“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Martedì, 09 Giugno 2015 00:00

Lampi lucidi

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Usciamo dopo mezzanotte dal Castel Sant’Elmo. Lo spettacolo è finito. L’aria diventa progressivamente più tiepida mentre ci si allontana dalle umide mura di tufo, le acacie profumano la sera estiva. Il Carrefour è ancora aperto, con la sua insegna blu elettrico e rosso, le luci al neon, le formiche impazzite della civiltà occidentale che finalmente possono fare acquisti ad ogni ora. Anche a Napoli. Un buon punto di inizio per parlare di Dovevate rimanere a casa, coglioni. Intanto il titolo, chiama in causa ciascuno di noi, un tu generico nel quale si può sperare, ci si può illudere di non essere inclusi, mentre è proprio a ciascuno di noi che Rodrigo García si rivolge, attraverso il corpo e la voce di Rebecca Rossetti.

Luci bianche sul palco. Uno spazio tempo non definito un corpo e una voce in scena. Parrucca blu elettrico, canotta gialla, jeans, All Star stinte. Uno sguardo intenso, quasi allucinato, che trafigge il pubblico impietoso, un corpo agile e nervoso che vibra di pienezza, un grumo di tensione di cui si percepisce tutta la consapevolezza. Elvira (ad un certo punto sapremo che si chiama così: “che cazzo di nome è Elvira?!”) entra in scena a ritmo di blues. Non danza, ma il suo passo è a tempo con la musica, o forse la musica a tempo col suo passo, colonna sonora di un ingresso che sembra timido e incerto, mentre è solo il respiro di preparazione di una lunga tirata, di una sorta di metaforico corpo a corpo con lo spettatore. “Quando passeggio ritrovo la pienezza”. Queste le prime parole che la donna pronuncia. “Pienezza equivale a tempo perso”, perché il tempo veramente libero è perso, in quanto non impegnato in qualcosa. L’attività finalizzata non è in sé intrinsecamente libera. E ancora l’antinomia cervello/vitalità: in una ipotetica arringa al figlio bambino, da instradare sulla strada del lavoro, per poter finalmente smettere a quindici anni, per godersi la vita, la donna sottolinea che da giovani non si ha il cervello per apprezzare la vita e godersela, mentre da vecchi, o da adulti, quando si ha il cervello, non si ha più la vitalità.
Rebecca/Elvira ci tiene incollati alle sue parole, al suo sguardo, fino alla fine, fino a quando non ci congederà. Ogni gesto è misurato, ogni respiro, ci si sente investiti da una potenza scenica che esplode nelle tirate polemiche di un monologo surreale a tratti. Di cosa si parla? Sembra quasi un j’accuse indifferenziato di tutta la civiltà borghese (“gli sguardi di tutte quelle persone sgradevoli mascherate nel loro vestito della domenica”). Il tono è teso, l’onda si frange in conclusioni non sense,nella nota ironica, per poi rimontare di nuovo e poi rifrangersi. Singole suggestioni, efficaci, restano nella mente, come domande, sul senso dell’esistenza, sui rapporti con gli altri, sulla capacità di concentrarsi, al di là delle convenzioni sociali, dei rapporti, dell’autorappresentazione di sé all’esterno (a proposito dell’essere felici, divertirsi “sempre fuori di casa e nella casa degli altri”). O l’accenno alla risata nervosa che genera il diverso, il deforme (“tu ridi perché l’hai scampata bella”), buttata lì ne racconto tragicomico del tentativo di liberazione del pony, scherzo della natura, cavallino con le zampe troppo corte. E poi la natura animale dell’essere umano, “la lite è qualcosa di innato e di istintivo”, fa male sentire, rendersi conto di essere così vicini agli animali. E ancora il rapporto figli/genitori, il senso di possesso, la realizzazione degli adulti nei loro figli, “i bambini sono la merce dei loro genitori”. Le parole di Rebecca colpiscono come sferzate, chicchi di grandine, pietre, eppure tutto questo sembra annegare nel mare dell’invettiva, si configura come un lampo nel buio della notte, di cui resta vaga traccia negli occhi, nel ricordo. Alla fine veniamo posti di fronte all’alternativa: restare ai margini, oppure cambiare tutto. Ma qui torniamo al titolo. Si sarebbe dovuti rimanere a casa, nel proprio centro vitale, in interiore homine avrebbe detto Sant'Agostino, senza cercare all’esterno, sempre all’esterno la legittimazione, il diversivo, la risposta alla noia, all’apatia (“si dice ammazzare la noia... ma l’apatia ritorna”), al tedio di sé, alla pulsione di morte in ultima analisi. È così? I lampi restano ricordo confuso nella memoria, bagliore intravisto, suggestione.

 

 

 

Fringe E45
Dovevate rimanere a casa, coglioni
di
Rodrigo García
regia Jurij Ferrini
con Rebecca Rossetti
produzione Progetto U.R.T. Unità di Ricerca Teatrale
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Castel Sant’Elmo – Sala Fringe, 6 giugno 2015
in scena 6 e 7 giugno 2015

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