“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 11 Maggio 2015 00:00

Tre giorni con Mimmo Borrelli

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Un laboratorio, un seminario, un’occasione per scrutare da un’altra prospettiva ciò che sta alla base di quel che poi si compie in scena; l’opportunità di esercitare la curiosità del proprio sguardo, un po’ come fanno certi impertinenti bambini quando, ancora immersi nell’età dei giochi, cominciano a sbirciare sotto le gonne per iniziare ad esplorare i segreti della vita: non c’è prurigine, non c’è malizia, solo l’incanto del candore che svolta verso il piacere della scoperta, dell’esplorazione…

Viviamo un po’ questo fanciullesco senso della scoperta immergendoci per tre giorni nel laboratorio di Mimmo Borrelli, dirigendo gli occhi all’intorno, drizzando le orecchie, allertando i sensi per soddisfare – per una volta in uno spazio privilegiato a margine – una parte di quel “voyeurismo teatrale” che sottende alle nostre visioni ordinarie. Tredici attori, o aspiranti tali (o attori ed aspiranti attori, per meglio dire), mettono in gioco il proprio bagaglio formato e in formazione e lo affidano nelle mani di Mimmo Borrelli, che s’affretta a premettere che non vi sia nulla di mistico, nulla di sciamanico, nulla di esoterico, eppure chi sceglie di mettersi per tre giorni nelle mani di Borrelli – ed incidentalmente anche chi come noi in quei tre giorni svolge il semplice ruolo di osservatore privilegiato – avverte, percepisce, sente di essere in rapporto con una personalità magnetica, con la quale si instaura un rapporto maestro/discepolo pressoché immediato, un rapporto che è alla base di quel “gran patto collettivo” cui allude il nome stesso del seminario; e se sulle prime il valore collettivo del lavoro teatrale è ancora confinato nel limbo delle intenzioni, alla fine dei tre giorni il sentimento di condivisione che anima i partecipanti appare tangibile.
Tre giorni intensi, tre giorni nei quali si lavora su ciascuno, si lavora con ciascuno; ogni partecipante ha portato il suo monologo, il suo personaggio, la propria prova che fungerà da canovaccio di partenza dal quale si dipanerà un lavoro a raggiera che, passando per prove tecniche di regia e di allestimento, espedienti scenici finalizzati allo scopo, farà trovare al personaggio in scena la propria voce, le proprie movenze, gli conferirà l’effimera vita d’una creatura caduca, che forse non conoscerà mai la ribalta effettiva di uno spettacolo, ma che rimarrà nel bagaglio formativo di chi quella scena l’ha provata, interpretata e vissuta fino ad esserne posseduto. Sì, perché uno degli input che Borrelli instilla sin dall’inizio consiste proprio nel suggerire di “farsi possedere dal personaggio”, lasciarsene attraversare, mediante suggerimenti ed espedienti funzionali alla bisogna, come ad esempio referenti esterni e referenti interni a cui rivolgersi.
Prima del lavoro individuale vi è una fase collettiva di riscaldamento, durante la quale gli esercizi che guidano l’agire di ognuno servono a mettere in relazione il singolo con se stesso prima, con gli altri poi; coordinando la voce col corpo, l’andatura con la parola, centrandosi su se stessi, gli attori recepiscono gli stimoli ed i suggerimenti di chi li guida, concentrandosi sulla bocca, sulla mente e sul cuore.
La fase preparatoria prelude all’ingresso nella “tana”, nella camera oscura in cui prendono forma i personaggi e le storie, protagonisti estemporanei di drammaturgie improvvisate, variazioni su temi di partenza che prendono le mosse dai monologhi portati dagli attori e che cammin facendo, nelle mani di Borrelli si plasmano, vengono lavorati, si cuciono addosso – più o meno facilmente, più o meno felicemente – sulle pelli dei personaggi di partenza, che diventano qualcosa d’altro, che cercano (e sistematicamente trovano, mentore il demiurgo/regista cui si sono affidati) la propria voce, la voce con cui far parlare quel loro personaggio.
Tocca corde profonde, Borrelli; non sempre è immediata l’individuazione di una chiave di accesso, decodifica e rielaborazione di ogni singolo personaggio su cui lavora, eppure per ciascuno un risultato è sistematico: la voce con cui quel determinato personaggio dovrà parlare, il tono con cui dovrà gemere, il suono del suo ghigno, il fragore del suo urlare saranno sempre trovati, saranno sempre centrati; e poco vale se le improvvisazioni drammaturgiche, variazioni estemporanee su un tema di partenza, denunceranno qualche necessaria approssimazione: quei personaggi, quelle drammaturgie variamente improvvisate, quelle costruzioni sceniche approntate per l’occasione sono destinate a svanire in quella stessa ombra in cui sono nate.
Il lavoro che Mimmo Borrelli conduce su ogni attore mantiene ciascun personaggio in una tensione persistente, lavorando forte sulla componente emotiva, facendo sì che di contragga e decontragga come il movimento di una fisarmonica; gli stimoli sono continui, insistenti, pressanti, cercano di scavare e colpire nel fondo della sensibilità individuale, affinché essa si metta al servizio del personaggio; e, quando il tentativo riesce, quando si individua la chiave di volta, avvengono la rielaborazione e la formalizzazione del personaggio, nel personaggio. Un personaggio che una volta compiuto, consente a chi lo ha interpretato, a chi lo ha esperito, a chi lo ha “vissuto” (l’attore in scena) di compierne una sorta di “autopsia postuma”, sezione di un cadavere da studiare e da immagazzinare nel proprio bagaglio attoriale.
È un percorso intenso e magmatico, quello a cui Mimmo Borrelli sottopone i ragazzi; la sua presenza è forte ma non invade, è violenta, ma non cattiva, feroce coi personaggi, comprensivo con gli attori; insiste ossessivamente su alcuni punti fermi: “Nun mulla’!”, “Nun recita’!”, “Nunn asci’!”, sono comandi urlati come altrettanti mantra che incitano l’attore e non uscire dal personaggio sul quale si sta lavorando, a non perdere la concentrazione e soprattutto a rifuggire da declamazioni e sceneggiate (rischio incombente vieppiù quando i ragazzi si cimentano con testi in napoletano) ; invita a non strafare, “fai poco” è un’altra frase chiave, detta con calma, a volte urlata tra una bestemmia ed una minaccia fisica (ma in verità solo verbale), tra una pedata di riprovazione ed un buffetto di consolazione.
Il lavoro che Borrelli conduce bilancia lavoro individuale e lavoro collettivo, come si diceva, ed in particolare, il modo di mettere in relazione gli uni con gli altri negli esercizi fatti insieme da tutti – che impropriamente chiamiamo “di riscaldamento” – assolve proprio alla funzione di mettere in relazione corpi estranei per renderli partecipi di un unicum (il “patto collettivo” di cui sopra), il che ha come scopo la conoscenza reciproca che, tradotta in teatro, evita vuoti di scena ed anzi fa sì che si padroneggi la scena.
C’è, nel lavoro di Borrelli, un’attenzione minuziosa alla verità intima dei personaggi, come a dire che il finto che nasce dal vero non è finto davvero, ma possiede un’autenticità che contribuisce al compimento del personaggio; e c’è, nel lavoro di Borrelli su ogni singolo attore, su ciascun personaggio che prende corpo in scena, la minuziosa attenzione ai più piccoli gesti, al modo di rantolare un sospiro, di agitare una mano, di far vibrare tutte le membra in un determinato momento e un momento dopo arrestarne il movimento. C’è una partecipazione indotta che trova sponda nella collaborazione e nell’ascolto di ciascuno, c’è una quarta parete costantemente sfondata nell’individuazione di un referente esterno, da mettere in relazione col personaggio per formalizzarne il definitivo spessore; e c’è una componente emozionale empatica che più di una volta riga d’una lacrima il volto di chi è in scena in quel momento ed anche di chi in quel momento assiste soltanto.
I personaggi, con le loro storie, con le loro microdrammaturgie costruite in tre giorni di laboratorio, confluiscono poi in un finale condiviso, in una partitura improvvisata e conglobante che li accorpa tutti, nelle mani del regista/autore Borrelli, che ha guidato la formazione dei personaggi e continua a guidarli “kantorianamente in scena”, com’egli stesso sottolinea; è un entra ed esci continuo da parte di ognuno, nel quale si esercitano l’attenzione e l’ascolto dei personaggi alla scena, invitati a non far calare la loro soglia di partecipazione nemmeno quando non sono direttamente coinvolti.
Personaggi nati nell’ombra, vissuti per tre giorni, vivono un’ultima volta insieme e in relazione prima di tornare nell’ombra, in un oblio che non presuppone un domani; rappresentano un destino possibile per chiunque si cimenti con l’arte della scena, col teatro, che è cosa diversa dallo “spettacolo”, rimarca Borrelli; il teatro è qualcosa di non democratico, giostra crudele per esseri fragili. Fragili come esseri umani, fragili come attori, o aspiranti tali, che si portano dietro (e soprattutto dentro) mentre qualche nuovo rivolo di lacrime ne imperla le gote, un piccolo grande bagaglio in più; laboratorio utile a chi abbia già una preparazione attoriale propedeutica, il lavoro con Borrelli arricchisce chi vi partecipa (ed anche chi vi assiste) di una prospettiva in più sul lavoro dell’attore, su uno dei modi possibili di impostarne la componente umana; “umanità” sembra essere la parola chiave – estrapolata tra le tante urlate col vigore della bestemmia – che Mimmo Borrelli intende lasciare come traccia del suo passaggio impressa nelle coscienze di attori in formazione. Umanità è vivere il teatro come un patto collettivo, essere in ascolto e in relazione; umanità è il vibrare di un corpo, nel singulto strozzato di una Salomè, nell’urlo lancinante di un’anima “pezzentella”, nel corpo sudato e teso di un Palummiello, nel corpo tragico della Madre borrelliana, nell’ironia stridula di una delle Mamme ruccelliane, nella crudezza del soldato dei Dieci comandamenti di Viviani, nell’apertura al suicidio di una storia d’amour fou, nel ghigho maniacale e grottesco di un Riccardo III, nella libidine esplicita con cui s’intinge Una patatina nello zucchero, nel modo in cui rende viluppo di dolori non solo fisici il corpo di Giuvann’ ‘o stuort’.
Un laboratorio non si può raccontare, men che meno si può recensire; vi si assiste portandosi dietro (e dentro) un po’ di tutte queste cose, immagini e scene che la memoria sottrae all’effimero e che ci danno l’opportunità di vedere da vicino come può nascere un personaggio e come possa lavorare su di esso un autore, un regista, un dramaturg. Si ha la fondata impressione che il lavoro, intenso e senza lesinar energia alcuna, condotto da Borrelli sui ragazzi, su quelli che per tre giorni sono “i suoi attori” rimanga sì a loro, confluendo nel bagaglio esperienziale di ciascuno, ma serva anche a Borrelli stesso come palestra registica, come fucina di sperimentazione delle possibilità del proprio sguardo, come esercizio della propria poetica applicata alla scena.
Resta infine, nello sguardo attento ed interessato di chi come noi ha avuto la possibilità di assistervi da presso, l’appagamento curioso di aver potuto assistere a quel che accade “dall’altro lato”, quando un testo non è ancora teatro ma inizia a diventarlo, quando un attore non è ancora un personaggio ma comincia a costruirlo. A ciò s’aggiunge il piacere di vedere Borrelli lavorare “a monte” avere un’idea dei meccanismi che sottendono non tanto alla scrittura, quanto all’allestimento scenico delle sue opere, ritrovare nell’esperienza formativa dispensata ai suoi allievi la parte teorizzazione di ciò che fino ad ora avevamo viso solo formalizzato in assito, leggere tra le righe degli “stati di coscienza” che evocano le musiche che sceglie, ascoltarne le suggestioni drammaturgiche, anche quando magari ci sorprendono e non ci convincono (ma parliamo sempre di tentativi estemporanei), ma soprattutto apprezzarne un versante, quello umano, base autntica del “patto collettivo” che instaura con impressionante empatia con coloro che lo seguono e gli si affidano.
Ancora una volta, demiurgo.

 

 

 

Il teatro è un gran patto collettivo
laboratorio di Mimmo Borrelli
Bacoli (NA), Il Centro, dal 1° al 3 maggio 2015

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