“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Lunedì, 09 Marzo 2015 00:00

L'ambigua voluttà del peccato

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Per raccontare una storia basta una voce; per raccontare una storia basta una penna. Per ascoltare una storia, basta tendere l’orecchio, per leggerla basta sfogliare le pagine di carta. Per far sì che una storia, scritta o letta, prenda forma di scena è necessario crearle intorno uno spazio in cui renderla viva, costruire intorno alle parole – che da scritte diventano dette – un involucro fatto di dettagli, di particolari accessori che la trasformino in visione.

Ed è proprio creando uno spazio atto alla visione che Pino Carbone traduce in immagini sonore la pagina scritta, rendendo il racconto di Patroni Griffi qualcosa che resta memore d’essere racconto (e ne dà visibile promemoria a conferma il fatto che lo si esibisca in palco sotto forma di volume), ma soprattutto si mostra capace di trasfondersi in materia teatrale.
È una regia, quella in cui Pino Carbone incornicia La notte blu del tram, che si muove autonoma e sicura, innervando sulla tessitura verbale una costruzione visiva che ben coniuga estetica e funzionalità drammaturgica; sceglie il linguaggio con cui far parlare la scena, Pino Carbone, conferendo alla scena la forma di una scatola profonda, come fosse l’al di là catodico di uno schermo, in cui passa il “girato” di qualcosa che è già avvenuto, consegnato alla propria storicizzazione ed offerto alla visione: in luogo di una canonica architettura scenica c’è una parete cava e profonda, che si apre su uno spazio bianco; l’apertura è un quadrato dagli angoli smussati. Questa scelta di “inscatolare” l’azione scenica ci permette di osservarla come se la sostanza narrativa appartenesse ad un universo parallelo, ad un mondo altro, ad una dimensione trasfigurata; diaframma ulteriore tra chi assiste e ciò a cui si assiste, il quadrato scenico cavo e profondo amplifica la distanza tra narrazione e destinatari, come se volesse astrarsi dal reale per conquistarsi l’asepsi di un non luogo in cui sono sospese le categorie del giudizio; Pino Carbone astrae la scena per sottrarla al vero e consegnarla al teatro. Inoltre l’azione scenica si apre con Eugenio che legge ad alta voce la storia di cui è protagonista da quel tomo di cui si diceva, che reca inequivocabile il titolo: livello ulteriore di astrazione, per cui il protagonista legge egli stesso la storia di cui è protagonista.
Nella bianca intercapedine che scava il fondale v’è la stanza dei giochi di Eugenio, pupazzetti sparsi per terra alla rinfusa ed un ragazzino che indossa ancora i calzoni corti e s’affaccia alla vita mentre l’imberbe candore dei suoi tredici anni comincia ad essere soppiantato dalle prime eruzioni pilifere. La perentoria voce materna fuori campo che gli ingiunge di smettere di giocare sembra preannunciargli la fine dell’età della spensieratezza, preconizzando la perdita dell’innocenza che avverrà in una sera in cui la scoperta della sessualità si colorerà del blu della notte, una notte a partire dalla quale ai giochi si sostituiranno i turbamenti.
Altro dettaglio che merita sottolineatura: Eugenio sulla scena ha le sembianze di Francesca De Nicolais; Eugenio sulla scena è una donna, che indossa una maglietta grigia su cui c’è scritto “Io sono Eugenio”; ad un primo superficiale impatto si potrebbe pensare ad un espediente per camuffare e rendere teatralmente credibile l’identità di un ragazzo affidata ad una ragazza; in realtà, quel che sembra trasparire dalla scelta di affidare il ruolo di Eugenio ad una donna è la scelta di sfumare i contorni, di rendere labile e diafana l’identità di genere, per rimarcare come – e lo si comprenderà col procedere del racconto – quella di Eugenio sia una natura sessuale non ancora delineata, in via di definizione, in procinto di affacciarsi a fare esperienza del mondo esterno e del proprio corpo.
Eugenio, che aveva cominciato leggendo la storia di cui è protagonista, non è solo nella scatola bianca che sembra essere la sua stanza dei balocchi; insieme a lui ed ai suoi giochi ci sono un enorme figura antropomorfa (che s’animerà a dar sostanza e corpo alle sue turbe ed ai suoi incubi) ed un manichino nero, dalle gambe snodate, la bocca spalancata e rossa, atteggiata in un ‘Oh!” di panico o meraviglia, di disappunto o di sgomento; di quel manichino, gestendone le movenze, Eugenio sarà puparo; di quel manichino racconterà le vicende, che sono le proprie; di quel manichino, Eugenio eseguirà i gesti, facendolo camminare, sballottolandolo, coccolandolo, divenendo balocco di se stesso, immettendo così ancora un livello ulteriore di astrazione. Livello di astrazione che gli consente di raccontare, come fuori da sé, come narratore esterno e onnisciente, la propria condizione familiare: Eugenio racconta Eugenio, racconta di genitori tra i quali non sussiste armonia, racconta di una solitudine, che sarà quella che lo condurrà, complici le circostanze fortuite, ad essere solo alla fermata del tram; qui, un uomo che ai suoi occhi è un gigante, finirà per incarnar per lui il ruolo del Caronte che condurrà l’anima di Eugenio dall’ingenuità al disincanto. Quando si è bambini, gli adulti ci sembrano giganti, e, quando si è bambini, di quei giganti si può essere alla mercé; sarà Eugenio, che precedentemente si baloccava col manichino di se stesso, a diventare a sua volta balocco nelle mani di un omone dall’aspetto ciclopico – un buco in luogo di un occhio ne corrobora l’assimilazione – che profitterà del suo inerme candore, della sua acerba solitudine per iniziarlo alla carnalità nell’interminabile tragitto di una corsa in tram.
Nel gigante c’è un uomo, che svestito il costume che lo rendeva gigante, si trasforma in una figura che accompagnerà Eugenio nel prosieguo del suo racconto; completo grigio e piglio autoritario, indossa anch’egli una maglietta come quella di Eugenio, sulla quale è ribadito “Io sono un uomo”. Uomo cinico e protervo, quello interpretato da Giovanni Del Monte, eserciterà sull’inquieto Eugenio, appena accortosi di “essere cresciuto maschio e peccatore”, la funzione maieutica di guida nei meandri della propria coscienza; svestiti i panni ciclopici della maschera abnorme (“La faccia di Polifemo non doveva essere diversa”), il gigante che aveva instillato in Eugenio il convulso contrasto fra voluttà e repulsione si trasforma nella guida ipnagogica che, conducendo il ragazzo in una sorta di trance, lo guida alla scoperta della sua identità sessuale. È un uomo, è reale e non una proiezione inconscia di Eugenio; addenta una mela che è lì poggiata e accompagna Eugenio nel suo cammino. Il risveglio è un grido, un sussulto, uno scossone, un tremolar gemendo, un farfugliar gesticolando.
C’è un’identità che si scopre e si contrasta da sé. Senso di colpa e desiderio convivono e si danno battaglia nell’animo di Eugenio, i colori cangianti della cornice che circonda il quadrato di scena mutano in simbiosi con lo stato d’animo del ragazzo, nella cui stanza i giochi sono stati scalciati via da chi lo ha spinto a forza nel mondo dei grandi, rendendolo bramoso di un nuovo incanto.
Lo spazio chiuso di una vita fanciulla si apre suo malgrado su un contesto più ampio.
Lo spazio scenico che traduce la pagina scritta si mostra come una finestra che dall’esterno si spalanca su un interno, lontano eppure simbolico, evocativo di una storia che ne potrebbe contenere mille altre simili eppure diverse, una finestra che si spalanca su un’identità al bivio, cogliendone il momento di passaggio, raccontandolo, descrivendolo, facendolo vivere come si può raccontare, descrivere e far vivere la pagina a scritta a teatro: traducendola in immagini, in visioni, in evocazioni, cui si tributa, convinto, l’applauso.    

 

 

 

 

Storie naturali e strafottenti
La notte blu del tram
dalle opere di
Giuseppe Patroni Griffi
progetto a cura di Luca De Fusco
regia Pino Carbone
con Francesca De Nicolais, Giovanni Del Monte
scene Luigi Ferrigno
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Gigi Saccomandi
installazioni Luca Carbone
musiche Marco Messina
aiuto regia Fabio Rossi
assistente ai costumi Elena Soria
assistenti alle scene stagiste Concetta Caruso Cervera, Francesca Mercurio
direttore di scena Domenico Pepe
elettricista Ciro Petrillo
macchinista Alessio Cusitore
fonico Alessandro Innaro
sarta Roberta Mattera
realizzazione scene Alovisi Attrezzeria
sartoria Zambrano
materiale elettrico e fonico Emmedue
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro Stabile di Napoli
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 6 marzo 2015
in scena dal 5 al 15 marzo 2015

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