“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Mercoledì, 24 Giugno 2015 00:00

Suite per meschinità in un esterno

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Millesimi, ovvero quote catastali, particelle che dividono le proprietà condominiali; ma, in senso estensivo e ad una prima lettura neanche troppo forzosa il frazionamento in particole cui allude il titolo di questo spettacolo sembra evocare il frazionamento in particolarismi, la frammentazione dell’universo umano, frastagliato in miriade di individualismi, in egoismi che vedono ciascuno attento e sensibile a “lo suo proprio particulare”, per dirla alla maniera di Guicciardini.

Individualità frazionate che si confrontano in un esterno, questo in sintesi Millesimi, testo scritto e portato in scena da Marco Mario de Notaris, che conchiude la scena in un terrazzo, chiuso da ringhiere sui lati, quasi a delimitare la scena come un ring, sul quale si fronteggeranno – apparentemente solidali, in realtà l’un contro l’altro schierati, arroccati a difesa ciascuno della propria posizione – sei condomini (cinque uomini e una donna) di un palazzo signorile, ubicato da qualche parte a Napoli, una Napoli che è sullo sfondo, nei rumori di fondo che salgono dalla strada, nel garrire dei gabbiani che vengono dal mare. Il suono di un sassofono dal vivo scandirà i momenti di questa giornata, vissuta alla stregua di un incontro carbonaro tra inquilini di antica presenza e di arrogata preminenza.
Borghesia evoluta (o sarebbe meglio dire involuta) è quella che popola questo esterno condominiale; se vogliamo, leggibile come l'evoluzione (o sarebbe meglio dire l'involuzione) di un universo, quello borghese partenopeo, raccontato a suo tempo da Eduardo. Oggi, col cambiare dei tempi e dei costumi, anche la borghesia si è trasformata, si è incattivita, ha inasprito peculiarità deleterie.
Conservazione del privilegio acquisito, difesa dell’abuso eseguito, salvaguardia delle magagne pregresse e protervo classismo informano i dialoghi dei personaggi in scena, convocati in camera caritatis su un terrazzo condominiale per discutere delle emergenze da fronteggiare, che si tratti del portinaio che (esecrabilmente!) vuole usufruire della terrazza condominiale per il compleanno della figlia, o che si tratti della paventata visita d’ispezione di un geometra del catasto, che smaschererebbe la serqua di abusi commessi negli anni da condomini che ostentano la liceità della propria posizione, ciascuno motivando, giustificando, legittimando le irregolarità compiute, rivendicando tra l’altro una sorta di diritto pregresso derivante dalla pregressa presenza in quel condominio. Generazione cresciutavi, i sei uomini in scena sembrano – ma è mera apparenza – essere affratellati da un’infanzia comune, condivisa in quegli stessi spazi condominiali, su quello stesso terrazzo, dal quale si divertivano da bambini a sputare sulle teste dei passanti; ma l’infanzia d’un tempo ha ceduto il passo all’età adulta, che del passato ha conservato lo spirito d’impunità, la commistione morale tra diritto ed usurpazione che, se dapprima sembra connotarsi come complicità e connivenza tra i cinque uomini, ragazzi d’un tempo – cui s’aggiunge la moglie “forestiera” di un sesto assente, portato in Cina da poco limpidi affari di lavoro – col progredire della storia vira verso una contrapposizione esacerbata, nella quale emergono livori, spuntano magagne, si rinfacciano colpe e si rimbalzano responsabilità.
Il lavoro di connotazione dei personaggi ne rivela ritratti tipologicamente riconoscibili, racconta contraddizioni etiche esemplari, ravvisabili in ciascuno dei personaggi e riscontrabili in qualsiasi consorzio umano in cui, all’emergere di interessi contrastanti, si scatena il meccanismo dell’homo homini lupus. Sebbene non tutta la componente attoriale possegga un livello adeguato (ma una nota di merito speciale va necessariamente fatta su Luca Saccoia, la cui interpretazione è di un livello superiore e ne conferma la crescita costante), nell’insieme il lavoro di de Notaris è convincente, per la sua capacità di ricreare uno spaccato delle meschinità umane, tradotto in uno spazio che ne evidenza il regime di chiusura fisica e morale (una ringhiera chiude frontalmente la scena), evidenziando dinamiche possibili e sfaccettature umane riconoscibili; non si scivola mai nella facile oleografia da vicolo, eppure la messinscena esibisce momenti di leggerezza, un umorismo di contorno lepido e a tratti cattivo che le conferisce un tono godibile e che contribuisce ad immettere un carattere di corrosiva veridicità (o verisimiglianza) nella storia rappresentata.
Permane il senso di un pessimismo etico di fondo, che sembra volerci raccontare di un’umanità meschina e pervicace, opportunista e becera, con punte di laidezza e cinismo, peculiarità all’ombra delle quali vive questa piccola lobby dell’abuso continuativo, della prevaricazione subdola ammantata dell’aura fittizia di un presunto diritto allodiale.
In siffatto contesto, anche l’imprevisto tragico viene filtrato attraverso categorie morali imperniate sul più bieco personalismo, avente l’unico scopo di sfangarla, di evitare guai e conseguenze; quello che accade, quello che si intravede, quello che si immagina, resta nel cono visivo degli scenari possibili, in un finale aperto che sfuma via con le note del sax, che accompagnano la fuga di ciascuno dalle proprie responsabilità, ripartite in quote millesimali.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Millesimi – Un intrigo in un palazzo
testo e regia Marco Mario de Notaris
con Marco Mario de Notaris, Milena Mancini, Luca Saccoia, Luciano Saltarelli, Giampiero Schiano, Pietro Tammaro
scene Flaviano Barbarisi
costumi Il Cascione di Rossella Aprea e Alessandra Gaudioso
sax Pietro Santangelo
aiuto regia Luca Taiuti
produzione Petraio Produzioni
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Cannoni, 18 giugno 2015
in scena 18 e 19 giugno 2015

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