“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 02 Aprile 2015 00:00

La nuova forma di un mito

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Il testo La vela nera di Teseo, di Valeria Moretti, vuole essere una re-interpretazione moderna del personaggio di Teseo. È stato scritto per un solo interprete − Gianni De Feo − che accoglie il pubblico del Teatro Elicantropo indossando sul volto una benda e, sul corpo, una veste svolazzante e roteante stile-Dervishi. Dopo il suono del mantra buddista “Nam Myoho Renge Kyo”, che segna l’inizio del percorso di autocoscienza del personaggio, l'interprete danza al ritmo greco del Sirtaki (“destra... sinistra, droitegauche) volteggiando nella gonna ed esponendo una verbalità in doppia lingua (italiano e francese).

"Je suis le fils de deux perès, l’un mortel et l’autre divin" ("Sono il figlio di due padri, uno mortale e l’altro divino"), così esordisce, iniziando davvero lla ricerca genealogica delle proprie radici: a destra del palco un microfono, pronto ad amplificare il racconto, mentre a sinistra c'è invece uno specchio, predisposto per sancire graficamente − con un rossetto − i punti fermi della sua nascita.
Già questa prima dichiarazione sancisce la doppia natura del personaggio di Teseo, ad un tempo divina e mortale, e subito si spiega il suo andirivieni amoroso con Arianna e l’equivoco che porta alla morte il padre Egeo, il re del mare: la mente va infatti alle narrazioni antiche dei miti secondo le quali, quando Egeo giace con Etra, figlia di Pitteo re di Trezene, anche Poseidone, dio del mare, la possiede;  da questa doppia unione, dunque, nascerebbe l’eroe, importate quanto Eracle e annoverato tra i personaggi più illustri della generazione che precede la guerra di Troia.
Teseo, secondo la versione più diffusa del mito, dopo essere riuscito grazie all’aiuto di Arianna a sconfiggere il Minotauro nel labirinto cretese, abbandona sull’isola di Nasso la principessa innamorata che, soccorsa dal dio Dioniso, vola poi in cielo facendosi costellazione. Teseo è, dunque, l’emblema dell’eroe fiero ma egoista e insensibile, dedito solo all’affermazione del potere personale.
Valeria Moretti ne esplora invece, i sentimenti umanissimi di chi perde tutti i suoi riferimenti, tutte le proprie certezze, disperso nel labirinto; esplora le incertezze di chi recide il filo di Arianna, giuntogli in soccorso; esplora i pensieri di chi, tragicamente, finisce per abitare gli spazi inesplorati della sua mente. Così dentro questo Teseo altri personaggi vivono: il Minotauro, che urla solitario e Arianna, che quasi riprende voce per sussurrargli il dispiacere e la rabbia dell’abbandono al suono del canto di Monteverdi. Ma questi personaggi − è chiaro − non sono che specchi frantumati della sua anima, apparizioni laconiche e momentanee, carnali e mistiche allo stesso tempo e che nell’atemporalità si cercano, si rifiutano, si abbandonano.
Il ritmo sonoro delle parole in doppia lingua, scelta inusuale e coraggiosa, traccia il senso della ripetitività dell’esperienza e della conoscenza e sembra quasi generare altri possibili labirinti: semantici, espressivi, artistici. Così il labirinto, diventa luogo di iniziazione, di viaggio e di perdita, facendosi metafora di innumerevoli percorsi umani, carnali e teatrali.
Piano piano lo spazio scenico si modifica ed il suono lascia posto al canto, malinconica melodia sensuale che dice di chi abbandona e di chi viene abbandonato.I personaggi sembrano sovrapporsi: Teseo, Arianna, il Minotauro, Minosse si confermano − in questo modo − figure oltre-tempo ed emblemi di rimando di uomini e donne mortali, sancendo la capacità del mito: narrazione che dice di noi. La vela nera, con cui Teseo provoca la morte del padre è invece il simbolo della trasformazione, della ribellione e della vita stessa mentre nella vela nera − nella gonna cioè che l’attore indossa all’inizio − s'intravede un rimando ambientale, volto a sancire la fonte della storia cui stiamo assistendo (Teseo danza nel solco delle tradizioni popolari del suo paese) salvo poi farsi strumento con cui poi l'interprete si smaschera, si traveste o si sveste.
I suoi costumi si colorano d'oro; il suo viso s'agghinda come quello un clown, rendendo autoironico questo drammatico percorso di conoscenza; alcuni pali colorati trovano posto al centro della scena (metafora scenica degli ostacoli del labirinto), pronti ad essere smantellati; la musica e i suoni s'impossessano dell'aria mentre la voce s'articola nello spazio, facendosi guida completa del viaggio: nel mito, nello spettacolo. Bravo Gianni De Feo, interessante dunque la rilettura di Valeria Moretti: un viaggio psicologico, in fondo; un andare emotivo all’interno di schemi mitici e reali, sfiorati, affrontati e superati nel segno della conoscenza e del percorso di autocoscienza dell’uomo.
Arianna e gli altri personaggi, prima comparsi, adesso scompaiono: Teseo resta solo, tagliato è il filo, mentre vive rimangono le speranze di stabilità e di vittoria. Sfumano le luci, lasciandoci inevitabilmente incerti: oscura rimane la possibilità ch'egli se egli raggiunga ed ottenga ciò che desidera.

 

 

 

 

 

 

 

La vela nera di Teseo
di
Valeria Moretti
diretto ed interpretato da Gianni De Feo
aiuto regia Elisa Pavolini
scenografia Roberto Rinaldi
costumi Sonia Piccirillo
foto di scena Manuela Giusto
produzione Nuova Compagnia di Prosa
durata 1h
Napoli, Teatro Elicantropo, 28 marzo 2015
in scena dal 26 al 29 marzo 2015

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