"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 12 Febbraio 2015 00:00

Omnia ab uno et in unum omnia

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Tramutare e confondere luci, ombre ed oggetti dando vita ad immagini oniriche; aprire porte sconosciute che si affacciano su un panorama quasi esoterico, in cui il fisico ed il metafisico si uniscono secondo calcoli e geometrie tridimensionali attraverso l'illusione, liberando l'inconscio.
È questa l'ottica spiritualistica in cui si inserisce Alchemy l'ultima crezione pensata da quel genio visionario che è Moses Pendleton, padre dei Momix, l'acclamata compagnia statunitense di danzatori-acrobati che ogni anno gira il mondo con spettacoli astratti e multimediali. La performance dura circa un'ora e venti minuti ed è divisa in due parti intitolate rispettivamente Quest for Fire Water e Led into Gold.

Il mistero della creazione, della conoscenza di quell'unica particella primordiale da cui ha origine il tutto, è ossessione per scienziati, chimici, teologi e incognita dell'antica filosofia alchemica. Pendleton ne è consapevole e diventa alchimista dell'arte teatrale: la sperimentazione chimica, l'analisi delle possibili metamorfosi dei quattro elementi fondamentali, la ricerca dell'essenza, appaiono leggibili sui corpi muscolosi dei danzatori che si con-fondono come metalli, fluidi ed incandescenti, per generare di continuo nuova materia trasmutabile.
La semplicità è la caratteristica che contraddistingue tutte le produzioni dei Momix come ad esempio i già noti Opus Cactus, Lunar Sea ed il più recente Bothanica, una semplicità che partorisce l'inimaginabile. Gli espedienti illuminotecnici, gli allestimenti scenografici, la stravaganza dei costumi sono elementi basici che assemblati costruiscono complesse molecole interattive, stupefacenti effetti e reazioni dinamiche che si susseguono a catena abolendo ogni soluzione scontata e lasciando spazio al surreale.
In Alchemy è costantemente presente una vivida e irrequieta relazione tra forma e contenuto, come lo si percepisce già nella prima parte dello spettacolo dedicata all'acqua ed al fuoco, entrambi considerati elementi “generatori di vita”. Lo spazio scenico diventa dapprima un enorme acquario in cui si inserisce anche un pesce galleggiante che si diverte a scansare alte colonne d'acqua, un brillante contenitore della performance, per poi trasformarsi in una grande fornace dove è il fuoco dei danzatori (simulato con un ampio tendaggio rosso e videoproiezioni di fondo) a modificare lo spazio che quasi non riesce a contenere l'imprevedibilità delle fiamme talmente è forte la loro energia.
Il rapporto tra contenuto e contenitore fa leva anche sull'ironia, suscitando non solo emozioni estetiche ma anche ambiguità riguardo la sessualità di Madre Natura stessa, come quando le danzatrici indossano abiti rossi corredati da grandi sfere sui fianchi le quali modificano spudoratamente le forme del loro corpo, suggerendo di volta in volta significati diversi – donne gravide o abbondanti, che rimandano alle dee sumere della fecondità.
In Led into Gold l'attenzione si sposta all'elemento dell'aria e a quello della terra, ultime tappe obbligate per raggiungere l'oro che per gli alchimisti coincideva con il metallo mistico per eccellenza, l'essenza contenuta in ogni minerale come in ogni corpo, un nucleo del tutto, traccia microscopica dello spirito e della santità lato sensu.
Il primo probabilmente racchiude anche il cosiddetto “quinto elemento”, l'etere, poiché la danza si incentra attorno alla grazia di una danzatrice che volteggia nell'aria e quasi sembra ascendere al cielo dopo un atto di tenera passione carnale, avvolta da un fascio di luce divina come un'anima libera dalla morte grazie a quell'energia purissima che solo l'amore terreno puo donare. Bella ed eterea, oltre a mostrare tecnica forte e preparazione atletica, incanta e commuove il pubblico sulle note di Deborah's Theme di Ennio Morricone grazie alla velocità e qualità dei suoi movimenti aerei, controllati eppure dolci e naturalissimi.
Primitivo e assordante invece il richiamo della terra: ritmi tribali e tamburi afro posseggono tre danzatrici che sfrecciano su delle altalene sfiorando il suolo all'interno di coreografie vorticose e selvagge.
Fredda e ferrigna (ma di grande effetto) è la coreografia danzata dagli interpreti davanti a una parete angolare e spigolosa fatta di specchi. Qui ogni singolo membro si sdoppia e si triplica in un grigio gioco caleidoscopico dove nell'uno sono presenti tutti e viceversa, un concetto che sta come detto alla base della teoria e del procedimento al-chimico per trasmutare i metalli in oro. Dorati infatti sono gli abiti aderenti che indossano i ballerini in questo pezzo caratterizzato da musiche elettroniche.
La scena finale si conclude con il trionfo dell'oro, una sostanza unica che non ha durezza ma che è continua, espandibile all'infinito, plastica e plasmabile, che emana assoluta lucentezza e che racchiude al suo interno la totalità del corpo umano. "Tutto è nell'uno e l'uno è in tutto", all'interno della stessa materia, particella, molecola, all'interno di uno solo atomo è contenuta la chiave per ricavare qualsiasi metallo, sostanza inorganica o organica che sia, compreso l'uomo fatto di acqua, elettricità, aria, polvere, metallo, ed etere. Tutto generato da una medesima “cellula” madre di origine divina ma prigioniero in un mondo grossolano, degenerato e che necessita di un processo di rigenerazione e di rinascita.
Da menzionare infine rimangono dei principi fondamentali propri della chimica organica ed inorganica presenti nella rappresentazione: ed ecco che le colonne d'acqua si rivelano essere semplici tubi indossati come guanti dai ballerini per unirsi in un unico organo danzante che rotea con movimenti armonici ma interrotti da improvvisi cambi di direzione e senso. Simulano infatti i legami covalenti che compongono la molecola, echeggiano l'immagine universale del DNA; vari i momenti dedicati alle cariche elettriche ed alle forze di attrazione e repulsione proprie del magnetismo, annunciati dal rimbombo di un tuono, rappresentati da elettroni luminosi che roteano intorno ad un nucleo e dal gioco acrobatico che si crea tra due giganti calamite a forma di ferro di cavallo; altrettanto evidenti i rimandi all'apparato nervoso, esternati grazie alla danza di figure aliene che si perderebbero nell'oscurità se non fosse per il loro sistema linfatico messo in fluorescenza.
Alchemy di Pendleton è un composto carico di tutto, un ordigno chimico pronto ad esplodere.

 

 

 

Alchemy
di Momix
spettacolo creato e diretto da Moses Pendleton
assistito da Cynthia Quinn
interpreti Tsarra Bequette, Dajuan Booker, Autumn Burnette, Jonathan Bryant, Arron Canfield, Jennifer Chicheportiche, David Dillow, Simona Di Tucci, Eddy Fernandez, Rory Freeman, Jon Eden, Vincent Harris, Morgan Hulen, Catherine Jaeger, Jaimie Johnson, Jennifer Levy, Elizabeth Loft, Nicole Loizides, Steven Marshall, Anila Mazhari, Emily McArdle, Danielle McFall, Graci Meier, Sarah Nachbauer, Quinn Pendleton, Rebecca Rasmussen, Cara Seymour, Matt Schanbacher, Brian Simerson, Ryan Taylor, Evelyn Toh
co-direttore Cynthia Quinn
disegno luci Michael Korsch
disegno costumi Phoebe Katzin, Moses Pendleton, Cynthia Quinn
realizzazione costumi Phoebe Katzin
assistita da Beryl Taylor, Linda Durovcova, Kimberly Lombard
proiezioni video Moses Pendleton
montaggio video Woodrow F. Dick II
collage musicale Moses Pendleton
montaggio musicale Andrew Hansen
direttore tecnico Gianni Melis
produzione Momix / Planeta Momix / Duetto 2000
foto di scena Max Pucciariello
Napoli, Teatro Bellini, 10 febbraio 2015
in scena dal 10 al 15 febbraio 2015

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