“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Sabato, 27 Giugno 2015 00:00

Il teatro è una cosa seria

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Nella Piazza d’Armi del Castel Sant’Elmo è stato allestito un palco ampio e profondo su cui un divano e due poltrone sulla destra quasi si perdono in quello spazio. Sulla sinistra invece svetta una stele di pietra, sembrerebbe un menhir, con la scritta Ausgang, “uscita” in tedesco. Un gioco di luci traccia un perimetro netto rettangolare che delimita l’appartamento di Modesto, il protagonista, e l’esterno, in cui invece si muovono gli altri personaggi della storia: Michele e la moglie Yvonne, una coppia in crisi che abita al piano di sopra, e Gloria, trentottenne come Modesto, che si veste e si agita come una minorenne.

Modesto (in tutto) una volta aveva avuto la possibilità di uccidere la Cancelliera Merkel gettandole un vaso di fiori da un balcone di un albergo di Ischia dove faceva il cameriere, ma non era riuscito a superare la sua atavica inettitudine a fare alcunché. Da allora pensa che avrebbe potuto cambiare la storia dell’Italia e non l’aveva fatto. L’altro personaggio, Gloria, entra in scena subito dopo Modesto e dal suo colloquio di lavoro, (prende una sedia e si rivolge al pubblico), si scopre che la ragazza non vede l’ora di abbandonare l’Italia in crisi da troppo tempo e andare a vivere a Berlino, disposta a fare anche la commessa in un discount dal nome tedesco che significa "Futuro".
Da questo iniziale assunto programmatico si dovrebbe intuire che la dicotomia sulla quale insiste il regista e autore Fortunato Cerlino è tra la potenza economica tedesca e lo squallore italiano. La potenza teutonica trova il suo simbolo potente nel dolmen, parte del Muro di Berlino, che è situato in corrispondenza della porta di casa di Modesto, che si fa chiamare Steve perché passa le sue giornate a guardare il discorso di Steve Jobs alla Stanford University, reso celebre dopo la sua morte, che esorta i giovani ad essere affamati e folli, con un computer della Apple bene in vista sul tavolino fatto di pietre, sempre evocative del Muro. Invece Modesto/Steve passa il suo tempo in una follia catatonica fatta di eroina e film porno, (oltre al discorso di Jobs), fino a quando, dalla porta lasciata socchiusa, irrompe nella sua vita Yvonne, in preda ad una crisi di panico dopo l’ennesimo litigio con il marito Michele, psicanalista di successo, famoso per i suoi passaggi in tv molto simile nella descrizione a Paolo Crepet.
La donna investe Modesto del suo dramma familiare, offesa e vilipesa da un marito egoista e narciso che l’ha portata non solo all’idea del suicidio, ma anche a quella dell’infanticidio, sì perché oltre a questa sfilata di disgrazie, i due hanno tre figli: un disadattato, una nevrotica e una bimba brutta che, ironia della sorte, si chiama Benedetta. Yvonne immagina l’omicidio di Benedetta, (o è davvero accaduto almeno il tentativo?), comunque, nel suo sfogo esistenziale con un relitto altrettanto malmesso psicologicamente, la donna attribuisce ai figli il fallimento della propria vita e vorrebbe rivivere un’altra vita o almeno un’altra possibilità. Gloria, che entra ed esce dal perimetro luminoso, è una paziente di Michele e si assiste ad una seduta psicanalitica alquanto surreale in cui è lei che parla, mentre il medico l’ascolta senza battere ciglio. Gloria è un’isterica, ritardataria cronica ansiogena, “scoppiata” come ama definirsi, che diventa amica di Yvonne nel tentativo di capire meglio il suo psicanalista e se lui davvero è in grado di guarirla. In seguito si vedrà con l’amica a casa di Modesto per cui i due finiranno per conoscersi e consumare velocemente un rapporto sessuale che faticherà a diventare un rapporto amoroso, nonostante Yvonne lo voglia trascinare con sé a Berlino, dove ha ottenuto l’agognato posto di commessa.
Insomma i personaggi dovrebbero rappresentare la tipologia dell’italiano medio che vive una crisi esistenziale che si inserisce in un quadro economico-sociale in cui la parola crisi è dominante. Si assiste invece ad una parata di esasperazioni scoordinate, messe in qualche modo una accanto alle altre in una ridda di miserie e di luoghi comuni che toccano un po’ tutto, dallo stereotipo: milanese versus meridionale (Michele è il milanese che definisce la moglie meridionale “melma”, perché è più raffinato e non può definirla terrona), al “giovane “ trentottenne che parla ancora con lo slang adolescenziale: voglio fumare, posso fumare, vuoi scopare? Anche l’eutanasia non viene risparmiata in questa panoramica maccheronica. Se si leggono le note di regia, l’esito della pièce dovrebbe essere di fornire uno spaccato di una società votata all’inazione, la descrizione di inetti fagocitati da un sistema fondato solo esclusivamente sull’immagine e sul denaro. Un tema interessante, ma reso alla stregua di un plot in cui viene messo dentro di tutto un po’ per presentare un’idea o un progetto, ma non ha la virtù della velocità e dell’essenzialità di questo genere di format, anzi, dopo la prima mezz’ora si assiste ad un rallentamento esasperante della vicenda, dei tempi, delle battute sempre più assertive e contenutisticamente banali, del tipo: “Non reggo la felicità, io muoio se guarisco”. Ovviamente la lentezza dei movimenti non riguarda le due attrici, anzi i due personaggi perché Gloria continua a saltellare istericamente e Yvonne è sempre più simile alla derelitta e tapina Yvonne Sanson da cui prende il nome perché la madre adorava i film con quest’attrice con Amedeo Nazzari.
L’apoteosi dell’assurdo tocca al povero Cesare Bocci, cioè Michele, che in un monologo sulla storia della Germania che sconfitta ben due volte dalle guerre mondiali, risorge più forte e potente che mai, confeziona altre riflessioni di una banalità davvero sconcertante. Altre “perle” sono: la storia dell’albero caduto durante una tempesta raccontata da Modesto/Steve a Gloria che dovrebbe significare che di fronte alla avversità della vita gli uomini trovano una loro forma di solidarietà (pessima citazione de Il giardino dei ciliegi?, meglio non approfondire...) e il finale in cui Yvonne, che sembra in preda ad una crisi isterica, risponde al marito, che le propone un amplesso usando la stessa terminologia di Modesto, di essere nuovamente incinta. Fortunato Cerlino è l’attore reso famoso dalla serie tv Gomorra, dove interpreta il camorrista Savastano, ha scritto questo testo che si inserisce in un suo percorso di ricerca sul teatro contemporaneo, ma in conclusione, la recensione migliore l’ha offerta il pubblico presente numeroso: prima del finale alcuni spettatori sono andati via, al saluto finale applausi cortesi, quasi consolatori per gli attori, e qualche rumoroso dissenso mescolato ad accenni di fischi, pratica che andrebbe ripristinata per ridimensionare velleità teatrali di coloro che passano disinvoltamente dalla televisione o dal cinema ad un genere nel quale non si improvvisa, né conferma o dà celebrità acquisita altrove.

 

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Potevo far fuori la Merkel, ma non l'ho fatto
Stay Hungry, Stay Foolish

di Fortunato Cerlino
regia Fortunato Cerlino, Marcello Cotugno
con Cesare Bocci, Francesco Montanari, Claudia Potenza, Roberta Spagnuolo
scene e costumi Maria Teresa Padula
musiche originali Peppe Bruno
colonna sonora Marcello Cotugno
luci Gianluca Cappelletti
produttore Marco Balsamo
produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo
lingua italiano
durata 1h 50’
Napoli, Castel Sant’Elmo – Piazza d’Armi, 22 giugno 2015
in scena dal 22 al 24 giugno 2015

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