“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 22 Febbraio 2015 00:00

Stronzi e topi

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Scroscia la pioggia. La scena è vuota di presenze umane. Specchi. Neon dalla fredda luce bianca. Rumore di passi. Affannosi, rapidi, incalzanti. “Stavi voltando l’angolo della strada quando ti ho visto. Piove”. Buio. Le lame di luce dei neon continuano a riverberare il loro ricordo negli occhi. “Io vivo in albergo praticamente da sempre”. La luce si riaccende su un uomo seduto. Indossa un lungo impermeabile blu. Deve essere alto. Magro. Il volto scavato. I capelli corti. Gli occhi azzurri e tristi.

“Non mi piace quello che ti ricorda che sei un estraneo, uno straniero”. La voce si fa affannosa e veloce mentre corre sul posto e racconta l’episodio degli stronzi, attruppati, forse soldati, che lo prendono in giro mentre si lava dopo aver urinato. “Cosa fa lo straniero? Dà da bere all’uccello”. Gli occhi azzurri e tristi si accendono della luce del visionario mentre parla all’ipotetico compagno, assapora con gusto l’appellativo, il ragazzo che ha abbordato per la strada, perché lo ha riconosciuto. “Io so riconoscerli quelli non troppo forti”, “Io lo vedo subito quel nervosismo che non si può nascondere”. Lui invece è forte. Non ha complessi, viene dal padre, lui. “La mia idea sarebbe un sindacato internazionale” per i ragazzi non troppo forti, usciti dritti dritti dalla gonna di mamma. Gira intorno lo sguardo, paranoico, li vede dappertutto i porci, gli stronzi, che fanno fare a ciascuno di noi, i topi, la vita schifosa che facciamo, “il piccolo clan dei porci tecnocrati”. Quelli che decidono il nostro lavoro, “o in fabbrica o si diventa leggeri leggeri, come te, come me”, senza solidità, pronti ad essere spazzati via da un soffio di vento.
Non cambia la voce, il tono, quando passa a raccontare un altro episodio di questo continuum allucinato. Note leggere segnano il movimento della mano e del pensiero mentre racconta l’abbordaggio di una donna. Una puttana. una puttana delle loro. Degli stronzi. che lo invita ad andare con loro, “Vieni con coi carino, andiamo a caccia di topi”. I bulbi tondi delle lampadine rendono più calda e intima la scena. “Se avesse tenuto la bocca chiusa non avrei saputo quello che quella bocca era in grado di vomitare”. Se avesse tenuto la bocca chiusa non avrebbe saputo che lui era uno straniero, uno dei topi che i suoi amici stronzi cacciavano. “Ecco chi sono: membro del sindacato internazionale e tutto il resto”. Si abbraccia da solo, ondeggia sensuale come danzando, sognando il momento in cui vincerà la sua idea del sindacato e allora saranno i topi a godere e gli stronzi a soccombere. Per il momento però “solo una strada vuota e la pioggia”. La sua immagine deformata di ubriaco si riflette nello specchio di fondo. Livida del livido bianco del neon. “Tutti con le stesse facce e gli stessi pensieri”. Tutti omologati, tutti felici, tutti coperti dalla maschera che copre l’orrore, che copre l’inconsistenza, la paura della razza padrona, la paura di cadere dal piedistallo, dal cumulo di macerie sul quale ha costruito la propria forza. Il cumulo di topi che schiaccia con godimento e paura. Hanno paura gli stronzi. Dei ragazzi che gli somigliano e ancora di più di quelli che non gli somigliano. La città degli stronzi è fatta di zone, per il lavoro, per rimorchiare, per la moto, per i froci, per la tristezza.
Il primo specchio va metaforicamente in frantumi, lo straniero lo gira, ne restano mille gocce di schegge. Il secondo specchio lo depone a terra e diventa l’acqua del fiume, lungo le cui rive incontra Mama, non è il suo vero nome, ma non importa, nessuno saprà chi ha giaciuto con chi, chi ha amato chi, lungo le rive del fiume, una notte. Non importa. Mama non c’è più. Una donna è morta perché è andata troppo oltre.
Ancora identico il tono, forse un attimo meno elegiaco, sempre allucinato, quando racconta di un’altra donna che è andata troppo oltre. La puttana fatta del quarto piano. La puttana isterica del quarto piano. Quella che mangiava la terra del cimitero. “Tu non te lo aspetti da una puttana, ma anche loro vanno fuori di testa”. Si rivolge al pubblico, ma la quarta parete è sempre lì, come vetro trasparente tra noi e il suo soliloquio. La puttana aveva dato di moto e saranno state le vecchie puttane a darle la ricetta, il rimedio: la terra raffredda gli uomini, raffredderà anche le ragazze fuse. “Io l’ho vista morta al cimitero la puttana del quarto piano”.
E poi la foresta, il Nicaragua. Il vecchio rivoluzionario che spara. Poche foglie morte estratte dalle tasche e lasciate cadere solennemente, al ritmo degli spari.
Ma forse tutto quel rumore è solo dentro la sua testa. Lo strazio del corpo, il desiderio di pace. I due stronzi che lo assalgono e gli rubano il portafoglio, lo massacrano di botte sotto gli occhi indifferenti della brava gente. Perché è lui lo straniero, il sospetto, l’elemento allotrio da espellere come una cisti.
Tratteniamo il fiato, soffriamo, ascoltiamo empaticamente, chiedendoci se siamo tra i topi o tra gli stronzi.

 

 

 

 

Ai margini della foresta
liberamente tratto da La notte poco prima della foresta
di
Bernard-Marie Koltès
regia e scene Tiziana Mastropasqua
con Carlo Verre
aiuto regia e disegno luci Mario Autore
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Sala Assoli, 20 febbraio 2015
in scena dal 20 al 22 febbraio 2015

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