“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 19 Giugno 2015 00:00

Non c'è amore... ma sin troppi quadri a soggetto

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Nel 2013 La Réunification des deux Corée, di Joël Pommerat, venne ospitata al Napoli Teatro Festival. Quest'anno Alfonso Postiglione ha sentito il bisogno di riproporre lo spettacolo al pubblico italiano, nella traduzione di Caterina Gozzi. Teatro della performance la Sala Cannoni del Castel Sant'Elmo, solide mura di tufo, umido che ti penetra nelle ossa, concreta realtà che fa da giusto contrappeso al clima di sospensione nel quale galleggiano i diciotto quadri scenici, che materializzano altrettante situazioni di infelicità, infedeltà, incomunicabilità vuoto esistenziale.

Un quadrato luminoso al centro del fondale, a losanghe verticali, sembrano degli aquiloni con i fiocchi sul filo. La superficie, di una sorta di bianco latteo, sembra lucidata a specchio, o illuminata dall'interno. Ad ogni quadro il quadrato si muove, accompagnato dallo stridere come di ingranaggi poco oliati. Un giro di manovella, cambio di colori, quasi si trattasse di un caleidoscopio gigante nel quale le piccole, misere, insulse vite di ometti e donnine privi di amore agitano le loro membra. Dal buio entrano in scena nove personaggi, si mettono di spalle. Lentamente le loro sagome vengono illuminate da un proiettore, mentre danzano le note di una canzone romantica italo-americana. Sono quattro uomini e cinque donne, indossano impermeabili beige. Beige è un colore che si attaglia bene a questa rappresentazione, nonostante il rosso e il blu di alcuni costumi, nonostante i colori psichedelici che illuminano il quadrato/ingranaggio/caleidoscopio. Colore non colore, come sentimento senza sentimento. I diciotto quadri di Joël Pommerat declinano in molteplici sfumature l'infelicità di stare insieme, l'incapacità (presunta) di generare un fuoco vero d'amore, al di là del desiderio momentaneo, del soddisfacimento di bisogni primari, quali la pulsione sessuale o la riproduzione. I figli come collante del matrimonio, senza figli il matrimonio crolla, quando i figli crescono ci si può lasciare, non sia ha più niente da dire, da fare insieme, da condividere, "Non c'è amore tra noi, non ce n'è mai stato".
A ogni giro di ingranaggio, cambiano i colori, cambia la musica, cambiano i personaggi. I nove attori mostrano una solida conoscenza del mestiere nell'intepretazione che apre in rapida successione i novantuno personaggi delle diciotto scene. A ogni giro di ingranaggio speriamo che sia la volta buona, che vedremo qualcosa di positivo, che tra tutta questa infelicità alberghi, da qualche parte, una storia felice. E invece ad ogni giro il copione resta lo stesso, cambiano i soggetti, i luoghi le battute, le età, come fosse un provino senza fine nel quale dimostrare la capacità dell'essere umano di rendere infelice, smorta, inutile la propria vita. Mille i registri usati, il tragico, il solenne, l'ironico, il surreale, ma solo per esprimere il vuoto. La gente non si ama, eppure anche lasciarsi, liberarsi reciprocamente, nemmeno questo è possibile: "Perché non riusciamo a lasciarci tranquillamente?", "Allora per favore separiamoci", ma non è così semplice: "Prima devi rendermi quella parte di me che ti sei tenuta dentro". In questo mondo vuoto d'amore il perbenismo politicamente corretto impedisce ad un maestro di amare come figli i suoi alunni, di pensare al loro benessere, al loro bisogno di amore che i genitori non soddisfano: "Agisco col cuore, non come un funzionario in funzione di un regolamento!". Il pubblico fa scrosciare un applauso, forse trascinato dal pathos, forse pensando che lo spettacolo sia giunto alla fine.
L'unico amore che sembra sbocciare è tra un uomo e una moglie ormai demente, che lo vede ogni giorno come fosse un estraneo. Alla richiesta di parlare del loro amore, di come era stato quando erano innamorati, lui rispolvera il discorso di Aristofane nel Simposio di Platone, sull'amore come incontro di due metà che si erano perdute e poi, finalmente, la spiegazione del titolo: l'amore è come il ritrovarsi di persone separate da vent'anni, come se la Corea del Nord e la Corea del Sud avessero riaperto le loro frontiere. Si direbbe che lo spettacolo volga alla fine e invece continua con altri sei quadri, per giungere alla conclusione che alla fine è meglio la solitudine, meglio realizzarsi da soli che provare (e fallire) a farlo in due. "Io preferisco la solitudine a questa mancanza d'amore", come si manifesta la mancanza d'amore? "Non si manifesta affatto", non può manifestarsi ciò che non esiste, non si può desiderare ciò che non si conosce. Si va via vuoti e tristi. "L'amore è irreale. La felicità nella vita bisogna cercarla in se stessi". Davvero non c'è amore possibile?

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
La riunificazione delle due Coree
da La Réunification des deux Corée
di
Joël Pommerat
traduzione Caterina Gozzi
regia Alfonso Postiglione
con Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo, Biagio Forestieri, Laura Graziosi, Gaia Insenga, Armando Iovino, Aglaia Mora, Paolo Musio, Giulia Weber
scene Roberto Crea
costumi Marianna Carbone
musiche Paolo Coletta
scrittura fisica Simona Lisi
produzione Ente Teatro Cronaca, Vesuvioteatro
collaborazione La Corte Ospitale (Rubiera) e Armunia Festival Inequilibrio (Castiglioncello)
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Castel Sant'Elmo – Sala Cannoni, 16 giugno 2015
in scena dal 13 al 16 giugno 2015

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