“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Lunedì, 11 Febbraio 2013 20:59

Colpevoli di viaggio

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“La nostra Patria è una barca, è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata”.

La Poesia cerca di rendere l’inferno dei migranti africani verso l’isola di Lampedusa, a sud della Sicilia, ovvero verso la terra ferma, una terra che, però, è chiusa, perché lascia annegare per negare. Amaro allora è il naufragar in questo mare, che non vuole stare calmo, che cancella le identità, al punto che, per affermare la propria esistenza, altro non si può fare che ricordare a se stessi il proprio nome.

Siamo di fronte a migranti giunti verso il limite di se stessi, migranti che urtano contro un’umanità che si è pietrificata, diventando muro respingente. A essere respinta è la possibilità stessa di entrare a far parte del gioco della vita per poter dare inizio a qualcosa di nuovo perché, se è vero che la vita è sempre un viaggio di solo andata, un viaggio al termine della notte, è pur vero che quando va bene, questo viaggio è pieno di speranze e di stupore. Diversamente, è una barca in balìa dell’indifferenza dell’uomo che, tracotante, non riconosce l’irrazionalità di un Terzo mondo non allineato. Ed è così che “il figlio (il Cristo) non sorride, perché la speranza per lui non fu luce Ex Oriente lux ma razionalità”, la sterile razionalità degli uomini occidentali che, stigmatizza Pasolini nella sua Profezia, al sapere del figlio di Dio, tramutato in sostanza etica, preferiscono la logica dello sviluppo, che prepara quella dell’amico/nemico, divenuta con Schmitt il criterio fondamentale della dimensione del politico.
Il nemico da escludere è il diverso, che in quanto tale non ha più valore e a cui è negato di conoscere ogni valore, quello che, invece, tutti dovrebbero aver provato: “il valore dell’assemblea delle stelle, della stanchezza di chi non si è mai risparmiato, di ciò che domani non varrà più nulla e oggi vale ancora, il valore delle ferite, del tacere in tempo, del provare gratitudine senza ricordarsi perché, del pronunciare la parola 'amore', dell’ipotesi che esista un creatore”. Cossia, la cui bravura è indiscussa, interpreta con pathos il testo di De Luca, facendo in alcuni tratti rivivere il travaglio di chi, sospeso tra la vita e la morte, prova rabbia, paura, sente urla e lamenti provenire dal cuore della notte, avverte la fame che cresce e morde alla gola, prova l’orrore della visione di corpi straziati.
Ma qualcosa in questo “viaggio di sola andata” non funziona. Le immagini e gli intervalli musicali non si amalgamano alle incisive parole del testo, costituendo degli “a parte” che distolgono dallo stato di immedesimazione verso cui pur ci proietta l’interpretazione di Cossia. Musica ed immagini, infatti, più che dar corpo alla parole, sembrano sanzionare l’impossibilità della poesia di dire lo sradicamento, la disperazione, lo sfruttamento. Detto questo, la pièce ci offre dei momenti molto intensi. Come quello di chi, straziato dal dolore, volge lo sguardo verso l’alto e vede il mare. Mare nel quale ogni cosa sparisce fino a non avvertire più fame, né sete, né dolore.
Eppure facciamo parte del tutto ora. Nessuno escluso.

 

Solo andata
di
Erri De Luca
drammaturgia, regia, interpretazione Antonello Cossia
musica Francesco Sansalone
immagini Mario Laporta
produzione Associazione Culturale Altrosguardo
San Leucio (CE), Officina Teatro, 9 febbraio 2013
in scena 9 e 10 febbraio 2013

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