“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Giovedì, 28 Maggio 2015 00:00

Apulia Fringe: considerazioni su un Festival

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Andria ha vie bianche e squadrate nella sua parte moderna mentre ha un retro storico formato da stradine strettissime, brevi cunicoli, saliscendi simili a tunnel costruiti all’aperto: a considerarla complessivamente un teatro mi viene da scrivere che mostra la sua facciata scenografica esponendo chiarezza cromatica, semplicità architettonica, celando un oltre-quinta fitto, più rumoroso, vitale e disordinato.

La traverso più volte, in cinque giorni, e quasi sempre di fretta: per andare da un luogo ad un luogo, da uno spettacolo ad uno spettacolo. Noto i capannelli d’anziani che occupano la parte visibile, passeggiandovi lentamente e sostando poi per ore davanti alle sedi politiche, alle moderne sezioni di una partitocrazia ridottasi in fiera dell’offerta, in vetrina negoziale: è periodo di elezioni e la parte nuova di Andria alterna gli spazi del commercio e della vendita alla vendita e al commercio elettorale delle promesse, delle tentazioni e delle paure. I giovani li vedo invece nelle piazzette laterali o nelle vie che si diramano a destra e sinistra, nei pressi dei locali che profumano d’alcol e da cui viene musica ad alto volume. Di giorno radi, di notte (e di venerdì notte soprattutto) diventano centinaia, migliaia: stanziali, con un bicchiere in mano, o passanti da un bancone al bancone successivo, dal ristorante al pub, dalla gelateria al bar. Penso così che gli anziani – alla luce del giorno – detengono ancora il potere e che sono loro, e quasi loro soltanto, ad occuparsi dell’amministrazione cittadina e della sua attuazione pratica mentre la generazione alla quale appartengo (e, ancor più, quella successiva) bilancia quest’assenza di determinazione, questa impossibilità di farsi insieme collettivo ed azione concreta, bevendo e assordandosi, facendo aggregazione solo quando il buio è calato.
Andria non ha un teatro: chiuso l’Astra di Corso Cavour (ne restano lembi di locandine, polvere, cumuli di cartacce, le scritte a pennarello sui marmi, un grosso fallo disegnato con lo spray sul portone d’ingresso), terminata in loco l’esperienza di Teatro Minimo (Michele Sinisi, Michele Santeramo e altri) e tralasciando l’occasionalità annua del Festival Castel Dei Mondi, questa città è priva del suo specchio artistico e così fatica a vedersi, a riconoscersi e a comprendersi. Si può immaginare una società senza teatro, senza cioè l’arte che più di tutte la società la re-cita e la testimonia, mettendola in scena? La risposta è no ma – ad Andria – è ciò che sta capitando. “Ad Andria” – leggo da AndriaLive.it – “il teatro resiste solo nelle sale parrocchiali” e le compagnie che propongono Shakespeare o Plauto, Goldoni o Molière (repertorio, mai drammaturgia contemporanea) sono composte da “amatoriali, non da professionisti” e se “la loro passione è lodevole” si tratta pur sempre di un “hobby”, un passatempo, un dopolavoro diventato l’unica testimonianza rimasta del tempo (e del teatro) che fu.
Il punto di partenza per una riflessione sull’Apulia Fringe Festival è questo, dunque. Mi trovo al cospetto di una popolazione (centodiecimila abitanti circa) che fa a meno di autori, registi, attori teatrali; di un’adolescenza cresciuta in assenza di palchi; di una intellighenzia che – quando discute, si riunisce, dà vita ai rituali dell’ostentazione culturale di sé – non ha mai come riferimento e/o argomento un assito, un copione, la bravura di un interprete. È in questo contesto deteatralizzato (mentre ci sono qui la libreria di catena, lì il cinema con le due sale, dietro l’angolo il locale in cui si fa musica dal vivo, nella strada principale il posto in cui si sorseggia un tè leggendo poesie) che un Fringe – creatura di per sé già fragile, incerta, insicura – tenta la propria esistenza, provando a generare interesse. Vi riesce?


Nettamente migliorata la situazione nel fine settimana, nei primi quattro giorni gli spettacoli avvengono quasi senza pubblico: fatte rare eccezioni, gli interpreti sono costretti a immaginare la presenza in platea o a moltiplicare idealmente gli spettatori effettivamente seduti. Colpa della direzione artistica, affermano alcuni d’essi, incapace di prevedere, organizzare e realizzare un’adeguata attività promozionale del Fringe; colpa ancora della direzione artistica – insistono – per non aver saputo mettere in relazione la teatralità programmata con i suoi fruitori potenziali; colpa di una direzione artistica – ribadiscono più volte nelle riunioni e negli incontri pomeridiani – per non aver pensato a iniziative basilari (dalla cartellonistica ai banchetti in strada, dalle agevolazioni realmente funzionali allo sbigliettamento alle attività collaterali, da svolgersi nei luoghi aperti della città) che avrebbero potuto generare un numero di presenze adeguate. Vincenzo Losito, venticinque anni ad agosto, direttore artistico e distributore (Ed Theather) di spettacoli in Puglia (con particolare predilezione per il Teatro-ragazzi) mi racconta, in un colloquio mattutino, di aver pensato a una dinamica compartecipata per cui la promozione del Fringe si sarebbe dovuta realizzare con lo svolgimento stesso del Fringe attraverso la cooperazione tra i soggetti interessati (organizzazione del festival, locali che ospitano gli spettacoli, compagnie) pronti a collaborare per conquistarsi l’attenzione meritata. Tuttavia mi chiedo: è corretto chiedere alle compagnie di procacciare il pubblico? È davvero compito di un artista assicurare al festival e al luogo in cui è ospitato una quantità minima di utenti/paganti? Tocca al regista, alla danzatrice, all’attrezzista di una compagnia l’impegno di pubblicizzare la messinscena? Si tratta di domande che non riguardano solo questo Fringe, sia chiaro: sempre più spesso, in alcuni (vuoti) foyer napoletani sento direttori, uffici stampa, addetti lamentarsi perché la compagnia “non ha portato spettatori”: non toccherebbe, al contrario, a chi per mestiere il teatro l’organizza, l’ospita, lo promuove riuscire a fidelizzare il proprio seguito? Analisi delle linee di tendenza del gusto e comprensione delle nuove dinamiche di mercato, articolazione dei rapporti con la popolazione e le istituzioni e le associazioni locali (sociali, scolastiche), marketing specifico, realizzazione di forme d’interazione con soggetti plurimi e diversificati, pre-formazione culturale in loco, forme di spettacolarizzazione integrativa dei contenuti, accorta valutazione nella programmazione da offrire: luoghi, orari, tipologia di messinscena. Questo ed altro mi sembra primario, necessario. Se è comprensibile che un festival giovane (o addirittura neonato) possa incorrere in limiti e in difficoltà – a maggior ragione in un sistema che sempre più rende ardua l’ostinazione teatrale dei soggetti indipendenti – e necessario chiarire, con altrettanta fermezza, che la responsabilità organizzativa (dal finanziamento alla scelta e alla gestione degli spazi, dalla selezione degli spettacoli alla loro veicolazione) non può essere imputata neanche parzialmente alle compagnie, il cui dovere è – una volta selezionate, invitate, ospitate – rendere al meglio sul palco mostrando professionalità e capacità artistiche.


Settemila euro. Questa la cifra (bassa, purtroppo) che Vincenzo Losito è riuscito ad ottenere dalle varie istituzioni andriesi per l’organizzazione del Fringe. A questa vanno aggiunte le sponsorizzazioni, con l’interessante idea di un combinato per cui – allo spazio sulle brochure – corrisponde anche la messa a disposizione di un servizio: in alcuni dei luoghi nei quali la sera si fa spettacolo artisti, operatori e critici possono perciò pranzare o cenare. Fa bene Losito a pensare a un Fringe diramato e dislocato nel (pur ristretto) territorio cittadino, fa bene a indurre all’erranza e fa bene a collocare gli spettacoli in spazi non teatrali (d’altro canto alternativa non ci sarebbe stata); così un “centro di aggregazione e Laboratorio di idee per giovani” (riporto dal programma), un pub con palco per l’intrattenimento musicale, il chiostro di una chiesa, un locale di “beverage e di ricerca musicale”, un bar/libreria, un RistoBristrot, uno spazio “live music” e la sede di una scuola di formazione per estetiste e acconciatori si trasformano in cave teatrali, dalle 19:00 alle 23:30, dal lunedì alla domenica. Tre o quattro spettacoli a luogo, in alternanza prestabilita così da concedere in maniera paritaria, ad ogni compagnia, orari favorevoli (la fascia 20:30/22:30) e svantaggiosi (19:00/20:00 e 22:30/23:30). A Losito riconosco il merito dell’entusiasmo, del coraggio, la caparbietà nel proporre teatro in un ambito che il teatro lo ha rimosso, espulso, dimenticato. Coglie, Losito, il bisogno che la nuova teatralità ha di mettersi alla prova, ne coglie la vitale necessità di confrontarsi con la platea, l’urgenza anche d’inscenare l’errore, approfondendo così la propria (talora acerba) formazione teatrale. Altro dal Festival Castel Dei Mondi, indirettamente questo Apulia Fringe Festival vuole esserne la distaccata vetrina più giovane. Non è un caso – ed è un altro merito assegnabile a questo Fringe – che il premio per i suoi vincitori consista nella presenza in rassegne dall’esistenza già stabile: da Start Up (Taranto) al Primo Sale del Parioli di Roma, dal Benevento Città Spettacolo al Fringe Festival capitolino, dall’Epos di Putignano all’Off del Bertold Brecht di Formia, l’Officina degli Esordi del Kismet di Bari, il già citato Castel Dei Mondi. Per questo la giuria di intellettuali ed esperti è prevalentemente formata da coloro che dirigono tali rassegne. Losito comprende che il problema vero della nuova teatralità è la distribuzione, cui la riforma che sta andando adesso a regime non pone soluzioni ma ostacoli ulteriori: osservo il volto di questi artisti, ne ascolto le parole, ne apprendo gli sforzi (il viaggio fatto, le spese sostenute, il tempo di preparazione del proprio lavoro) e mi chiedo chi ospiterà questi titoli, chi investirà davvero nel lavoro svolto da queste compagnie, chi permetterà loro – nel corso della stagione teatrale e fuori dunque dal tempo/non tempo dei festival estivi – la presenza in assito. Non riesco a trovare risposta.


Il compenso, i luoghi. Le compagnie sono presenti con un 70/30. Nessun cachet, nessuna sicurezza economica di partenza, nessuna franchigia. Dunque l’ennesima (e inevitabile?) esperienza d’autopromozione per cui la compagnia si assume tutti i costi e tutti i rischi ricevendo in cambio la possibilità di mostrarsi (a un pubblico rivelatosi ridotto), di farsi conoscere (a operatori presenti soltanto negli ultimi giorni), di maturare un’esperienza da mettere a curriculum. La (quasi totale) gratuità di fatto della teatralità contemporanea, che vorticosamente e con un affaticato e precario entusiasmo s’affanna alimentando l’offerta nazionale e locale, rendendo viva davvero la condizione presente del teatro italiano. Riguarda l’Apulia Fringe Festival e riguarda la gran parte delle rassegne del nostro Paese (comprese alcune tra le più qualificate); riguarda la programmazione delle sale medio/piccole (tralasciando i ritardi nei pagamenti dei monolitici teatri Nazionalizzati); riguarda il teatro che viene fatto ma anche quello pubblicizzato, distribuito, organizzato e recensito: un’ampia collettività di operatori (dal regista al critico, dall’addetto stampa al distributore) che agisce professionalmente senza ottenere/ricevere compenso, guadagno e riconoscimento della propria professionalità mentre – nel contempo – s’organizzano dissipazioni di risorse pubbliche, sprechi distributivi, sostegni economici a realtà teatralmente (e organizzativamente) discutibili o si registra, si afferma e si loda il successo di iniziative dalla scarsa qualità culturale.
I luoghi. La maggiore criticità riscontrata in questo Fringe è, a mio parere, relativa ai suoi luoghi di scena. Ho assistito a un monologo costantemente disturbato da una musica da discoteca; ho visto sparire il volto di due attori dietro la pala di un ventilatore da soffitto; ho saputo di una ballerina costretta a danzare su un pavimento in cemento. Ho ascoltato porte cigolare nei momenti di silenzio di uno spettacolo; ho notato l’assenza di un fonico o quella di un montatore per il carico e lo scarico dei materiali utili a una recita; ho badato a un’attrice, costretta da sola a procurarsi e trasportare un tavolino, essenziale per il proprio lavoro; ho percepito sulla pelle l’umidità insopportabile di alcuni giacigli sotterranei; ho provato fastidio per il continuo bisbigliare esterno agli spazi, mai zittito da chi avrebbe dovuto. Condizioni sovente irrispettose dunque, in merito alle quali non è possibile tacere. Proprio perché sono stati scelti luoghi non teatrali gli artisti avrebbero dovuto ottenere una protezione maggiore da parte dell’organizzazione, inadatta invece a garantire un dignitoso e corretto svolgimento delle performance. Della collocazione in ambiti realmente opportuni, dell’assicurazione preventiva sulle condizioni teatrali di partenza, di una più adeguata formazione del personale “di sala” Vincenzo Losito dovrà perciò occuparsi in vista della già annunciata seconda edizione del Fringe: perché questo suo tentativo cresca e si affermi. Di contro, senza tuttavia riuscire a bilanciare le mancanze, l'affettuosa socialità tra gli artisti, la conoscenza di interessanti progetti locali (Puglia Off, che mira alla realizzazione di una rete che metta in rapporto piccoli spazi teatrali e giovani compagnie) e l’approfondimento di tematiche fondamentali (dal FUS alla ruolo della critica) attraverso le pomeridiane possibilità di discussione, di confronto e dibattito con esperti di settore.


Ho assistito, in cinque giorni, a diciassette dei ventisei spettacoli previsti. Vincenzo Losito, nel colloquio già detto, ha fornito qualche indicazione quantitativa interessante: circa duecento video integrali, l’80% dei quali proveniente dal Centro-Nord. Tuttavia facendo un’analisi della programmazione del Fringe m’accorgo di un equilibrio geografico quasi assoluto. Rifletto. Qualità media più alta per le proposte meridionali? La riforma e le sue certificazioni recenti direbbero il contrario. Piuttosto è il fattore economico, forse, ad aver inciso sulla paritaria presenza tra spettacoli provenienti “da Napoli in su” (54%) e spettacoli giunti “da Napoli in giù” (46%): più facile che, data la gratuità in premessa dell’impegno, a decidere poi di muoversi siano state compagnie prossime alla Puglia, capaci per questo di ridurre la spesa e di abbassare le soglie di perdita. Un Fringe quindi che si propone nazionale (con l’aggiunta di due spettacoli di matrice estera: Parigi, Berlino) ma con un interessante nucleo regionale: Castellana Grotte, Molfetta, Triggiano, Bari (tre spettacoli), Andria e Taranto (30% del totale).
Diciassette su ventisei, gli spettacoli da me visti dunque. Rimandando al futuro racconto di alcuni d’essi una prima notazione mi viene comunque immediata: undici sui diciassette veduti hanno avuto un solo interprete in scena. Si tratta di prendere sempre più atto di un “pensare piccolo” per induzione, obbligo, costrizione: monologhi, assoli di danza, teatro di figura coniugata in apparizione singolare testimoniano l’indebita e forzata richiesta di praticità, trasportabilità ed essenzialità (innanzitutto economica) che i luoghi del teatro impongono ai teatranti più giovani. Assenza di scenografia, minimizzazione dell’ingombro tecnico, trama ridotta nella durata (massimo un’ora) e nel numero dei personaggi, coincidenza frequente tra regista ed interprete dicono di una parcellizzazione in atto per cui ci si sta abituando alla produzione, distribuzione, recitazione e osservazione di micro-drammaturgie che viaggiano in una sola valigia, portata da un solo attore, magari per una sola data. Si tratta di un compromesso al ribasso, di un reciproco esercizio di sopravvivenza per cui io che richiedo il tuo spettacolo non posso permettermi di ospitare una compagnia di più persone per cui tu, se vuoi essere in scena – in questa città, in questa occasione, in questo teatro o in questo festival – mi proponi solo e soltanto qualcosa che non mi richieda e non ti richieda costi inaffrontabili. Occorre riflettere, ed attentamente, sulla riductio del pensiero teatrale in atto, sulla secchezza delle storie che spesso questo teatro si trova ad offrire, sulla contrazione ulteriore del suo tempo scenico e delle sue potenzialità (artigianalmente) illusive. Sempre più spesso chi pensa, scrive, dirige e/o interpreta un testo o una coreografia è costretto a pensare alla dimensione quantitativa del proprio esercizio, a far di conto innanzitutto col peso e l’ingombro che il copione potrebbe comportare e dunque ad accettare criteri di (presunta) vendibilità che si rivelano asfittici, limitanti, restrittivi.


Questo articolo vuole essere un contributo alla crescita dell'Apulia Fringe Festival: ne sono stato ospite, lo reputo un’opportunità offerta al teatro under italiano e il modo di ricambiare ospitalità e opportunità è provare a sottolineare, con la massima onestà possibile, gli aspetti sui quali occorre un ripensamento o un miglioramento concreto. Dunque, detto già degli spazi e della loro gestione, procedo in tal senso.
Non mi ha convinto l’ampiezza della proposta; ventisei spettacoli in una settimana per un totale di centocinquantasei repliche in sei giorni (escludendo la domenica delle finali): un’offerta eccessiva per un ambiente incapace di articolare una reale domanda teatrale. Non mi ha convinto il duplice sistema di valutazione (voto del pubblico, voto dei critici), parallelismo reso poi coincidenza per la selezione finale: che senso ha il voto dei critici se i critici stessi non hanno l'opportunità o non sono messi in condizione di vedere la totalità degli spettacoli? E quanto commerciabilità della proposta o localismo possono incidere sulla quantità di consenso data dal pubblico?
Non mi ha convinto la formazione di una giuria d’esperti, alcuni dei quali forzatamente assenti durante il Festival, che si è composta nella sua interezza per la sola giornata della finale (per visionare e valutare i sette spettacoli più votati). Non mi ha convinto l’organizzazione della finale: è possibile che le compagnie siano state costrette ad attendere le quattro del mattino per sapere chi, poche ore dopo, sarebbe andato in scena al cospetto della giuria? Ed è giusto realizzare questa finale in termini di affannata riproposta (dal mattino alla sera)? Quanto è corretto che questa giornata finale, inizialmente aperta solo agli operatori, sia diventata con il trascorrere delle ore una replica gratuita aperta al pubblico, determinando una sperequazione tra chi si è esibito al mattino – alla presenza di una ventina di operatori – e chi invece ha usufruito di diverse decine di spettatori? Non mi ha convinto, infine, l’assenza di un dopo-festival con sede fissa e comune, utile magari a generare un confronto ulteriore, a spettacoli appena avvenuti.


Ho l’impressione che la riforma ministeriale in atto ridurrà sempre più le possibilità di circuitazione del teatro under italiano, costringerà le compagnie indipendenti a farsi assoldare e produrre dai pachidermici teatri Nazionali (mi viene da definirli “Regionali” vista la quantità di giornate recitative da realizzare nei propri confini geografici), genererà un ampliamento sistemico dello scarto già esistente tra il teatro finanziato e il teatro costretto invece all'autofinanziamento. A rischio la ricerca, a rischio – per dirla con le parole di Massimiliano Civica – “il teatro dei dialetti”.
Ridimensionamento, tagli, soppressione indotta di realtà in difficoltà, bocciatura di interessanti esperienze che sono in crescita e salvaguardia di certi ammuffiti avamposti cui è stato chiesto sovradimensionamento dell’impegno (a parità di risorse economiche) o sottodimensionamento economico (con lo stesso carico di lavoro da svolgere). Freno al nomadismo, imposizione della stanzialità, ampliamento a dismisura della tenitura di una produzione, rafforzamento spropositato dei direttori-produttori, disinteresse per le piccole sale del nostro territorio, saturazione della proposta cittadina lì dove sono presenti Nazionali e TRIC. Per questo sforzi, occasioni, tentativi come quello dell’Apulia Fringe Festival devono essere conosciuti, frequentati e – mantenendo il rapporto critico al di qua della soglia che separa l’attenzione e la partecipazione dalla convivenza e dalla complicità – vanno sostenuti. L’augurio è che il prossimo anno, ad Andria, vi sia una seconda edizione: ostinata quanto la prima, migliore della prima negli aspetti in cui mi è parsa carente.
È da tentativi come questo, d'altro canto, che dipende il futuro del teatro che amiamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Apulia Fringe Festival
organizzazione evento associazione Equilibrio Dinamico
direzione artistica Vincenzo Losito
logistica associazione L'Altrove
campagna marketing e comunicazione Studio Refresh
ufficio stampa Emilio Nigro
social media partner Puglia Off
garanzia tecnica Global Click Service
fonte immagini a corredo dell'articolo Pagina Facebook Apulia Fringe Festival
Andria, 20-24 maggio 2015
in scena dal 18 al 24 maggio 2015

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