“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Giovedì, 18 Giugno 2015 00:00

L'acqua che fa acqua

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L’acqua come principio vitale; l’acqua come elemento costitutivo della vita e al contempo fattore evolutivo, fluido mobile all’interno del quale la vita (le vite) subiscono cambiamenti e trasformazioni. L’acqua come oggetto d’indagine da una prospettiva scientifica e al contempo come oggetto d trattazione scenica: è questo il presupposto, il tentato connubio, su cui si fonda il lavoro della Compagnia Pietribiasi/Tedeschi.

Ardito l’intento, complessa la resa, che si districa tra una pluralità di linguaggi che vanno dalla componente performativa alla visual art, con l’innesto di proiezioni e l’intervento recitativo di una voce esterna su musiche campionate che ricorda – anche per l’inflessione emiliana che lo contraddistingue – quel genere new wave in stile Offlaga Disco Pax.
Nel ricercare un punto di equilibrio, evocato come un mantra, individuato con la precisione scientifica di un diagramma cartesiano, si tenta di trasporre, compendiare e coniugare da un piano strettamente scientifico ad uno estensivamente umano le trasformazioni della materia equorea, che in scena, dietro ad un velatino che funge (anche) da schermo proiettivo, assume le sembianze malleabili di tre corpi, simboli alquanto immaginifici dei tre stati della natura (solido, liquido e gassoso); corpi che evoluiscono sulla scena, che assumono sembianze spermatiche, che richiamano le sequenze di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen, e che provano a diventare emblematici dei movimenti e delle trasformazioni che nel corso della vita umana il corpo subisce. Corpi che si agitano, che si dimenano, che ci combinano come molecole, come affezioni della sostanza; corpi simbolo, che tratteggiano un percorso biologico che si snoda tra la vita e la morte, tra un inizio e una fine.
Il simbolismo dello spettacolo, alla stregua della matrice che lo ispira, sembra danzare lungo un bilico sottile e sofisticato: l’equilibrio, reiteratamente evocato tra un fuori e un dentro, è il punto instabile proprio tra a vita e la morte, che sono inizio e fine conchiusi metaforicamente da una identica scena che apre e chiude la rappresentazione: un corpo morto fra due corpi vivi in camice da infermieri. Nel mezzo, le dinamiche concettuali si fanno coreografia di un’idea, sfumano in giochi visuali e proiezioni subliminali, inseguendo un’idea, un teorema, la sua ipotesi e la sua tesi declinati attraverso una grammatica che è estensivamente teatrale, ma che non perviene ad un compimento capace di tradursi in poetica da palco; in definitiva, Punto triplo rimane prigioniero della propria concettosità, incapace di insufflare un’anima nel proprio disegno teorico.
Certo non mancano immagini che rubano l’occhio, come il connubio finale tra i tre cilindri visuali in cui i tre personaggi/essenze, proiezioni dello stato trinitario della materia, raggiungono la fusione, ma si resta comunque in cospetto di una certa qual asepsi, che non libera Punto triplo dal vizio di fondo di un certo levigato e pretenzioso formalismo.
L’artificiosità ed il concettualismo della rappresentazione, appesantiti dal tentativo di mettere in asse linguaggi che non riescono appieno a trovare complementarità, danno vita ad una forma ibrida di spettacolo, capace di produrre qualche lampo visivamente accattivante, ma non sufficiente a tradursi in qualcosa che, al di là della forma e del concetto ravvisabile, riesca a trasformarsi in un discorso teatralmente compiuto.
Spettacolo che non convince, sebbene mostri alla base capacità tecniche di buon livello, Punto triplo si attesta su un livello di propedeuticità verso lavori futuribili che, se sapranno trovare un amalgama differente, potranno verosimilmente sfociare in costruzioni sceniche più valide.
Ad ora, la ricerca di un punto di equilibrio nella materia costitutiva della natura si accompagna alla ricerca di un punto di equilibrio tra diversi linguaggi che, in Punto triplo, rimangono pencolanti, in bilico tra l’idea e la sua rappresentazione.

 

 

 

 

Fringe E45
Punto triplo
di Cinzia Pietribiasi, Pierluigi Tedeschi
regia Cinzia Pietribiasi
con Pierluigi Tedeschi, Tommaso Monza, Davide Tagliavini
video, visual e mapping Samuele Huynh Hong Son
corpo sonoro originale Alfredo De Vincentiis
allestimento e scene Luca Prandini
consulenti scientifici Lorenzo Belardinelli, Virginia Ferrarini
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 13 giugno 2015
in scena 13 e 14 giugno 2015

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