"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 22 Febbraio 2013 01:00

Ad Astapovo

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Astapovo è un buco del mondo, un piccolo foro di melma e selciato, di catrame e di foglie, nel quale il destino ha deciso di ficcare una stazione di treni. Una casa rossiccia, una fila dritta di binari ferrosi, una banchina di cemento ingrigito e bagnato. A destra una lunga schiera di alberi, in alto un manto infinito di nubi: ad Astapovo non s’affaccia mai il sole, neanche quand’è il sole che vorrebbe affacciarsi.
Astapovo è un buco del mondo di cui non v’è traccia su mappe e cartine. Inesistente ai disegni di verde, azzurro e marrone, è un luogo-non-luogo ed al suo nome non risponde che l’eco del nome medesimo. Astapovo è soltanto Astapovo.

Qui i treni passano, rallentano (come presi da una leggera pietà tendono a placare il rumore per non svegliare il silenzio), sbuffano un pochino di meno – sembrano quasi pronti a fermarsi, a riposare un momento, a respirare più piano – poi compiono uno scatto improvviso fuggendo veloci. Non uno sguardo, non una sosta, a questa vecchia carcassa che vive vivendo della propria vita inattiva.
Astapovo la sorvola – ogni notte – un uccello; il volo planare ondeggia, barcolla, s’inclina ora a destra, ora a sinistra, cullandosi nei flussi di un vento imperfetto che, con sé, porta nebbia, brina, qualche goccia di pioggia, qualche chicco di cenere, uno o due pezzetti di carta. L’uccello decide di poggiarsi a una trave, di chiudere per un minuto le ali, di gonfiarsi il petto per sentirsi addosso il calore. Guarda in basso, l’uccello, e non riconosce Astapovo: una folla smisurata di uomini, donne e bambini, di anziani col capo coperto, di ferrovieri piegati in ginocchio, di gendarmi, giornalisti, soldati, di religiosi, di viandanti, di belle signore, di poveracci venuti d’intorno, di contadini che hanno la zappa alla spalla, di vecchie di chiesa, di giovani fanciulle accompagnate da fratelli guardinghi, di fratelli minori accompagnati da sorelle zitelle, di minatori con le scarpe di corda, di agricoltori coi sandali ai piedi, di balie con scomode scarpe di tela, di morti di sonno e morti di fame s’accalca, come s’accalca un intero formicaio che brulica intorno alla propria piccolissima tana.
L’uccello riparte mentre noi rimaniamo. Noi rimaniamo e, nel frattempo, leggiamo.
“Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre, un vecchio di cui, due anni addietro, il mondo intero aveva festeggiato l’ottantesimo genetliaco, aveva lasciato la dimora, i suoi libri, la sua famiglia e sua moglie, soprattutto sua moglie. Si proponeva di raggiungere, lontano da casa, oscuri discepoli. D’altra parte la meta gli interessava meno della partenza in sé. Già una volta aveva tentato di fuggire: la moglie glielo aveva impedito. Ora avrebbe viaggiato sotto falso nome. Nessuno sarebbe venuto a saperlo”.
Nessuno sarebbe venuto a saperlo ma, in realtà, tutto il mondo sapeva. Il vecchio era il conte Tolstoj, il Tolstoj di Padre Sergij, dei Racconti di Sebastianopoli, di Anna Karenina; il Tolstoj di Sonata a Kreutzer, di Guerra e Pace, dello Chadzi-Murat; il Tolstoj de La felicità domestica, di Resurrezione, di Infanzia, Adolescenza, Giovinezza.
Il Tolstoj di La morte di Ivan Il’jc: “Il morto giaceva come sempre giacciono i morti, con particolare pesantezza, con le membra irrigidite che affondavano, come sempre accade ai morti, nel giaciglio della bara, con la testa per sempre inclinata in avanti dal cuscino, e mostrava, come sempre lo mostrano i morti, la fronte gialla, cerea con la calvizie sopra le tempie infossate, e il naso che sporgeva e che quasi premeva sul labbro superiore”.
Ora il conte Tolstoj giaceva, come giace una sottile sfoglia di pane invecchiata (rigida, pallida, maleodorante) sotto una coperta sottile, con il capo su due guanciali sottili, corredo ad un materasso sottile. Ogni tanto un lieve tremore alle dita (queste dita che hanno mosso interi eserciti e che ora non allontanerebbero neanche un granello di polvere); ogni tanto un sibilo dalla bocca (questa bocca che ha inventato frasi possenti di possenti dialoghi e che ora non saprebbe scandire neanche la parola “casa”, “libro” o “mamma”); ogni tanto un movimento degli occhi (questi occhi che hanno visto chiaro negli abissi più neri e che adesso non riuscirebbero a distinguere una sagoma umana da una cassettiera di ferro).
Il conte Tolstoj s’illude che la Russia non sappia nulla ma la Russia è tutta fuori questa modesta dimora nella quale – ammalatosi durante il tragitto – egli si trova degente. S’illude, il conte Tolstoj, che nulla sappiano Mosca e Pietroburgo mentre, non solo Mosca e Pietroburgo, ma tutto il Paese e tutta l’Europa e perfino oltre l’oceano sanno ch’egli è steso in un letto – una magra sfoglia di carne adagiata su una magra sfoglia di lana – della stazioncina in cui ha trovato riparo. Il conte Tolstoj s’illude soprattutto che lei (Sof’ja Andreevna; la moglie per chi non lo avesse ancora capito) nulla sappia di dov’egli si trova e in che condizioni egli sia mentre lei – essendole impedito l’accesso – non fa che consumare la terra coi tacchi perlustrando la casa, appannare il vetro di una finestra spiando all’interno, lisciare la maniglia della porta carezzando l’entrata.
Dai Diari (e ci si perdoni la citazione fin troppo lunga): “Sono andato a letto alle undici e mezzo e ho dormito fino alle tre. Mi sono svegliato e ho sentito, come le notti precedenti, dei passi e un rumore di porte che si aprivano. Le altre notti non avevo prestato attenzione alla porta ma, questa volta, gettando un’occhiata, ho intravisto, attraverso le fessure, una luce viva, dopodichè ho sentito un fruscio. È Sof’ja Andreevna che probabilmente cerca qualcosa e sbircia fra le mie carte. Ieri aveva preteso, e ottenuto, che io non chiudessi la porta. Tutt’e due le porte di camera sua sono aperte, cosicché lei può spiare e sorvegliare ogni mio gesto e ogni mia parola. Ecco, di nuovo un rumore di passi, poi una porta che viene aperta con circospezione: è lei che sta entrando. Tutto ciò ha suscitato in me un disgusto incontrollabile e un moto di indignazione. Volevo addormentarmi ma è stato impossibile. Mi sono girato e rigirato nel letto per quasi un’ora, poi ho acceso la candela e mi sono seduto […]. Non riesco a restare a letto, ed ecco che, di colpo, prendo la decisione definitiva: andare via. Le scrivo una lettera, comincio a mettere da parte quel che mi occorre. Tremo al solo pensiero che possa sentirmi […]. Fuori buio pesto: vado a tentoni lungo il vialetto, perdo l’orientamento, finisco nel boschetto, mi pungo, vado a sbattere contro gli alberi, cado, perdo il colbacco e non riesco più a ritrovarlo, mi metto a fatica sul sentiero e infine, con una lanterna in mano, raggiungo la stalla e do finalmente l’ordine di attaccare i cavalli”.
Quest’uomo, che ha fatto leggere l’immenso ad un’immensità di lettori, sente la prigione della propria vita domestica, che soffoca ogni sua pulsazione vitale ed abbatte, in principio, ogni suo nuovo slancio fisico e metafisico. Contornato dall’infamia della famiglia (le sue proprietà vengono spartite mentr’egli è ancora in vita; la moglie si consulta con la vedova di Dostoevskij per sapere quanto può ricavare dagli scritti del proprio consorte; il segretario gli usurpa ogni riga pubblicandola in maniera avventata) il conte Tolstoj profitta del buio per sparire nel buio. Finirà per fermarsi ad Astapovo da cui, il primo novembre 1910, alle 10.30 del mattino, viene diffuso il seguente telegramma: “Febbre alta, stato d’incoscienza. Stamane temperatura normale; al momento di nuovo febbre. Impossibile viaggiare”.
Il telegramma è l’inizio di Tolstoj è morto di Vladimir Pozner. Unendo pagine di romanzi e diari (per raccontare la nascita, la maturazione e la morte di un matrimonio avvilitosi) all’insieme dei dispacci, degli articoli dei giornali, delle foto dell’epoca Pozner riesce lì dove nessuno era finora riuscito: non Bunin (La liberazione di Tolstoj), non Cavallari (La fuga di Tolstoj), non Citati (gli ultimi capitoli di Tolstoj); non Canetti (Tolstoj, l’ultimo avo), non Gorkij (Lev Tolstoj), non Tatiana Tolstoj (Anni con mio padre).
Facendo radiografia cartacea – ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo – del tempo che scorre tra l’arrivo (ammalato) ad Astapovo e la partenza (cadaverica) da Astapovo medesima Pozner mette su una commedia fantastica aggiungendo ai frammenti i frammenti, agli scorci gli scorci, alle voci le voci.
Leggendo Tolstoj è morto apprendiamo quali disegni ha la carta-parati della casa, che temperatura segna (ogni giorno, più volte al giorno) il termometro messo all’ascella dello scrittore, quali medicine egli è costretto ad assumere; scorgiamo le preoccupazioni per l’ordine pubblico, i tentativi ecclesiastici per appropriarsi delle spoglie dell’idolo, le disperazioni singhiozzanti dei familiari; spiamo i dispacci dei quotidiani russi, le lettere affrante che provengono da ogni dove, gli ordini dati dai poliziotti in incognito, dal pope in missione, dai ferrovieri in azione.
Leggendo Tolstoj è morto vediamo – quanto vediamo! – la moglie, i figli, le figlie, i dottori, gli amici di famiglia, i cronisti, gli impiegati del telegrafo, gli impiegati della stazione, gli impiegati postali e le autorità, il prete del paese, i fotografi, i cineoperatori, i mercanti, i prelati, i funzionari, gli studenti, gli operai, i curiosi mentre brulicano in questo buco del mondo fatto di melma e selciato, di catrame e di foglie, capace di inghiottire – per sette giorni interi – ogni respiro, ogni sguardo, ogni preghiera del resto del mondo.
Torna l’uccello che – ogni notte – sorvola Astapovo. Scruta questo subbuglio piovoso, che sguazza nel fango tenendo bassa la voce. Poi le pupille si voltano, in uno scatto, ad inquadrare la casa: dalla finestra il fioco pallore di una lampada accesa. Sulle tendine la sagoma di un’ombra staziona, distesa, sottile come una sfoglia di pane invecchiato. Questa volta l’uccello non riparte ma, più attento, si ferma anch’esso a osservare. Attende.
Tolstoj è morto. È quest’annuncio che attende.

 
Vladimir Pozner
Tolstoj è morto
traduzione di Giuseppe Girimonti Greco
con una Nota di André Pozner
consulenza editoriale Valentina Parisi
curatela redazionale Valeria Perrucci
Adelphi, Milano, 2010,
pp. 277

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