“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 14 Febbraio 2013 01:00

La danza dell'entropia

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Silouhettes dietro uno schermo bianco. Così comincia. Quattro figure femminili avanzano a turno sul proscenio, quasi in un défilé, si presentano o ci scrutano, quasi fossimo noi lo spettacolo. Ma è solo un’impressione iniziale, perché la quarta parete c’è, c’è un impiegato, invisibile ma c’è, dietro lo sportello del banco dei pegni, a Forcella, dove le quattro donne vanno a impegnare, spegnare o rinfrescare l’oro.
Napoli. Dopoguerra. Una donna anziana, una maestra, due donne sposate, popolane, una quarta donna, non sposata, dalla perfetta dizione teatrale, l’aspetto scialbo di chi non appartiene a nulla e nessuno. Diverse voci, diverse narrazioni, frammenti di realtà e considerazioni generali, forse troppo, sul mondo, la vita, l’eternità.

La realtà e la riflessione. Nero e grigio. Tre donne in nero, il lutto di sempre, una in grigio, diafana, odiosa anche a se stessa, quasi voce fuori campo, partecipa all’azione ma come non ci fosse, come non appartenesse a quel mondo, a quel tempo, ad un mondo o ad un tempo determinato. A margine l’homo (o la femina) homini lupus, non c’è pietà, non c’è vera solidarietà, non c’è umanità da oleografia. La figura solitaria ricorda invano che siamo tutti coinvolti, responsabili della caduta degli altri. Ci si spinge per nulla. Si è pronti a divorarsi, annullarsi.
Frammenti di varia umanità si alternano e si intrecciano. Il fondo magmatico di un’umanità carnale, teatrale in ogni manifestazione, quasi ferina (c’è una sorta di voluttà cruenta nelle espressioni dell’affetto, dal mangiare di baci all’inghiottire, risucchiare, strapazzare l’oggetto del proprio bene). Frammenti di esistenza di cui non si coglie mai l’essenza, maschere, caratteri, o forse solamente schizzi, abbozzi, appunti di umanità.
La donna anziana, la maestra. Voce chioccia, un dialetto antico, o meglio un accento, caldo, quasi delicato, d’altri tempi. Sembra il punto di vista della donna che tanto ha visto e vissuto, eppure nella sua bocca si arrotolano, forzate, troppe parole colte, letterarie, così lontane da un parlato reale.
Le due popolane, viscerali, teatrali, disumane e fragilmente umane.
La donna sola, l’intellettuale, l’apolide, l’atea.
L’azione è minima, tutto ruota attorno all’oro, la fila al banco dei pegni, le storie di miseria e disperazione che stanno dietro, sullo sfondo, la teologia da basso, una religione umanissima in cui l’inferno non è caldo, ma freddo, silenzioso, oscuro, e Gesù Cristo com’è morto? In croce, con due chiodi alle mani e uno ai piedi, come mostra prosaicamente una delle signore.
Azione (o forse non azione) e danza, quasi a scandire le scene, i quadri dell’azione. Prima la danza della catena d’oro da impegnare, poi il velo nero: le quattro donne si muovono come all’unisono, ritmiche, ieratiche, come antiche figure del mito o dell’antichità più remota. infine la vecchiaia, il mutamento che sopraggiunge nelle carni e nella mente, “una sensazione di nebbia su tutto. Non sapere perché siamo così cambiati. Cosa volevamo prima? Cosa speravamo prima? Questa sensazione di sonno che procede dai mutamenti. Allora l’animo si abbatte. C’è inadeguatezza nella terra a sopportare la velocità dei mutamenti”.
Difficile una lettura unitaria. Si segue con gusto il fluire delle scene, delle considerazioni, l’alternarsi della riflessione più cupa e della trascinante allegria di una voluttuosa disperazione. Forse perché, come ricorda l’anziana maestra, “nuje simm’ nat’ int’a l’orror’” che si trasforma in abitudine, rassegnata indifferenza, una sorta di degradata felicità.
Cosa resta? “Non è dell’uomo la ragione”, a volte lo sfiora, poi siamo di nuovo soli. E ancora “il mistero più grande appare la ragione. Non c’è un perché nell’universo, come non c’è nella ragione che se lo domanda”. Una solitudine senza ragione e senza senso, una dispersione continua, quasi entropica. Siamo macchiette che danzano, resta solo il fluire dei nostri gesti, quotidiani, la sacralità del vivere, in quanto tale, perché il dopo, l’aldilà, come anche l’attimo presente, è una domanda priva di senso.

 

 

 

 

Oro a Forcella
tratto da Il mare non bagna Napoli
di
Anna Maria Ortese
progetto a cura di Luca De Fusco
drammaturgia e regia Alessandra Cutolo
assistente alla regia, training, movimento Daniela De Stasio
con Antonella Attili, Toti Carcatella, Flora Faliti, Anna Patierno
costumi Zaira de Vincentiis
assistente ai costumi Elena Soria
sartoria Zambrano
disegno luci Gigi Saccomandi
datore luci Ciro Petrillo
fonico Diego Iacuz
produzione Teatro Stabile di Napoli
lingua italiano/napoletano
durata 45’
Napoli, Ridotto/Teatro Mercadante, 11 febbraio 2013
in scena dall'11 al 17 febbraio 2013

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