le voci, le espressioni, i dialoghi, le musiche, tutto appartiene al repertorio del già visto, del topos appunto, ricombinato come monemi semantici di una grammatica dell'espressione artistica. Gli ingredienti del nonsense e della metateatralità inceppano il luogo comune e forniscono il necessario frizzo che rende irrefrenabile la risata e perfettamente oliata la macchina scenica/contest. Il primo regista eliminato ad esempio, autore di un doppio film intimista, esordisce con "Probabilmente il mio film non vi piacerà, ma sinceramente non me ne frega un cazzo". Lo stesso sarà costante elemento di disturbo in scena, chiedendo di entrare anche se non previsto, ritagliandosi una parte anche non richiesto e, naturalmente, applaudendo per primo ad ogni votazione..
Il fenomeno dell'improvvisazione teatrale registra ormai un'impennata alle falde del Vesuvio, sala piena, pubblico partecipe e avvertito. Il teatro, a quanto pare, riempie le sale ormai solo sotto forma di evento o di gioco intelligente. La compagnia Cambiscena dal canto suo esibisce un sapere teatrale notevole, fatto di tempi comici, mimica, consapevolezza corporea. Non hanno bisogno di oggetti per materializzare la scena, basta mimarli o addirittura solo nominarli per farli esistere, anche il water, che non si vede perché è nell'angolo. Una volta creati col flatus vocis gli oggetti ci sono, si possono utilizzare, come il cavo della prolunga per l'interfono, ma una volta srotolato bisogna fare attenzione a non inciamparvi... I cinque registi esibiscono altrettante personalità, accenti, modi di condurre l'azione o farla condurre dagli attori, nella consapevolezza della finzione scenica del gioco.

 

 

 

 

ImproTeatro Festival
Director's Cut
produzione
Cambiscena
foto di scena Luigi Bartilotti
lingua
italiano
durata 1h 30'
Napoli, Sala Assoli, 4 luglio 2015
in scena 4 luglio 2015 (data unica)

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