“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 29 Maggio 2015 00:00

A La Spezia per le Finali di In-Box

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Nell’uggia di un mese di maggio ancora indeciso sulla posizione climatica da assumere, La Spezia ha ospitato le finali di In-Box. Il premio organizzato da Straligut Teatro, giunto alla sua settima edizione (la seconda “dal vivo”), si è svolto nell’ambito di Fuori Luogo – rassegna organizzata da Gli Scarti, CasArsa Teatro e Balletto Civile – ed ha rappresentato l’occasione, oltre che per offrire in visione i sei spettacoli finalisti (scremati da una rosa iniziale di oltre 270) – più il vincitore della scorsa edizione, L’uomo nel diluvio di Simone Amendola e Valerio Malorni – anche per consentire l’incontro ed il confronto fra gli operatori che a vario titolo hanno assistito alla tre giorni spezzina.

In una situazione organizzativa che compensava con disponibilità ed entusiasmo le difficoltà logistiche, in tre giorni si sono susseguiti sette spettacoli, dislocati in due spazi, l’Auditorium Dialma Ruggiero ed il CRDD – Teatro della Marina; dopo la vernice affidata allo spettacolo di Amendola e Malorni che ha introdotto le finali, nei due giorni successivi si sono alternate sul palco le sei compagnie finaliste, tra le quali gli addetti ai lavori hanno selezionato gli spettacoli che si sono aggiudicati le repliche messe in palio da In-Box.
Rete virtuosa in un panorama nazionale prevalentemente vizioso e attanagliato da problemi variabili e strutturali (e aspettiamo ancora di verificare l’incidenza della riforma), In-Box presenta delle peculiarità che ne fanno un piccolo esempio di efficienza e funzionalità; le compagnie che vi partecipano hanno la possibilità di accaparrarsi un numero variabile di repliche ad introito sicuro (mille euro cadauna): pagamenti certi e puntuali – ce lo confermano le compagnie – e l’opportunità reale di vedere il proprio lavoro di palco entrare in una circuitazione variabile nel numero di date ma certa di remunerazione e visibilità.
Dei sei spettacoli visti in due giorni a La Spezia rimane un’impressione sostanziale positiva, anche se nessuno dei sei ci pare abbia raggiunto il livello del vincitore dell’anno precedente; “colpa” certo anche del fatto che uno spettacolo come L’uomo nel diluvio rappresenti una pietra di paragone improba con cui raffrontarsi. Ciò premesso e dando conto preventivo della classifica finale degli spettacoli in base al numero di repliche aggiudicato a ciascuno, ci accingiamo a far analisi di quanto veduto apparire in scena; vincitore della rassegna è risultato lo spettacolo L’insonne, della compagnia Lab121, seguito da Le vacanze dei signori Lagonia di Teatrodilina, Amleto FX di VicoQuartoMazzini e dal Pinocchio di Zaches Teatro; “menzioni speciali” per i non vincitori, Donna non rieducabile di Santarita Teatro e Breve racconto domenicale di Psicopompo Teatro.
Nel dettaglio, racconteremo dei sei spettacoli finalisti scaglionandoli così come sono andati in scena, nel presente ed in successivo articolo. Ciascuno di noi avrebbe avuto una propria personalissima griglia delle preferenze e, come in tutti i concorsi che mettono in competizione elementi non valutabili secondo parametri oggettivi, bensì attraverso l’intrinseca variabilità del gusto soggettivo di chi li valuta, le nostre – come le altrui – valutazioni rimangono nel campo dell’opinabilità. Quel che ci preme raccontare e ci interessa testimoniare è, secondo pratica consueta, quel che è apparso in scena.

Pinocchio
Il lavoro di Zaches Teatro sulla favola di Pinocchio ci convince a metà, facendosi apprezzare per la tecnica scenica, un po’ meno per la riduzione drammaturgica del classico collodiano. Un Pinocchio maschera di legno tra burattini che ne compongono il mondo (siamo quindi dinanzi ad un ribaltamento: non burattino di legno fra esseri in carne ed ossa, ma un burattino e la sua anima umana fra burattini che dell’umano conservano il deteriore) e che si muove, sin dal suo primo apparire in scena dal chiuso di un baule con una mimica marionettistica di grande efficacia motoria. Tutto l’impianto coreografico della messinscena spicca per sincronia dei movimenti, congegnati con un’armonia rimarcata dalle luci puntate sul centro di scena. Il tessuto drammaturgico però rimane in bilico tra il citazionismo deferente e la sottrazione non funzionale, che espunge alcune figure dalla favola (Geppetto su tutti è il grande assente) senza pervenire ad un equilibrio drammaturgico compiuto. Spettacolo che lascia insoluto il dubbio circa il proprio destinatario ideale (per bambini o non solo per bambini?), tenta anche un breve coinvolgimento del pubblico dei più piccoli che appare però del tutto fine a se stesso. Resta pertanto un che di indefinito; appare perciò questo Pinocchio più come un gioco teatrale che mostra le proprie perizie tecniche – al marionettismo notevole di cui già si è detto va aggiunta la fattura eccellente delle maschere, che sembrano rimandare alla Commedia dell’Arte – che una riscrittura compiuta della favola, tanto che al rientro di Pinocchio nel baule dal quale era uscito si ha la sensazione che si vada a riporre nell’archivio delle favole già usate.

L’insonne
Tratto da Ieri di Agota Kristof, lo spettacolo vincitore di questa edizione di In-Box è costruito come una scatola memoriale, dentro la quale avviene la rivisitazione del passato, tra reviviscenze remote e agnizioni prossime. La filigrana del passato scorre alle spalle di un velo opaco, sul quale proiezioni di fotografie ingiallite dal tempo e parole ingrigite dalla memoria si sovrappongono a due corpi d’attori, che a quella memoria danno corpo diacronico. È un passato che si anima delle ombre lontane che lo composero, dei traumi e delle esacerbazioni che lo inquinarono, incrostazioni di un’infanzia in cui la gioia di un affetto puro – quello tra Tobias e Line, fratellastri senza che lei ne fosse al corrente – s’intorbida dei pregiudizi dei grandi, si scontra con le convenzioni perbeniste di un paesotto beghino. Il gioco teatrale confonde la memoria, sovrapponendo le voci dei protagonisti facendoli parlare per interposta persona, raccontando ed annunciando le proprie battute o quelle dell’altro – “Io dico a Line”, dice ad esempio Tobias precedendo la propria battuta – ed immettendo una voce registrata ad aggiungere altra percezione differita. In uno spazio claustrofobico, i due personaggi in dissolvenza offrono due diverse prospettive su una memoria condivisa, due percezioni differenti, dimidiate tra chi da un passato scappa per poi sforzarsi di volerlo ritrovare e chi lo ritrova senza averlo cercato e forse senza più nemmeno vagheggiarlo (non è un caso che Line sia l’unica ad uscire dalla “scatola” scenica, quasi a voler respirare un’aria che non abbia più il tanfo del chiuso e il lacciuolo del vincolo).
Lo spazio e l’alternanza delle voci sono le peculiarità di questo lavoro, “insonne” perché confina la storia in una scatola onirica che si dipana dagli incubi truci dell’infanzia ai sogni non liberi da cupezza del ritrovarsi in età adulta. Spettacolo che denuncia qualche arzigogolo di troppo in fase di composizione, stemperato però da una compattezza scenica che si avvale anche della buona prova di due ottimi interpreti (Alice Conti e Francesco Villano).

Amleto Fx
Per quella che è la nostra percezione, è questo lo spettacolo (insieme a Le vacanze dei signori Lagonia) che maggiormente abbiamo apprezzato nel corso di questi giorni di Finali. La giovane compagnia mette in scena un Amleto che non è Amleto, o che se lo è se ne è differenziato e distanziato calandosi nel suo tempo. Se la Danimarca era una prigione per il giovane principe, la propria stanza lo è altrettanto per questo giovane rampollo 2.0, per il quale, prigione nella prigione è lo schermo del computer che ingabbia in un’inconsistenza amniotica le esistenze contemporanee. E ci ritornano in mente le parole di Jan Kott, quasi come una sentenza imperitura, quando dice che “L’Amleto è come una spugna. Basta non stilizzarlo e non rappresentarlo come un pezzo da museo perché assorba immediatamente tutta la nostra contemporaneità”; e i ragazzi di VicoQuartoMazzini portano questo assunto alle estreme conseguenze, concependo un Amleto postmoderno, tutt’altro che museale e forse anche tutt’altro che Amleto, ma non per questo meno Amleto. In un susseguirsi di trovate sceniche riuscite, contrappuntate da riferimenti musicali che vanno a comporre un immaginario canoro rock che viene dagli anni Settanta ed arriva fino ad oggi, passando per i Nirvana ed Amy Winehouse, l’Amleto che sulla scena prende forma nell’interpretazione di Gabriele Paolocà è un concentrato ricettivo di tutta la cultura (cinematografica, oltreché musicale) della generazione che lo precede; sembra quasi un reietto, questo Amleto, nostalgico possessore del patrimonio culturale dei decenni precedenti, che vive il profondo disagio dovuto al senso di inadeguatezza che percepisce vero il tempo presente, viziato salla comunicazione “short message” e segnalata dal bip di Facebook e dal suono di WhatsApp.
È un Amleto del nostro tempo, quest’Amleto che non è Amleto, che ha surrogato il teschio di Yorick con la mela morsicata della Apple che fa bella mostra di sé sul retro dello schermo che porta in palmo di mano. Ed è un Amleto che medita un suicidio confinato in proscenio sotto forma di cappio.
Ed è soprattutto un Amleto, quest’Amleto di VicoQuartoMazzini che mostra una freschezza inventiva, una minuzia di scrittura capace di intercalare citazioni shakespeariane in un tessuto verbale e gestuale contemporaneo innervando una drammaturgia ironica e graffiante, nella quale Gabriele Paolocà si cala ottimamente, dimostrandosi abile nell’esplorare i registri espressivi della propria voce.

Nel complesso, una nota a margine che ci pare opportuno apporre concerne la concentrazione intensiva degli spettacoli: sei in due giorni non sono troppi, né troppo impegnativi; va da sé però che, concentrati senza soluzione di continuità finiscono necessariamente per assottigliare gli spazi (e i tempi) da dedicare al confronto ed all’approfondimento tra gli addetti ai lavori (ed anche, perché no, con il pubblico). Magari con un giorno in più in cui diluirli, il programma si decongestionerebbe, contestualmente creando delle intercapedini di dialogo e confronto più dilatate e pregnanti.
Piccole notazioni su una “buona pratica” perfettibile, certo, ma che di per sé già rappresenta un modo sano e onesto di operare, rendendo al teatro servizio meritorio, facendo del teatro uno spazio in cui respirare una boccata d'aria pulita.

 

 

 

Finali In-Box dal vivo
Fuori Luogo

Pinocchio
regia e drammaturgia Luana Gramegna
collaborazione alla drammaturgia Enrica Zampetti
con Gianluca Gabriele, Giulia Viana, Enrica Zampetti
scene, luci, costumi e maschere Francesco Givone
musiche originali Stefano Ciardi
tecnico del suono Dylan Lorimer
realizzazione costumi Anna Filippi
promozione e organizzazione Isabella Cordioli
produzione Zaches Teatro
lingua italiano
durata 55’
La Spezia, Auditorium Dialma Ruggiero, 22 maggio 2015
in scena 22 maggio 2015 (data unica)

L’insonne
liberamente tratto da Ieri
di Agota Kristof
drammaturgia Raffaele Rezzonico, Claudio Autelli
regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Francesco Villano
scene e costumi Maria Paola Di Francesco
luci Simone De Angelis
suono Fabio Cinicola
tecnico luci Giuliano Bottacin
assistenti alla regia Piera Mungiguerra, Andrea Sangalli
voce registrata Paola Tintinelli
organizzazione Camilla Galloni, Monica Giacchetto
produzione Lab121
lingua italiano
durata 1h
La Spezia, CRDD – Teatro della Marina, 22 maggio 2015
in scena 22 maggio 2015 (data unica)

Amleto Fx
di e con Gabriele Paolocà
collaborazione alla regia Michele Altamura, Gemma Carbone
scene Gemma Carbone
disegno luci Martin Emanuel Palma
produzione VicoQuartoMazzini
lingua italiano
durata 1h
La Spezia, Auditorium Dialma Ruggiero, 22 maggio 2015
in scena 22 maggio 2015 (data unica)

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