“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Martedì, 16 Giugno 2015 00:00

Un piede in fallo

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Poche cose a questo mondo posseggono una mistica e intrinseca complicità come il rapporto sussistente tra Napoli e Diego Armando Maradona; ed è difficile raccontare con l’esattezza delle parole quanto il sentimento che avvinghia l’una (la città) all’altro (l’incarnazione del profeta) eserciti, oltre il tempo e lo spazio, una sorta di dittatura sentimentale sull’anima devota di un popolo per il quale il calcio è vissuto quasi con fervore religioso, e Maradona è l’icona votiva per eccellenza di tale sentimento.

Talché, quando si parla di Lui (perdonate il maiuscolo, d’obbligo quando si designino divinità d’acclarato lignaggio), la presa che ciò esercita sugli “adepti” è piuttosto automatica. Ce ne rendiamo conto assistendo a Derecho, monologo ispirato al piede destro di Maradona, quello “sbagliato”, “l’altro”, percependo tuttavia che basti evocare quel nome in questa città per rinfocolare una passione mai estinta e ricelebrare il rito pagano della devozione al proprio mito.
Succede così che si vada ad assistere a Derecho animati più dall’intrinseco desiderio di abbarbicarsi ancora una volta al demone di una passione celebrandone il perpetuarsi, che dalla pur legittima curiosità – letteraria prima, artistica poi – che sottende all’operazione. Potenza dell’irrazionale. Succede così che si vada ad assistere a Derecho con un misto di devozione e curiosità, verso un mito che si preannuncia raccontato per metonimia; o meglio da una prospettiva metonimica. Perché quello che fa Derecho, trasformando in azione teatrale la scrittura di Davide Morganti, è raccontare (o almeno provarci) Maradona dalla prospettiva sghemba della sua angolazione meno nota, dall’angolo visuale della sua parte meno toccata dal dono della sorte: il suo piede destro. Un piede destro cui, per espediente letterario, si riconoscono meno talento e soprattutto un’anima in subbuglio, contraria e nemica d’un corpo in cui non si riconosce, verso il quale prova invidia, insofferenza ed anche disprezzo; un piede destro che vuole essere ipostasi delle frustrazioni patite, più in generale, da chiunque si trovi a vivere una condizione di minorità accanto ad un omologo troppo ingombrante se non perfino soverchiante.
A dar voce a “Derecho”, a far d’un piede personaggio di scena, è Matteo Mauriello, che entra in scena dalla platea come se salisse su un campo di pallone dagli spogliatoi, ai piedi calza scarpette di gomma dura coi tacchetti, indosso ha un pigiama a righe – rigorosamente albiceleste – che sembra dichiarare preventivamente che quel che si andrà a raccontare possiede i crismi del sogno, della proiezione fantastica. E fantasticamente s’immagina che il piede destro di Maradona possegga un’anima “contro”, diversa in tutto e per tutto dall’essenza e dalle prerogative di quel “sinistro” personaggio, di quel “gordo” che sempre bistrattò quel piede che non gli ubbidiva come quell’altro, ricevendone in cambio un sordo livore, al punto di gioire addirittura quando Andoni Goikoetxea, “il Macellaio di Bilbao” spappolò la caviglia sinistra di Diego. Un piede, quello destro, che condensa in sè tutto quel che Maradona non è, che manifesta riprovazione per ogni suo vizio e finanche poca ammirazione per ogni suo calcistico talento.
La fantasticheria che immagina una vita propria ed un’anima delusa e dolente per il piede destro di Maradona si compone in scena delle tinte varie dei colori sociali delle diverse divise che Maradona vestì in carriera (in scena sotto forma di calzettoni), i campi da calcio che Derecho attraversò e calcò di pari passo con “Izquierda” (il piede sinistro) sono simbolicamente rappresentati in un drappo verde tripartito raffigurante un campo da gioco, steso su due corde tese lungo la scena, scena che viene percorsa in lungo e in largo snocciolando un rosario di geremiadi e frustrazioni da parte di questo piede negletto, il tutto recitato in un sostanziale sovratono che vorrebbe essere iperbolico e si rivela invece solo eccessivo, mentre le scelte registiche appaiono per lo più come orpelli di facciata, che non regalano a Derecho una dimensione teatrale piena: dal drappo verde raffigurante il campo da calcio che avvolge l’attore come la schiavina d’un pellegrino, al piccolo scrigno da cui estrae un sigaro e delle fotografie stampate, tutto appare funzionale solo in maniera minima e marginale alla connotazione di una storia, ancorché fantastica, così come pure sembra una forzatura senza troppo senso l’ingresso in scena nel finale di una gallina (sic!), chiamata Meggy, lanciata in assito a becchettare e a simboleggiare l’oggetto segreto dell’idolatria di Derecho: nientepocodimenoché Margaret Thatcher, quasi una nemesi recondita per quei due gol, uno “rubato” segnando con la mano, l’altro consegnato alla storia del calcio come il più bello di tutti i tempi, quasi una ritrattazione, se non addirittura un tradimento verso il nemico argentino per antonomasia (gli inglesi e la questione delle Isole Falkland – o Malvinas – rappresentano ancora una questione cogente e mai metabolizzata per gli argentini), da parte di quel piede che pare rinnegare l’uomo a cui appartiene.
Tutto ciò si ripercuote su scena con una sostanziale convenzionalità di modi, in una gamma attoriale limitatamente espressiva, cui s’accompagna una non completa padronanza dello spazio, spesso percorso non senza impaccio.
Se già la partitura scritta, al di là dell’idea di partenza che poteva essere anche interessante (far parlare il piede destro di Maradona, regalargli una vita ed un’identità proprie e autonome), possiede uno spessore limitato, la messinscena men che meno riesce a tradursi in apprezzabile drammaturgia: resta sostanzialmente sullo sfondo il tema pregnante del disagio di convivere con una realtà che non si condivide, che non si riconosce come propria e che travalica, travolge e a volte fagocita chi in quella realtà è inserito con un ruolo secondario e marginale.
Nel suo farsi teatro, nel suo mostrarsi al pubblico, Derecho sembra possedere il medesimo impaccio che il piede destro di Maradona poteva provare al cospetto del sinistro e finisce per imprimersi nello sguardo di chi vi assiste come un tiraccio sbilenco, svirgolato dal piede sbagliato.

 

 

 

 

Fringe E45
Derecho
di Davide Morganti
regia Carlo Ziviello
con Matteo Mauriello
co-regia Davide Morganti
foto di scena Salvatore Pastore
produzione Ad est dell'equatore musica
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Fringe, 11 giugno 2015
in scena 10 e 11 giugno 2015

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