"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 18 Marzo 2015 00:00

È morto Bukowski, viva Bukowski!

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Strappato alla terra, manto che non può essergli lieve, restituito alla vita il tempo di una finzione, Charles Bukowski rivive a teatro; così, l’uccello azzurro che gli abitava in fondo al cuore lascia il nido di polvere e inchiostro e migra, per una sera – e per tutte le sere che vedrà la scena – sulle tavole e tra le quinte, sotto i fari che illuminano l’assito. Riesumato il tempo di una rappresentazione, Bukowski rivive in scena, un’ora o poco più, derogando alla propria morte per venire a ratificare il proprio bulimico afflato di vita; che è fatto di ubriachezze e pulsioni animali, di poesia della suburra e ‘mosconismo’ da bar.

Bukowski rivive in scena una sera – e per tutte le sere che conoscerà replica – nel corpo di Vito Signorile, pesante e grosso come potette esserlo quello di Charles, nato Heinrich, morto poeta, vissuto d’alcol e donne, di pugni e ballate. Bukowski rivive in una drammaturgia cucitagli addosso postuma, come un gioco medianico, una costruzione artata, per cui lo troviamo disteso su un tavolo obitoriale, coperto da un lenzuolo; un’intercapedine di tempo, un lembo di spazio in cui si inteatra una visione: scampolo di vita postuma, immaginata dalla drammaturgia che su Charles, nato Heinrich, immagina Riccardo Spagnulo, regia affidata a Licia Lanera: Fibre Parallele mette mano a Bukowski e, sebbene in alcuni sintagmi si riconosca la grammatica teatrale della compagnia barese, il loro Bukowski, postumo e reviviscente, sembra sostanzialmente discostarsi dalla loro produzione precedente; unico punto di contatto, se vogliamo, l’affinità elettiva fra un poeta amante del sordido e dei bassifondi e la propensione ricorrente, nei lavori di Fibre Parallele – e pensiamo a Furie de sanghe, a Lo Splendore dei supplizi – a quell’umanità laida e repellente, marginale ed emarginata, brutta sporca e cattiva, che popola le drammaturgie succitate.
Drammaturgia e regia si discostano per qualche stilema, ma non per questo denunciano minor pregio, denotando anzi un lavoro di regia molto accurato su un testo che si struttura con articolazione semplice ma omogenea. Lineare l’idea, ben articolato il suo sviluppo.
La scena, come si diceva, consiste in una camera mortuaria, tagliata longitudinalmente a descrivere un triangolo, il cui vertice coincide col centro del palco; sotto un lenzuolo bianco giace il corpo del poeta; fuori scena traccheggia l’infermiera di turno; è gia a vista mentre il pubblico s’accomoda, l’attesa dura il tempo di una sigaretta. La camera è spoglia, spartana: un tavolinetto a servizio, un bidoncino per i rifiuti, il tavolo metallico col suo passeggero trapassato, un vecchio telefono a disco ad una parete. Su quella perpendicolare, ad un gancio, pendono una maglietta ed un pantalone.
L’infermiera – Mary Dipace – che comincia il turno è donna arcigna e scontrosa, lo capiamo dagli alterchi che ha al telefono con interlocutori estemporanei; finirà suo malgrado prigioniera di qualcosa che somiglia ad un incubo e che si trasforma in uno scampolo di vita altra ed ulteriore, in cui si sfumano i contorni tra verità e fantasia: il cadavere di cui le è affidata la custodia si è levato in piedi e lo ha fatto con tutta la carica bukowskiana di cui è capace, apostrofandola ruvido, facendole esplicite avances, reclamando della birra. Che sia morto non v’è dubbio, almeno lui ne è certo: rammenta ancora la bava al cuscino al momento di spirare. Superato lo svenimento conseguente alla straordinarietà dell’evento, l’infermiera, di nome Linda comincia l’accettazione del gioco surreale che la vede interloquire con un cadavere non morto; le voci di entrambi sono arrochite da un timbro che ricorda i doppiaggi di certo cinema americano, quello in cui le pose vocali sono stentoree e si tende ad infarcire con un “fottuto” rafforzativo i concetti: una contestualizzazione vocale, se vogliamo. Il gioco delle luci, costante sottolineatura narrativa, comincia rimarcando la distanza tra chi è vivo e chi ha testé smesso di esserlo. Il fluire drammaturgico porterà ad una riduzione progressiva della distanza fra i due personaggi, passando attraverso alterchi e scaramucce, contrapposizioni verbali ed anche fisiche, con Bukowski che deborda nella sua maglietta troppo corta, che ne lascia scoperto l’ombelico e che si impregna della birra di una lattina aperta male, senza curarsene, votato alla sua essenza sudicia e borderline; e con Linda che ne ricusa recisamente le profferte, ma lo ascolta, ribatte e lo ascolta ancora: scollinato ed accettato il gioco della finzione, quel che s’instaura tra di loro è il dialogo esemplare fra due sistemi di vita, fra chi è irreggimentato nell’abulia del proprio quotidiano routinario (Linda) e chi di ogni routine ha fatto oggetto di rinuncia (Bukowski), votandosi alla dissolutezza, alla dissipazione, alle donne ed all’alcol, rifuggendo tutto ciò che fosse normalità, a costo di imboccare la deriva di un consapevole cupio dissolvi.
L’algida ed il dissoluto, l’arcigna vagamente frigida ed il gaudente possibilmente infoiato svolgono in scena manovre di progressivo e ondeggiante avvicinamento, instaurando, nei sobbalzi emotivi di un incontro/scontro, un rapporto di prigionia e possesso che li vede isolati del tutto dal mondo esterno e reale: la porta è chiusa a chiave, la chiave ce l’ha Charles, nato Heinrich, ormai Bukowski; lo stesso Bukowski ha strappato via il filo del telefono, Linda è alla sua mercé, eppure, anche quando riuscirà ad uscire dalla stanza incubo, vi farà ritorno sua sponte, ormai irretita dalla seduzione poetica di un dialogo che le schiude orizzonti non usuali.
Fondamentali le luci, nel sottolineare i cambi umorali, dalla freddezza verdognola asettica ed ospedaliera al rosso della passione; così come scenicamente funzionali sono gli spostamenti subiti dalla barella/tavolo mortuario, che fluttua dal centro di scena ad un angolo, perdendo la sua funzione originaria, per poi far ritorno in centro d’assito allorquando la fascinazione si completa, la seduzione si compie e il tavolo si trasforma in talamo, alcova per corpi difformi, eppure avvinti in un amplesso. Difformità e deformità, che il gioco delle luci proietta su entrambi le pareti, a dimensioni differenti, come a voler sottolineare un effetto fatamorgana, che distorce in più forme variabili la visione: dicotomia tra finzione e realtà, fra sostanza e proiezione. E sarà ancora la luce a sancire la chiusa, illuminandosi in un fascio sul gancio attaccapanni su cui erano i cencii “mortali” di Charles, nato Heinrich, a cui ormai si segnala che il tempo postumo ed ulteriore concessogli sta per scadere.
E scadrà sfumando nella voce registrata di Charles Bukowski, quello vero, che declama Blue Bird; l’uccello azzurro che dal fondo del cuore si è concesso licenza può far ritorno al nido, dopo aver vissuto uno scampolo di vita postuma e ulteriore, in scena per una sera e per tutte le sere che il suo volo si poserà in assito il tempo di una finzione, il tempo di dissiparsi ancora un po’. Fino all’applauso che lo restituisce alla terra, manto che non può essergli lieve.

 

 

 

Blue Bird Bukowski
drammaturgia Riccardo Spagnulo
regia e spazio Licia Lanera
con Vito Signorile, Mary Dipace
luci Vincent Longuemare
realizzazione scene Michele Iannone
foto di scena Rosaria Pastoressa
produzione Nuovo Teatro Abeliano
lingua italiano
durata 1h 10’
Bari, Nuovo Teatro Abeliano, 13 marzo 2015
in scena 13 e 14 marzo 2015

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