“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 13 Febbraio 2013 19:17

CICLO BERGMAN (parte II) - Il posto delle fragole

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“Solo molto tempo dopo aver terminato di scrivere la sceneggiatura mi accorsi dell’innocente coincidenza in un dettaglio; il nome, Isak Borg, aveva le mie stesse iniziali. Certamente non è stato un fatto consapevole…”

(Un trascurabile dettaglio, Ingmar Bergman)

 

Il film trattato è forse uno dei più famosi ed apprezzati della cinematografia bergmaniana. Insieme ad Il settimo sigillo (1956) è il film che ha consacrato definitivamente Bergman tra le stelle del cinema mondiale. Già da tempo i critici avevano notato il suo enorme talento, basti pensare agli ottimi consensi ricevuti da Prigione (1949), Un’estate d’amore (1950), Una lezione d’amore (1953), ma soprattutto Sorrisi di una notte d’estate (1955). Poi l’enorme successo de Il settimo sigillo regala al regista fama, popolarità e prestigio. È in questo clima che Bergman decide di raccontare la storia di un uomo, Isak Borg, un medico ormai in là con gli anni, che dopo una vita di successi in campo professionale si trova a fare le somme di quella che è stata la sua vita privata. Ad introdurre tale riflessione, l’immancabile presenza della morte con la quale, vista l’età (78 anni), il nostro protagonista deve misurarsi. Lo stesso Bergman scriverà nel suo libro Immagini (Garzanti, 1992): “Ricordavo solo confusamente di aver scritto la sceneggiatura al Karolinska Sjiukhuset, dove ero stato ricoverato per un controllo generale e per rimettermi in forze”.

Al Karolinska, famoso ospedale alle porte di Stoccolma, Bergman approfitta del suo periodo di degenza per seguire le lezioni sui disturbi psicosomatici del primario Sture Helander, frequentazioni che gli forniranno importanti strumenti per proseguire la ricerca sulle turbe dell’animo umano. Vi rimarrà due mesi, poi uscitone inizierà e completerà a tempo di record (circa un mese e mezzo) le riprese de Il posto delle fragole (1957). Il contorno che fa da sfondo al film è, secondo le parole dello stesso regista, “un caos negativo di relazioni umane”. In quel periodo infatti Bergman si era da poco separato dalla sua terza moglie, la relazione con l’attrice Bibi Andersson mostrava le prime avvisaglie della crisi, ed il rapporto con i genitori era di totale incomunicabilità. Questi elementi si riversarono nel film e fornirono addirittura la scelta del nome del personaggio principale, Isak significa ghiaccio e Borg fortezza. Il personaggio riflette in un unico corpo lo stesso autore e suo padre. Abbiamo già accennato infatti all’incomunicabilità di Bergman con i propri genitori, in particolare con la figura paterna. Il film sembra cercare una riconciliazione tra le due figure, riassumibile anche nel rapporto padre/figlio del film stesso con i personaggi di Isak ed Evald, un tentativo di colmare una distanza quasi incolmabile. Scrisse Bergman: “Non so ora, né sapevo allora, quanto io, attraverso Il posto delle fragole, facessi un appello ai miei genitori: guardatemi, capitemi e, se possibile, perdonatemi”. Non una vera e propria incomunicabilità (anche se all’epoca di incomunicabilità si parlò, forse soprattutto per avvicinare Bergman ad Antonioni), quanto più un’incapacità a comunicare in modo sincero. Il professor Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, durante una sua intervista su Bergman ricorda infatti che non esiste una vera incomunicabilità. Tutti gli esseri viventi comunicano, e non possono fare altrimenti, ciò che chiamiamo incomunicabilità è, più correttamente, una comunicazione sbagliata. Per comunicare con l’altro è fondamentale conoscere cosa si vuol comunicare, e per farlo si deve avere una profonda conoscenza di se stessi, realizzabile solo con un percorso di analisi che l’individuo compie su stesso. Insomma, proprio quel che avviene durante il film. Il nostro Borg infatti, dopo un terribile incubo di morte, dove vede se stesso un una bara, inizia un viaggio che lo porta alla riscoperta dei luoghi della sua infanzia e giovinezza. Rivede il suo primo amore Sara, le sue cugine, la sua vecchia casa. Il posto delle fragole del titolo rappresenta dunque non un posto fisico, bensì un luogo della memoria, un ricordo felice che accompagna l’anziano dottore nel presente. Il suo personaggio muta nel trascorrere del tempo, per la verità il vecchio Borg ci viene presentato come un vecchietto simpatico e dolce sin da subito, ma sappiamo dai commenti delle persone a lui vicino che invece è stato un uomo freddo ed indifferente. Quella paura improvvisa della morte però lo trasforma e segna il movimento di tutto il suo percorso esistenziale. L’alchimia del film ha in Sjòstròm l’attore principe. Regista di fama internazionale (memorabile il suo Il carretto fantasma, vero e proprio punto di riferimento per intere generazioni di cineasti svedesi) accettò, data la stima e l’amicizia con Bergman, di interpretare il ruolo del dottor Borg (per altro, aveva già interpretato un precedente film del regista, Verso la città, 1949). Scrisse Bergman: “Si era impadronito della mia anima nella figura di mio padre e se ne era appropriato […]. Fece tutto questo con la sovranità e l’ossessione delle grandi personalità. Non avevo nulla da aggiungere, neppure un commento ragionevole o irrazionale. Il posto delle fragole non era più il mio film, era il film di Victor Sjòstròm”. Ritornando alla nostra riflessione (che poi è riflessione tutta bergmaniana) sulla morte, possiamo a riguardo sintetizzare l’intero percorso filmico nelle frasi pronunciate prima da Borg, poi da suo figlio Evald (interpretato da Gunnar Bjòrnstrand, l’attore che diventerà l’alter ego di Bergman). Il primo dice: “Sono morto, pure essendo vivo”, il secondo qualche scena dopo afferma: “vorrei essere morto”. Padre e figlio in momenti diversi si riferiscono alla nascita di un nuovo membro della famiglia Borg ormai prossimo. La moglie di Evald, Marianne, infatti è incinta.

Evald rifiuta la notizia, non vuole avere figli, secondo lui è da folli mettere al mondo un essere sperando che abbia un’esistenza migliore. Il desiderio di maternità di Marianne, dice Evald, è del tutto naturale data la necessità di lei di estendere la sua volontà di vivere. Lui, che invece, non desidera altro che la morte, non può accettare la nascita di un suo simile. È una questione di necessità, non un discorso sul Bene e il Male. Questo il riassunto del pensiero di Evald, che scopriamo poi essere lo stesso di quello del suo genitore Isak, almeno fino a poco prima del suo viaggio nei ricordi. L’intero concetto esprime perfettamente quello che è il cinema di Bergman, la sua essenza ontologica più profonda. Stiamo parlando di un tipo di rappresentazione che difficilmente racconta azioni e situazioni, bensì emozioni e necessità tutte psichiche. L’intero percorso bergmaniano si intreccia e si snoda in personaggi alla ricerca del proprio Io, un tentativo di smascherare l’apparenza per rivelarne l’essere reale. Un cinema, quindi, non di “situazione”, ma di “condizione”. Lo stesso Begman si è più volte descritto come un vero e proprio mostro dietro la maschera dell’apparire (i molteplici divorzi, i cattivi rapporti con i figli, la perenne insoddisfazione), in particolar modo nell’autobiografia pubblicata nel 1987, Lanterna magica (Garzanti) dove traccia in maniera impietosa un ripugnante ritratto di sé. Forse la fortuna del film che stiamo trattando (per molti è il suo massimo capolavoro) è dovuta proprio al fatto che per la prima ed unica volta Bergman ha voluto celare questa sorta, come la definiva lui, di sua schizofrenia. Un film che appare, al di là dei terribili temi trattati, colmo di ottimismo e di speranza, ed estremamente solare (Bergman ha diretto anche lavori molto divertenti, delle vere e proprie commedie, ma appartengono alla sua produzione minore, anche se conservano intatti il talento e la poetica dell’artista). Secondo il filosofo Emanuele Severino, il film rappresenta l’unico momento ottimista di tutta la produzione cinematografica bergmaniana. Come ne Il settimo sigillo anche qui la paura della morte la fa da padrona, ma stavolta non sembra avere lei l’ultima parola, bensì la speranza dell’uomo di respingerla attraverso il ricordo della vita, come nel finale del film quando Borg, per allontanare il suo triste pensiero, che non lo fa dormire, di vecchio che si approssima alla fine, per prendere sonno ricorda le calde giornate d’estate (nella cinematografia nordica, in particolare scandinava, la metafora dell’estate come momento felice ricorre spesso) ed i pic-nic spensierati. Inoltre, l’opera conserva ancora l’influsso dei rimasugli di fede religiosa che il regista stava pian piano abbandonando, e questa fede sembra accompagnare qua e là i passi del vecchio Borg. Sempre secondo Severino i finali dei due film, Il posto delle fragole e il precedente Il settimo sigillo sono similari. Come nel film del ’56, che si chiude con i saltimbanchi che osservano la morte che si allontana, così anche il film in questione si conclude con la stessa metafora (il pensiero di un ricordo felice che allontana quello della morte). Se, però, come fa notare il filosofo, Il settimo sigillo presenta una speranza parziale (i saltimbanchi erano solo una parte relativa dei personaggi, gli altri erano tutti morti), Il posto delle fragole invece si risolve interamente all’interno della coscienza di un unico personaggio e la soluzione che egli adopera diventa quindi più universale. Ma, avverte Severino, la cultura a cui fa riferimento Bergman in tutta la sua opera, incluso Il posto delle fragole, è sempre quella della “morte di Dio”, quindi il tutto risulta un semplice sotterfugio al dolore universale dell’uomo. Citando il pensiero del Leopardi, e lo stesso Severino si serve di questa citazione chiedendosi quanto Bergman conoscesse il nostro poeta, l’artista trova l’ultimo quasi rifugio della natura.

 

 

Retrovisioni

Smultronstàllet (Il posto delle fragole)

regia Ingmar Bergman

con Victor Sjòstròm, Ingrid Thulin, Gunnar Bjòrnstrand, Bibi Andersson, Max von Sydow

prodotto da Allan Ekelund

sceneggiatura Ingmar Bergman

paese Svezia

lingua svedese

colore b/n

anno 1957

durata 91 min.

 

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