“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 19 Febbraio 2015 00:00

Michele Sinisi suona il "Riccardo III"

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Mentre in televisione c’è la serata finale del Festival di Sanremo in cui una numerosa orchestra suona la canzone italiana, allo Start, piccolo teatro di Napoli, c’e Michele Sinisi che da solo suona il prologo del Riccardo III in inglese, davanti ad un pubblico poco numeroso ma attento e divertito.
Le parole, una volta pronunciate, sono suono. Se esse appartengono alla lingua inglese, è facile riconoscere loro una certa ritmicità. Dipende dalle consonanti che bloccano e sembrano battere l’aria proprio come fanno le percussioni. E proprio come se suonasse uno strumento a percussioni, Michele Sinisi usa le parole per creare un ritmo.

Le ripete, le blocca, le accelera, le rallenta, le fa esplodere con forza o le sussurra. Quelle parole divengono visibili sulla scena, diventano di carne o restano solo un segno tracciato con un pennarello su un tavolo di metallo, qualunque sia la loro incarnazione esse producono altri suoni, diventano il rumore dei passi che attraversano la scena, quello del tavolo che si ribalta e si schianta sul legno del palco, il suono di uno spruzzino usato per cancellare le tracce di inchiostro, quello della bomboletta spray che soffia fuori la vernice, dell’accendino, del telefono, del corpo che si contorce, del pennarello che scrive, della cintura che picchia. Sembra di entrare in un labirinto sonoro e non lo dico perché conosco l’inglese solo mediocremente. Bastano pochi minuti di spettacolo per capire che conoscere bene la lingua non serve, essa è uno strumento tra gli altri.
Ci viene fornita la traduzione del prologo del Riccardo III, su un foglio con entrambe le versioni linguistiche. Alla lettura tutti sanno che Riccardo è deforme e che tramerà per mettere l’uno contro l’altro i suoi fratelli, il re Edoardo e il duca Giorgio. I primi minuti di spettacolo servono a rompere la barriera. La prima frase è ripetuta più volte, parola per parola. È mimata, scritta e disegnata. Quell’attore che storce la caviglia, tira giù una spalla e fa smorfie con la bocca ha l’esigenza di essere capito, di esprimersi ma il microfono sul palco non funziona se non quando grida con tutta la voce che ha in corpo. Lo straniero che parla la lingua dei potenti è violento. Sono il caso, la natura, gli eventi che l’hano reso cattivo. Si dimena e le parole, le frasi, ritornano come l’incessante lavorio della testa che trama. Rimugina sulla sua condizione e decide quello che dovrà fare, con le stesse frasi che tornano ossessive. Ma tramare è orchestrare ed allora quelle frasi si fanno rumorose, diventano un ritmo: “One against the other” ripetuto e disegnato così tante volte fino a diventare “gli uni contro gli altri” si trasforma nel ritmo iniziale di Be My Baby delle Ronettes. Perché Riccardo è fuori da ogni tempo, la sua è una condizione vera, valida ieri come oggi. Mentre la musica suona, Riccardo seduce Lady Anne, la plasma, la crea con le sue mani disegandola con uno stencil e una bomboletta spray, rossa. Non avrebbe potuto usare la pittura con un tampone, sarebbe stato silenzioso. Lady Anne ha l’aspetto di Marilyn Monroe. Una musa, un’icona della femminilità ma anche una delle donne uccise dal potere. Dopo averla creata e avuta la colpisce con la cintura. Lo fa tante volte, il rumore è fortissimo. Poi cancella tutto, la distrugge lasciando che l’inchiostro venga lavato via. L’inchiostro rosso, che sia servito a disegnare re, scrivere parole o tracciare la donna da sposare, viene cancellato e lasciato scorrere come sangue.
La messinscena cerca di aprire un varco nello spettatore per far entrare il testo di Shakespeare non razionalmente, attraverso l’evolversi di una storia ma attraverso i sensi: la vista con i momenti di luce e buio, il corpo contorto, i movimenti violenti, i disegni; l’udito con i suoni e i rumori; l’olfatto con l’odere dell’alcool e quello della vernice. Si prova perfino con il tatto, quando Sinisi cerca di spruzzare con l’alcool la prima fila di spettatori. Dovrebbe essere un metodo capace di incidere più profondamente perché si trasforma in esperienza vissuta.
C’è una frase che ritorna durante lo spettacolo e viene gridata mentre dagli altoparlanti esplode la musica che ricorda una pubblicità: “It’s true, not false”, è vero non è falso. È la frase che ritorna non solo nelle orecchie ma nella mente, anche una volta che lo spettacolo è finito. La storia di Riccardo non è un’invenzione, non è una leggenda o una vecchia storia del passato. È storia che ci riguarda, di un’umanità che si distrugge a causa dell’ambizione, della ricerca del successo, del desiderio di potere. L’attore in scena che conosce la verità, che storce la caviglia e abbassa una spalla per farci vedere Riccardo, ha difficoltà a farsi capire. Si dimena, si agita, fa rumore ma non può nulla, è uno straniero che non parla la nostra lingua e forse noi, che ridacchiamo quando ci pare buffo, non lo vogliamo nemmeno capire.

 

 

 

Riccardo III
tratto da Riccardo III
di
William Shakespeare
di e con Michele Sinisi
collaborazione alla scrittura scenica Francesco Asselta, Michele Santeramo
produzione Fondazione Pontedera Teatro – Teatro Minimo
lingua inglese
durata 50’
Napoli, Start Teatro/Interno5, 14 febbraio 2015
in scena 14 febbraio 2015 (data unica)

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