“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Venerdì, 27 Marzo 2015 00:00

"Orchidee", un atto di sopravvivenza

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Magmatico affastello, esperienza teatrale plurima e variata, Orchidee di Pippo Delbono si offre allo spettatore come un condensato dell’esperienza, di vita e di scena, dell’artista, raccontando come di una s’intrida l’altra e viceversa. Porta in scena la sua vita, Pippo Delbono, suscitando una tenerezza memoriale accorata e delicata, che muove (e sommuove) dal ricordo della madre per farsi occasione d’incontro sociale e collettivo; citando Bergman come una dichiarazione programmatica, Delbono, con la sua voce microfonata e continuamente resa gonfia da quel pizzico di sopraffiato che ne conferma lo sforzo d’attore, proclama: “Il teatro dovrebbe essere solo un incontro tra esseri umani. Tutto il resto serve solo a confondere”.

Ed è infatti un incontro tra esseri umani, Orchidee, un incontro corale di cui Delbono è orchestratore, trasportando sul palco il suo mondo, la sua vita, il bagaglio pesante di un vissuto composito e denso, che è al contempo presa di coscienza di posizione e di distacco: “Questo mondo non mi piace”, citando Kerouac.
Per espettorare la propria poetica Pippo Delbono si prende tutto lo spazio teatrale, scenico e non; compare dapprima in voce, dissacrando la ritualità teatrale dei messaggi stereotipati, poi fa il suo ingresso dalla platea e con i suoi attori la platea attraverserà più volte, abbattendo qualsivoglia diaframma fra vita e teatro, fondendoli in una sincresi che sembra voler raccontare qualcosa di intimo, profondo, che sulla scena assume l’ibrida forma di uno spettacolo che variega i propri linguaggi, passando con disinvoltura dal blob televisivo, fotografia animata di una contemporaneità deprecata, al melodramma d’altri tempi (il Nerone di Mascagni), dalla danza sfrenata, al “pezzone” rock dei Deep Purple, fino alla voce magnetica e suadente di Joan Baez; con la musica di Enzo Avitabile a fungere da dorsale canora dell’intero spettacolo.
Corpo di carne fra corpi di carne, tra nudità offerte in visione in opposizione a quanto è superfetazione ed orpello, Pippo Delbono si muove in una articolata opera di mixaggio (di linguaggi, di generi) spaziando tra il proprio vissuto personale ed una miriade di riferimenti letterari e teatrali, che partono dal mito di Orchide e arrivano a Shakespeare, a Čechov, passando per le parole dei poeti declamate da attori in ribalta in una sorta di pantomima circense. Così le memorie di una vita si fanno chiave d’accesso ad una e a tante vite, il ciliegio che si offriva allo sguardo di Pippo bambino dalla finestra di casa si trasfigura nel Giardino dei ciliegi cechoviano, nella elaborazione del rapporto col proprio passato, trasportando l’esperienza da una dimensione intima e personale ad una ampia e generale.
Perennemente in bilico tra vita e morte, Orchidee sembra incarnare la visione che del teatro (e della vita) ha Delbono; la scena, patibolo su cui si consuma il sacrificio, diviene al contempo il podio dal quale levare la propria istanza poetica, comporla per parole, suoni ed immagini ed ammannirla ad un pubblico, al quale si rivela la verità ambigua della vita, sintesi imperfetta di bellezza e sofferenza, come l’orchidea, bella e crudele con le sue “dita di morte”.
Teatro carnale, questo di Delbono, affidato a una forma non convenzionale, che adopera voci naturali, microfonate e in playback per raccontare una polifonia dislocatasi negli anni: dagli ideali rivoluzionari di ieri, urlati a megafono in mezzo alla platea, alla disillusione e al disincanto di oggi, che si stempera nell’atto d’amore a centro palco di un abbraccio di corpi nudi, sfrondati d’ogni sovrastruttura.
Ci interroghiamo sulla forma teatrale, su questa ibridazione fra stilemi e linguaggi, che costruisce immagini di enorme carica espressiva e poetica, ma che pure sembra – di contro – non coagularsi in una forma teatrale riconducibile ad un disegno stilisticamente compatto e omogeneo; l’omogeneità concettuale, quella sì, emerge con la potenza evidente di scelte visuali e coreografiche, accessorie alla parola, veicolo primo che ribadisce come la “missione” artistica consista nella creazione di un mondo in cui vivere. È il mondo che Pippo Delbono costruisce in teatro, in uno spazio proiettivo che, per antonomasia, ogni sera rimanda la morte. E la rimanda ancor di più rimandando il finale duplicato in tanti finali.
Metafora fondamentale, di Orchidee, è questa duplicità che dal fiore s’irradia sulla scena, giocando sull’antinomia fra verità e finzione, tra ciò che è e ciò che appare, costruendo poesia con le immagini ed evocando realtà con le parole. Giungendo a compiere la propria sintesi, raccogliendo l’applauso di un pubblico sentitosi toccato e raggiunto.

 

 

 

Orchidee
di Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Grazia Spinella
immagini e film Pippo Delbono
luci Robert John Resteghini
musiche Enzo Avitabile, Deep Purple, Miles Davis, Philip Glass, Victor Démé, Joan Baez, Nino Rota, Angélique Ionatos, Wim Mertens, Pietro Mascagni
direzione tecnica Fabio Sajiz
suono Matteo Ciardi
luci e video Orlando Bolognesi
elaborazione costumi Elena Giampaoli
capo macchinista Gianluca Bolla
responsabile produzione Alessandra Vinanti
organizzazione Silvia Cassanelli
amministratore di compagnia Raffaella Ciuffreda
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Nuova Scena, Arena del Sole – Teatro Stabile di Bologna, Théâtre du Rond Point –  Parigi, Maison de la Culture d’Amiens – Centre de Création et de Production
lingua italiano
durata 1h 55’
Napoli, Teatro Bellini, 24 marzo 2015
in scena dal 24 al 29 marzo 2015

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