“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 10 Maggio 2015 00:00

I ferri del mestiere

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Due proiettori illuminano di luce bianca la tela blu del sipario. Un allegro motivetto è il tappeto sonoro che ci catapulta in una Napoli antica, ma per certi versi ancora viva, quella Napoli di fine XIX secolo, sottoproletaria, colorita e malandata, in cui il Pulcinella inurbato di Petito si è ridotto a mille mestieri per sbarcare il lunario. La tela si apre su una misera stanza, ricreata con curato realismo di solida scenografia: le mura scalcinate, con l’intonaco scrostato, i mattoni a vista, evidenti macchie verdognole di umidità, le porte e le finestre malconce, i vetri rotti, un pavimento sconnesso che un tempo doveva essere stato di marmo, mobilio di legno di fortuna, una scopa di saggina nell’angolo.

Si tratta della casa/bottega di don Felice Sciosciammocca (Raffaele Parisi), giovane studente di belle arti, che divide la baracca con don Cardillo (Ciro Esposito), studente di medicina spiantato, e il servo Pulcinella (Biagio Musella). La povera precarietà di queste vite, prima ancora che siano le parole a renderla esplicita, traspare dall’arredo di scena, tutto funzionale all’azione: il paniere di vimini sul tavolo, la trappola per topi sul proscenio, la stufa di latta da cui pende un ventaglio di paglia. Il mondo che fu è evocato dagli abiti: Felice porta il basco da artista, una ridicola giacchetta a quadrettini bianchi e neri, un gilet salmone, uno sgargiante papillon di raso nero. Don Cardillo, con gli occhiali tondi e i capelli impomatati, indossa calzoni a righe nere e grigie, grigie come i mezzi guanti che tiene per il freddo. Luisella abiti scollati stretti in vita e stivaletti; e che dire dell’abito rosso cremisi del proprietario della casa al Ponte della Maddalena (Ciro Pellegrino), con i guanti gialli, le scarpe nere con le ghette bianche e un bastone di ebano col pomo dorato? Il tripudio tuttavia è la zia di Felice (Nunzia Schiano), maestosa e matronale in un abito arancione ornato di trine, con guardinfante e borsetta e soprattutto un cappello ornato di nastri, trine, piume cui non manca niente, nemmeno una colomba bianca!
L’intreccio è presto detto, nella migliore tradizione comica, rimontando fino a Plauto e forse, ancor prima, alle fabulae atellanae, il giovane spiantato don Felice dilapida il patrimonio della proverbiale zia campagnola che lo ha mandato a Napoli per studiare da artista, mentre lui preferisce amoreggiare con la bella e vezzosa Luisella (Daniela Ioia), figlia del guardaporte. Tra equivoci e trovate buffe lo scioglimento finale vede il perdono del giovane scapestrato e la concessione del consenso per la celebrazione delle nozze tra i due amanti. Ciò che conta tuttavia, come sempre nelle commedie di Petito, non è la storia, sempre uguale nelle sue mille declinazioni e possibilità di intreccio, quanto piuttosto ciò che sta in mezzo, il meccanismo scenico, lo scoppiettare delle trovate linguistiche e mimiche, il divertimento puro, la risata che sgorga potente e prepotente, tirata fuori dai precordi con frizzi e lazzi. Già questo non sarebbe poco: ridare vita ad un testo di centocinquanta anni fa, spolverarlo, ammorbidire la materia linguistica e renderla più affine al napoletano che parliamo e comprendiamo, lasciare una vernice di antico, ricreata ad arte, un accento caricato di antico nella voce e nei gesti, affinché sia chiara la volontà di mimesi resa esplicita, aprire la cassetta dei ferri del mestiere, l’antico e nobile mestiere dell’attore, per proporre i tempi serrati della comicità, la gestualità, la tensione che genera quell’emozione collettiva condivisa che è il teatro. Fin qui sarebbe mestiere, onesto e pulito. Ma c’è dell’altro, che arricchisce come discrete gioie la sostanza del lavoro. La mimesi del testo antico, riproposto nelle scene e nei costumi, ogni tanto si sfilaccia, consapevolmente, lasciando trasparire l’operazione compiuta, lo scarto rispetto all’originale, come quando Luisella parla a gesti ma Pulcinella non la capisce: “Addò l’e’ fatta a scola d’e’ mimi? ... Chesta è allieva 'e Panetta”. O ancora quando Felice tenta di vendere un suo quadro, intitolato L’allucco, sagoma fantasmatica che ricorda vagamente L’urlo di Munch, ma ne riproduce meravigliosamente gli effetti quando qualcuno lo guardi. Infine la scena geniale che vede protagonista il padrone di casa (Lello Serao), che entra gridando con tuba, mantello di seta e frusta, costringendo Felice, Pulcinella e don Cardillo a saltare come animali da circo, accoccolati sulle sedie come su trespoli, si contorcono come leoni (Pulcinella), scimmie (don Cardillo) mentre il padrone fa schioccare la frusta sul pavimento ad ogni urlo.
Accogliamo con un applauso festoso e caloroso i bravi artigiani che hanno ricreato ancora una volta il mondo per noi, cosa manca? “Manca il compatimento e il perdono di questo rispettabile pubblico”. Ancora applausi, inchini e gioia.

 

 

 

Le statue movibili
da
Antonio Petito
adattamento e regia Lello Serao
con Ciro Esposito, Daniela Ioia, Raffaele Parisi, Lello Serao, Biagio Musella, Ciro Pellegrino, Nunzia Schiano
musiche originali Niko Mucci
lingua italiano, napoletano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Area Nord, 8 maggio 2015
in scena dall'8 al 10 maggio 2015

 

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