“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 26 Febbraio 2015 00:00

Sei note per i Sei personaggi

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(uno)
Nel ’22 Pirandello osserva i Sei personaggi in cerca d'autore nella versione di Pitoëff e ne rimane estasiato comprendendo egli stesso, che pure del testo è l’autore, ciò che ha scritto davvero. Dalla suggestione ricevuta nasce la riscrittura del dramma. Pirandello è conquistato dalla dimensione cerebrale e oltremondana che il copione ha assunto su scena: Pitoëff fa scendere i sei personaggi dall’alto, come da un aldilà, usando un montacarichi ed immergendoli in una luce verde, spettrale, i cui effetti sono aumentati dal trucco bianco sul volto. Fatte della stessa materia di cui sono fatti gli incubi, appaiono come un’allucinazione queste figure livide, sospette, agitate, che penetrano in assito prendendone interamente possesso.

Per questo – nel passaggio dalla prima alla seconda versione di Sei personaggi – Pirandello acuisce i tratti onirici del testo, mutando didascalie e aggiungendo indicazioni ulteriori: i personaggi diventano “costruzioni della fantasia”, esseri “immutabili” e non appena appaiono in assito la scena deve illuminarsi “di una luce fantastica”. Puro pretesto metateatrale prima, adesso i sei personaggi s’impongono e agiscono come fanno le immagini profonde della psiche: affiorano, parlano, costringono all’ascolto occupando la nostra mente, divenendone un’ossessione. Il loro arrivo, da accidente curioso, diventa così un fenomeno perturbante.
Il primo aspetto colto da VicoQuartoMazzini è proprio questo: l’approdo della creazione superiore dell’arte nella banale materialità della vita consueta. A centro palco c’è – solitario – un autore; sul fondo le quattro figure, pallide in volto e nere di vesti, immerse in un fascio di luce orizzontale e azzurrognolo, che ne sgrana i contorni. Da dove arriva l'autore? Dal foyer del Teatro dell’Orologio, ovvero dalla realtà. Da dove arrivano i personaggi? Da uno spazio invisibile, laterale, che possiamo solo intuire. L’assito diventa dunque il luogo d’incontro tra ciò che è e ciò che sembra, tra ciò che è toccabile e ciò che è percepibile appena, tra ciò che ha una dimensione concreta e ciò che invece appare indecifrabile, anomalo, agghiacciante.


(due)
Il secondo aspetto che viene colto è quello dell’urgenza teatrale. “Vogliamo vivere” dicono i personaggi, manifestando così un bisogno che non conosce deroghe, ritardi, che non ammette rifiuti. Siamo alla messa in pratica dell’invadenza dei personaggi delle novelle pirandelliane: lì penetrano nello studio, senza neanche farsi annunciare, e pretendono (ora a voce alta, ora manifestando disperatamente, ora recitando) d’essere messi su pagina; qui marciano verso la ribalta, costringendo l'autore a sedersi nello spazio della platea e a prendere coscienza della loro vicenda di cui – appunto – s’affrettano a spiegare le dinamiche.
Ma VicoQuartoMazzini rafforza e, per certi versi, attualizza questa stessa necessità ponendo le figure al cospetto di un autore che non vuole più avere nulla a che fare con il teatro, fallimentare ossessione miserrima, passione che non dà prospettive, fatica avara di soddisfazioni. “No, io con il teatro ho chiuso” dice; “Io non faccio più spettacoli, io ho smesso” dice ancora e quando queste anime in pena insistono perché hanno una storia che non si contiene, nuovissima, perfetta per la scena, lui replica: “Io faccio un altro lavoro: distribuisco volantini, vestito da hamburger”.
Non ci troviamo più al cospetto – come la trama vorrebbe – di un cambio d’opera in corsa (il passaggio da Il giuoco delle parti alla vicenda dei personaggi) ma di un’insistenza volta a determinare – ancora per una volta – l’esercizio dell’impegno teatrale. Per questo non ci sono gli attori ma soltanto autore e personaggi: perché non siamo più all’interrogativo su quale teatro produrre ma, piuttosto, al dubbio se valga la pena fare o non fare ancora teatro.

(tre)
Il terzo aspetto è l’epicità scenica ovvero l’abbattimento consapevole della quarta parete. Sia chiaro: già facendo entrare i personaggi dalla platea, facendoli interloquire con chi abita l’assito ed invertendo la funzione di palco e platea Pirandello amplia lo spazio effettivo di recita ed afferma così la dimensione metateatrale dell'azione. D’altronde non si tratta (già allora) di una novità e, soprattutto, a Pirandello questo gioco giocato tra quinte e poltrone serve ad affrontare il dissidio tra l’opera nella sua forma pensata e l’opera nella sua resa effettiva, denunciando le approssimazioni e le mancanze di cui sono colpevoli gli attori.
Sbiadito questo tema rimane la continuità senza soglie né limiti invalicabili tra lo spazio in cui si osserva e lo spazio in cui si viene osservati. Per questo VicoQuartoMazzini sfrutta ogni scorcio del luogo-teatro: il foyer (in cui l'autore, vestito da panino, distribuisce i suoi volantini), il corridoio che porta alla sala, le scale laterali della platea, lo spazio antistante il palco, le scalette centrali (lì dove l'autore stesso siede momentaneamente: spettatore tra gli spettatori).
A questa epicità ambientale aggiunge inoltre un’epicità di dettato, associando alla trama il commento della trama, una continua informazione di merito, una costante (auto)analisi incalzante. Così le quattro figure parlano all'autore e al pubblico indicandosi reciprocamente (“Questo amorino qua”; “Questa povera madre”; “Lui, perché è figlio legittimo lui”), attraverso una coreografia fatta di braccia tese ad evidenziare di chi si stia parlando e perché; così l'autore, ritornato in assito, può commentare i brani di ogni personaggio (“Questa è un’imprecisione”, “Delirio di onnipotenza”, “Questa è autocommiserazione”) ratificandone o meno la validità espressamente teatrale; così autore e personaggi possono discutere sulla narratività della vicenda per poi mettersi all’opera con la rappresentazione dei fatti: “Dovete stare sui fatti, solo sui fatti,” – dice l’autore – “a partire da adesso”: perché di fatti (gesti, azioni, accadimenti) si compone principalmente il teatro.

(quattro)
Dimensione cerebrale, urgenza teatrale ed epicità scenica sembrano dunque la base del lavoro svolto da VicoQuartoMazzini su Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello: ne viene una messinscena piena di spunti, di momenti visivamente inattesi, che rendono chiara la qualità dell'approfondimento che la compagnia ha svolto. C’è quindi la concezione reclusiva del testo (i fogli messi in ordine, fissati con lo scotch in maniera lineare e stretti attorno al corpo dell’autore come fossero una catena) e c'è il teatro nel teatro (un piccolo siparietto anni ’20, con la fila di lampadine da ribalta, in cui figlia e padre inscenano il loro dramma); c’è la resa dei dialoghi in una vorticosa alternanza di monologhi iniziati e interrotti (rimando alla soggettività lancinante e all’incomprensibilità reciproca: temi fondanti di Sei personaggi) e il citazionismo sonoro pirandelliano (espressione della propensione dell’autore a puntellare filosoficamente il dettato teatrale); c’è l’ostinazione silenziosa e arrabbiata del figlio; c'è la natura già morta, più ombratile ancora ed ancora più incerta dei due bambini (di cui restano i segni in attesa della loro rievocazione) e c’è la giusta resa per scena-e-controscena quando si tratta di riproporre l’abbraccio tra la figliastra e il padre al cospetto della madre: sulla destra, a mezzo palco loro; sul fondo, di spalle, afflitta e rabbiosa lei.
C’è lo studiolo di Pirandello, camera delle visioni ed arsenale privato delle apparizioni (la scrivania con la seggiola, posta obliqua sulla destra) e c’è la dimensione quasi occulta dei personaggi quando devono apparire come “forme trasognate”: candida si distende la luce bianca, orizzontale e a mezza altezza e – in questa luce – solo il volto delle figure, ridotte a veri e propri “incubi” parlanti, “sospesi e smarriti”.

(cinque)
Ci sono aspetti che non mi convincono? Non mi convince qualche momento, che sembra troppo urlato; non mi convince l'aggiunta di Mi votu e mi rivotu; non mi convince, in particolare, la resa di Madama Pace e cerco di spiegare perché. “Megera d’enorme grassezza”, ritinta e di goffa eleganza, la Madama Pace di Pirandello non è soltanto la tenutaria di un bordello, una mezzana, la compra-e-vendi sesso mascherata da sarta: è invece lo strumento con cui Pirandello utilizza la tradizione teatrale preesistente e modifica il “piano della realtà” nella sua opera.
La tradizione teatrale: la lingua di Madama Pace è uno spagnolo italianizzato ma comunque inintelligibile, privo di grammatica, vero e proprio idioma da palcoscenico, tanto da ricordare la Celestina del Rojas, com’ebbe a notare Gadda quando – col Pasticciaccio – realizzò la tenutaria del suo romanzo tenendo egualmente presenti proprio Rojas e Pirandello. Siamo quindi dinnanzi ad un settimo personaggio che rappresenta il teatro in quanto teatro e, non a caso, la sua riapparizione è possibile solo dopo un più adeguato e preciso allestimento della scena.
La modifica del piano della realtà: Madama Pace, nella prima versione dei Sei personaggi, appare come appare un trucco giocoso all’interno di una “bugiarda apparenza illogica” mentre – dopo la versione di Pitoëff – diventa l’espressione ulteriore della “fantasia umana”, capace di generare la sua “necessità” chiamandola in palco dalla “soglia tra il nulla e l’eternità”.
Apparizione anch’essa mentale (“Ho mostrato la mia fantasia in atto di creare, sotto specie di quel palcoscenico stesso” scrive Pirandello), Madama Pace è la dimostrazione nei fatti che i Sei personaggi – come giustamente VicoQuartoMazzini ha compreso – sono una visione straordinaria, anormale, sottratta alle regole della percezione consueta. Perciò la Madama Pace vista in questa occasione – una sorta di Renato Zero in tutina fluo, microfono in mano, parrucca nera abbondante, che parla in siciliano (rimando al dialetto d’origine di Pirandello) e che ricompare grazie a cinquanta euro poggiati su una sedia – incuriosisce pure col suo “comprami, io sono in vendita” ma mi sembra che non riesca a svolgere la doppia funzione appena descritta: fuggevole divertissement dialettale, si limita a far sorridere mentre dovrebbe togliere il fiato, essendo spettro e, pergiunta, chiamato dagli altri spettri attraverso un rito teatrale.

(sei)
Nel complesso il Sei personaggi in cerca d’autore di VicoQuartoMazzini è un buon lavoro. Lo è perché rispetta i temi pirandelliani senza dare loro forma incancrenita e museale; lo è perché non stravolge ma riforma, non dimentica ma ridefinisce, non cancella ma reinventa; lo è perché comprende anche il paradosso grandioso per cui – se assistiamo alla vicenda dei sei personaggi in cerca del loro autore – è perché in realtà questi sei personaggi l’autore lo hanno già trovato (ecco il cambio di vestiario per cui, le sei figure, passano dai completi neri agli abiti dell’autore: pantalone beige, pull verde, maglia bianca).
È un buon lavoro perché rimangono intatti i momenti di strazio (l’urlo muto della madre) e di tormento ossessivo (la reiterazione della battuta “levatemela da davanti”), perché coinvolge l’autore in pieno nella vicenda dei personaggi (“Anche io voglio vivere, anche io voglio realizzare questo dramma” poiché “io non voglio essere più io” – in tal senso basterebbe ricordarsi del dolore privato di Pirandello, accusato d’incesto) e perché realizza pienamente ciò che la figliastra dice a un certo punto, mostrandoci lo scrittore e i suoi fantasmi, l’uno assieme agli altri: “nella malinconia di quel suo scrittoio, all’ora del crepuscolo, quand’egli, abbandonato su una poltrona, non sapeva risolversi a girare la chiavetta della luce e lasciava che l’ombra gli invadesse la stanza e che quell’ombra brulicasse di noi, che andavamo a tentarlo”.
È un buon lavoro – perfettibile nei punti già detti – soprattutto perché fa della misera materialità d’un palcoscenico vuoto lo spazio per sei “larve evanescenti”, che “quasi si formano nell’aria” e che avanzano stando ai nostri occhi come si sta “agli orli della vita”. E se queste ultime parole appartengono a I giganti della montagna non è certo un caso giacché – dalla visione dei Sei personaggi di Pitoëff e dalla riscrittura del testo conseguente – Pirandello trasse la concezione (mai più abbandonata) del teatro come arte esoterica, come rito mentale e sortilegio creativo, capace di imporre le creazioni fantastiche al mondo concreto dei vivi. E questo, VicoQuartoMazzini, sembra averlo capito davvero.

 

 

 

 

 

 

Sei personaggi in cerca d'autore
di Luigi Pirandello
regia Gabriele Paolocà
con Michele Altamura, Nicola Borghesi, Riccardo Lanzarone, Paola Aiello, Natalie Norma Fella
ideazione VicoQuartoMazzini
produzione Teatro Kismet OperA, VicoQuartoMazzini
con il sostegno di Progetto Goldstein, Teatro dell'Orologio
foto di scena Manuela Giusto
lingua italiano, dialetto siciliano
durata 1h 15'
Roma, Teatro dell'Orologio, 22 febbraio 2015
in scena dal 17 febbraio al 1° marzo 2015

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