"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 11 Marzo 2015 00:00

Uno scherzo da saltimbanchi

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La leggerezza e il disincanto. La soave canzonatura di chi tra la grigia certezza di un vivere solido e inquadrato preferisce l’avventuroso inciampo costante di un improvvisar girovago, di un travaglio avventizio.
Due anime saltimbanche improvvisano la scena, due figure che si portano dietro tutto il loro teatro, in due valigie, uno sgabello e poco altro, bagaglio di vita del guitto che prova a mettere insieme il pranzo con la cena di piazza in piazza, di borgo in borgo, di strada in strada, offrendo per le strade, per i borghi, per le piazze, l’incanto effimero di un imbonimento estemporaneo.

Una tovaglia incerata rotonda gettata a terra a mo’ di pista apparecchia la scena facendosi ribalta, una voce a menar danza e ad improvvisar un incanto, una fisarmonica in accompagno, per far spettacolo di un circo che non è circo, in cui i leoni non ruggiscono, i coltelli non si lanciano e le pulci non s’ammaestrano, ma pascolano brade tra le pudenda; un circo che non è circo, ma gran teatro del mondo, perché, tautologicamente, “il mondo è il più bel posto del mondo” e di questo mondo, ridotto in pantomima, ogni giorno si fa esperienza cambiando strada, cambiando piazza, cambiando borgo, inventandosi una ribalta da occupare, un pubblico da incantare. Il Massimo Circo col minimo dispendio di mezzi, tutto ciò che serve viaggia con loro, è contenuto in due valigie ed in due corpi, che s’esibiscono in numeri da strada finché l’energia li sorregge, finché c’è carburante che ha forma di vino in un serbatoio che ha forma di fiasco.
È un gioco, un divertimento, un frizzo da imbonitori girovaghi per pubblici mutevoli, cui si regala un sorriso, un’incantatura e, nel contempo, s’affrontano col disincanto dello sberleffo “giorni come rasoi” e “notti piene di nulla”. Perché Massimo Circo sarà pure un divertimento, un gioco, un frizzo da imbonitori girovaghi, ma è anche – se non soprattutto – metafora di vita, metafora di scena. Acrobati sognatori, contastorie un po’ filosofi, circensi senza circo, ma portatori di un ideale e di uno stile di vita, vagabondo e poetico, ne fanno racconto offrendo in ribalta brandelli di vita da guitti, patina allegra di un sostrato malinconico; Francesco Paglino ed Andrea Russo fanno del teatro il loro circo per una sera, lo occupano con uno spettacolo che non è uno spettacolo, ma un lazzo, un gioco, un divertissement che, incidentalmente, dura il durare di uno spettacolo, facendo, per una sera, del teatro il proprio borgo, la propria strada, la propria piazza; regalando al pubblico il sorriso amaro del clown e il gusto agrodolce di una metafora.
Massimo Circo: un gioco, uno scherzo, forse teatro, sicuramente un lacerto di vita, tra leggerezza e disincanto.

 

 

 

Massimo Circo
drammaturgia Fabio D’Addio
con Francesco Paglino, Andrea Russo
lingua italiano e napoletano
durata 45’
Caserta, Teatro Civico 14, 7 marzo 2015
in scena 7 e 8 marzo 2015

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