“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Domenica, 17 Febbraio 2013 06:01

La forza di volontà della commedia

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Potrebbe valere per il teatro quello che si dice sulle facoltà del nostro cervello e cioè che non utilizziamo che una piccolissima parte di tutte le sue capacità. Per il teatro però non si tratta di spostare oggetti col pensiero, praticare autoguarigione o prevedere il futuro, cosa che a qualche personaggio potrebbe anche riuscire. Dalla sua nascita e per tutti gli anni che ha ancora da vivere c’è sempre qualcuno che con il teatro sa giocarci, sperimentare, spingere su un elemento piuttosto che sull’altro. C’è chi il teatro sa usarlo a suo piacimento e sceglie quali delle sue capacità vuole utilizzare.

Marco Sciaccaluga, nel portare in scena La scuola delle mogli di Molière ne sceglie più di una. Comincia con la scelta di un testo forte. La commedia di Molière racconta la storia del vecchio Arnolfo che sceglie di innamorarsi della giovane Agnese, fatta da lui stesso educare all’ignoranza, per essere sicuro di poterla dominare mettendosi così al riparo dai più che usuali  tradimenti delle donne. È convinto che una donna che sappia scrivere abbia fatto già molto più del proprio dovere ma Agnese è un’eroina ingenua che si sottrae alle trame del vecchio, un po’ per indole caratteriale, un po’ per amore, un po’ per equivoco, un po’ per la commedia con i suoi meccanismi che portano al colpo di scena. Il testo ha tutto, battute e situazioni divertenti non mancano, ed è attualissimo in tempi in cui sempre più spesso ascoltiamo storie di gelosie morbose e femminicidi. Ma avrà Sciaccaluga lasciato fare tutto al testo? Il teatro ha altro ancora. Allora ecco, che all’aprirsi del sipario, si spalanca di fronte alla platea una grandiosa scenografia. Jean-Marc Stehle’ e Catherine Rankl sono gli autori di quella che è una vera scatola magica. Siamo agli inizi del '900, lo intuiamo dai costumi e dal viaggio in treno che ci conduce nello spirito e nelle idee di Arnolfo e nel piccolo paesino francese, di marmo bianco, realistico ma non troppo, per permetterci di vedere il corpo degli attori muoversi come in un sogno, quello della mente di Arnolfo che crede di governare tutto. La scatola magica si scompone, le pareti si spostano e i personaggi passano dalle scene esterne a quelle interne in un secondo. Non avviene in automatico. È come per il realismo del disegno, si deve vedere quel po’ di finzione che c’è sotto. Così due figure vestite di nero entrano in scena e muovono le cose, spostano le facciate delle case, appoggiano la bicicletta al muro. Il tutto è incantevole e di grande effetto, si arriva a sorridere per lo stupore. La neve che aveva bloccato a Bologna il camion che trasportava le scene de La scuola delle mogli, il giorno della prima, aveva davvero trattenuto una gran parte di spettacolo.
Il lavoro di Sciaccaluga ha straordinarie scenografie e un testo di grande effetto, ma è in rima. Si recita in rima ed io me ne sono accorta tardi. Merito della naturalezza degli attori. Ancora una volta penso al realismo dell’interpretazione e alla finzione che prima o poi deve venir fuori e appare in quel parlare rimato dei personaggi. Eros Pagni è un Arnolfo inquieto, preoccupato per il proprio onore ma tanto innamorato. Gli si perdona tutto quando lo sentiamo disperarsi al suo tavolo di lavoro non perché le cose non stanno andando come le aveva progettate ma perché lui Agnese la ama davvero e bacia piangendo le sue fotografie. L’opera di Molière è scritta in modo che molti accadimenti avvengano fuori dalla scena ed essi siano soltanto raccontati dai personaggi come fatti già avvenuti. Commedia di equivoci e di storie riportate alla persona sbagliata. Tutto sta nelle reazioni che i personaggi hanno di fronte al racconto, alla risolutezza con la quale decidono come comportarsi, cosa fare per sistemare le cose. Arnolfo parla spesso tra sé ed Eros Pagni riesce a farsi sentire sussurrando, è come se ascoltassimo un vero dialogo interiore. Tutti gli altri in scena, in un modo o nell’altro si prendono gioco di lui, volontariamente o involontariamente, suscitando l’ilarità tra gli spettatori. Arnolfo è proprio il protagonista che subisce l’azione pur disperando di essere colui che l’innesca. Al contrario, Agnese dovrebbe essere colei che subisce i progetti del vecchio ma la propria forza di volontà la porta a liberarsi e ad agire in prima persona. Resta così un personaggio esemplare per molte donne anche se Alice Arcuri le dà vita con comicità e leggerezza. Anzi, sono proprio le risate che scatena ad avvicinare Agnese ad ogni donna. Lo spettacolo del teatro stabile di Genova piace. Si è puntato su più elementi per riuscire a renderlo bello da vedere e da sentire, nei personaggi di allora si può ancora intravedere un uomo o una donna di oggi. Agnese è dietro l’angolo e forse giù in platea, magari, curato in ogni suo dettaglio, il teatro è capace anche del miracolo, dell’autoguarigione, dello sprigionamento della forza di volontà.

 

La scuola delle mogli
di
Molière
versione italiana Giovanni Raboni
regia Marco Sciaccaluga
con Eros Pagni, Alice Arcuri, Marco Avogadro, Massimo Cagnina, Pier Luigi Pasino, Roberto Serpi,  Mariangeles Torres, Federico Vanni
produzione Teatro Stabile di Genova
scene Jean-Marc Stehle’ e Catherine Rankl
costumi Catherine Rankl
Napoli, Teatro Mercadante, 14 febbraio 2013
in scena
dal 12 al 17 febbraio 2013

 

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