“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Lunedì, 29 Giugno 2015 00:00

Caserta visibile

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Le città invisibili, da un’idea di Roberta De Rosa (Compagnia ARB Dance Company), è uno spettacolo liberamente ispirato all’omonimo testo di Italo Calvino, che è stato adattato alla nostra realtà campana e contemporanea. La regista, coreografa e danzatrice ha deciso di realizzare un video in vari luoghi del Casertano, rurali ed architettonici, in cui la danza valorizza e mette in luce problematiche paesaggistiche, bellezze e rivelazioni.

Nella prima parte dello spettacolo, dunque, il pubblico ha assistito alla proiezione del video, dove una voce maschile fa da guida attraverso i luoghi, trasformando le città calviniane nelle città campane in cui i ponti e le trasfigurazioni si susseguono attraverso rallentamenti, accelerazioni, sovrapposizioni e fermi delle immagini.
Il movimento dei passi di danza si insinua negli angoli degli spazi ed incrementa il focus spaziale ed antropologico, nonché paesaggistico e sociale. Al susseguirsi delle varie immagini, interessante è la parte dedicata alla città dell’Inferno, dove la voce narrante cita Calvino accanto alle immagini delle discariche di rifiuti che ancora dilagano in quei luoghi come in altri, per poi concludersi con l’immagine del mare, invito a cercare, seppur nell’Inferno, quello che l’Inferno non è, gocce d’oro, “chicche preziose e rare” come persone, affetti, emozioni, luoghi. La voce è calma e solenne, a volte più coinvolta, a volte dai tratti quasi ironici.
Poi, il buio, il video finisce, la musica sfuma, un uomo nell’ombra porta via il proiettore, lasciando al pubblico un minuto di riflessione e le luci si riaprono, illuminando parti di corpo di un manichino appese al soffitto, un busto, delle braccia e delle gambe. Ad un tratto entra in scena una donna, che cammina lenta, di profilo al pubblico, con in mano una valigetta: delinea linee geometriche nella sua “avanzata” verso gli spettatori. Arriva, dunque, all’estrema sinistra del palcoscenico e sembra iniziare ad animarsi, ha qualcosa da raccontare, ed inizia così un assolo in cui emerge la pressione sociale, lavorativa, convenzionale che l’individuo subisce nella propria città, il dover sottostare a certi ritmi, il sentirsi come un manichino, diviso nelle sue parti anatomiche. Ma più che una “denuncia” esterna, è un appello alla propria città interiore, al restare incatenato dentro se stessi senza riuscire a trasformare l’Inferno in felicità, in spirito di sopravvivenza, in gioia di vivere con serenità e leggerezza. La donna, precisa nello spazio, inizialmente, è mossa dalla valigetta che le direziona l’andamento dei movimenti, cade, si rialza, cerca di trovare la forza di opporsi, ma crolla debolmente ed ecco di nuovo quel buio, già familiare al pubblico, il suo spazio per riflettere, forse, questa volta, un po’ troppo lungo e rischioso nel far perdere la tensione. Ma la donna, la stessa, ritorna in scena: la valigetta l’ha già lasciata in un punto del palco, e adesso, più leggera, non può far altro che seguire il suo istinto, che, però ancora la direziona verso le convenzioni, ma che lei riesce a domare, appellandosi alla propria isola di città, l’unica in grado di renderla serena e se stessa. La donna, dunque, cerca di liberarsi animando il suo corpo ed utilizzando le gestualità convenzionali  per spezzare le catene del karma e la circolarità – fine a se stessa – delle possibilità di vita  per rendere, così, nuove ed altre tali possibilità, in una circolarità infinita.
Il lavoro è molto interessante, soprattutto nella realizzazione tecnica ed artistica del video, la parte danzata dal vivo potrebbe essere problematica nell’interpretazione da parte di un pubblico non troppo abituato alla danza, che potrebbe perdersi nel legame tra le due parti. Saper usare due linguaggi, come il video e la danza, richiede un’integrazione tra l’uno e l’altro e la tenuta di un filo conduttore che, nella sua tematica, si sviluppa sempre più, proprio seguendo l’andamento narrativo del racconto.
Le immagini del video, come quelle della discarica di rifiuti e dei luoghi casertani sono state un po’ lasciate a loro stesse, forse volutamente dalla regista, che ha voluto invece soffermarsi sull’aspetto emozionale delle immagini e poi della danza.
Come Le città invisibili di Calvino sono immagini fantastiche e fantasiose che celano la città di Venezia, nel lavoro della De Rosa, Caserta e le zone limitrofe, sono ampiamente visibili e sono inglobate nell’interiorità delle persone che le vivono.

 

 

 

 

Fringe E45
Le città invisibili
coreografie e riprese video
Roberta De Rosa
interpreti Roberta De Rosa, Martina Fasano

disegno luci e fotografia Maria Raucci
produzione Associazione Arabesque /ARB Dance Company
durata 40’
Napoli, Sala Assoli, 24 giugno 2015
in scena 23 e 24 giugno 2015

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