"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Domenica, 12 Aprile 2015 00:00

Come Tolstoj partorì Anna Karenina

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Come nasce un personaggio nella mente del suo autore? Come viene posto il seme che lo fa diventare lo specchio nel quale si riflette un’intera società e un’epoca? Come si fa a essere eternati, a diventare un archetipo? In conclusione, come nasce Anna Karenina?

Il lavoro presentato al Teatro Ghirelli di Salerno scritto da Sonia Bergamasco ed Emanuele Trevi vuole provare a rispondere a questi interrogativi senza smettere mai di porseli. Così si ricostruisce un filo che non è narrativo pur avendone molte delle sue caratteristiche, procede per salti e riflessioni, tratte da lettere dell’autore e diari della moglie, senza mostrare cesure o incertezze per confluire, nella parte finale, alla rappresentazione della conclusione tragica della vita di Anna Karenina.
Sulla scena al centro vi è un pianoforte a coda e Sonia Bergamasco, presenza scenica che con la sola voce racconta la genesi del personaggio di Tolstoj. Senza alcun gioiello, fasciata da un semplice vestito di velluto nero lungo, elegantissima, più spesso scalza che con le scarpe nere, la Bergamasco è Tolstoj, anzi è il pensiero di Tolstoj fino al primo comparire di una immagine parziale: racconta lo stesso autore che il 22 febbraio 1870 la sua fantasia vede “un gomito femminile di un elegante braccio aristocratico”. L’immagine si fissa nel suo inconscio con una forza iconografica fino a divenire una vera e propria ossessione. Inizialmente fa appartenere quel gomito ad una poco affascinante signora dell’aristocrazia russa, sposata ad un uomo così simile a lei da far arenare presto lo sviluppo del personaggio. Da I racconti di Belkin di Puškin, Tolstoj trae spunti per riprendere questo personaggio femminile e creare quelli che ruotano intorno a lei e pennellare la fisionomia di una società aristocratica russa che gode gli ultimi barlumi della propria ricchezza facendosi trasportare dalle passioni. Anna non si chiama ancora così, prenderà questo nome quando le cronache riporteranno il suicidio di una donna sotto un treno nella stazione vicino a dove abitava l’autore. Era il gennaio del 1872. La donna si chiamava Anna Stepanovna Pirogova. Una genesi lunga quattro anni, revisioni continue e tormentate, un’ossessione che non abbandonerà mai l’autore. La voce e i gesti della Bergamasco accompagnano, sottolineano, citano, interpretano queste fasi del racconto tratteggiati spesso anche da brevissimi brani al pianoforte che l’attrice, diplomata al Conservatorio di Milano, suona con pathos. Il pianoforte sulla scena non è solo uno strumento, è un co-protagonista, è valida spalla dell’attrice, si trasforma in luogo di voluttà quando si narra dell’incontro fatale tra Anna e Vronsky alla festa considerata un “tritacarne educato”, dove si formano capannelli al suo passare, “nei capannelli si pratica la maldicenza...”. Anche le sedie semplicissime poste ai lati della scena sono piani di appoggio e luoghi figurati. Ruolo fondamentale è il sapiente disegno delle luci che nella fase evocativa del percorso creativo di Tolstoj lasciano la Bergamasco quasi nella penombra, illuminata da fasci di luce frontali e alti che delineano le curve del suo braccio, la massa di capelli biondi che sensualmente segue i movimenti del collo e del personaggio. Quando Tolstoj diventa Anna, le luci si incrociano da destra e da sinistra, diventano sempre più bianche fino a rendere l’attrice quasi spettrale nella fase del delirio che precede il dramma. Nuovamente il pianoforte aperto si trasforma in luogo: è la stazione, è il binario è il treno sotto cui si getta dopo essersi fatta un rapido segno della croce, più per istinto che per fede. La Bergamasco di sdraia nel pianoforte trasformandolo nella bara a cui Anna affida i suoi ultimi pensieri, con il braccio sinistro che pende all’infuori come nell’iconografia pittorica del Caravaggio e del David. Solo allora la luce vira verso un colore più caldo, quasi aranciato, focalizzandosi sul gomito “di un braccio aristocratico”.
Ecco come nasce un personaggio dalla creatività di un genio, ecco come nasce un personaggio sulla scena quando è fatto rivivere da una grande attrice diretta da un regista del calibro del compianto Giuseppe Bertolucci.

 

 

 

 

Karenina. Prove aperte di infelicità
di
Emanuele Trevi, Sonia Bergamasco
da Anna Karenina
di Lev Tolstoj
regia Giuseppe Bertolucci 
con Sonia Bergamasco
produzione Teatro Parenti – Sonia Bergamasco
in collaborazione con Centro culturale il Funaro, Fondazione Salerno Contemporanea-Teatro Stabile d’Innovazione 
lingua italiano
durata
50’
Salerno, Teatro Antonio Ghirelli, 9 Aprile 2015
in scena dal 9 al 12 Aprile 2015

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