“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 10 Febbraio 2015 00:00

Scarpe da gettare

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Nei Paesi anglofoni si traduce il nostro motto “mettersi nei panni degli altri” con “indossa le mie scarpe”, cioè fai il mio cammino, guarda il mondo dal mio punto di vista. La pièce Scarpe di Mizan – Traversata sulla fuga e altri fossi è la storia dell’albanese, forse slavo, Mizan che ha vent’anni e il sogno comune a tutti quelli che fuggono dalle loro miserie per inseguire il miraggio dell’Europa e del benessere. Vi sono pochi elementi sulla scena che simboleggiano il passato del giovane, a sinistra un piccolo canotto che poggia su un materassino rosso sangue, a destra c’è un manichino con pantaloni e giubbottino che è sdraiato su degli pneumatici, con una mano tesa verso l’alto.

Un naufrago che non ce l’ha fatta. Al centro, al limitare del proscenio, vi sono diverse cornici bianche senza alcuna fotografia, identità trasparenti che non lasciano ricordi da guardare. La messa in scena è svelata fin dall’inizio nell’intenzionalità dell’attore che si presenta con il suo leggio messo sul fondo del piccolo palco, quarto elemento scenografico, l’unico che non appartiene alla storia, ma che è il racconto di essa. L’attore-Mizan svela la difficoltà di portare in scena una storia tragica nella sua attualità, una complessità difficile da rendere con quattro elementi sulla scena. Un modo un po’ scontato, forse troppo ammiccante, di mettere le mani avanti prima di trasformarsi nel personaggio Mizan che arriva in Italia, che strappa il suo misero guadagno da mandare a casa al figlio vendendo le rose, lavorando presso un semaforo insieme ad altri disperati extracomunitari. L’intolleranza cupa e violenta, la difficoltà del vivere quotidiano, la solitudine e l’emarginazione civile e sociale che fanno del giovane e di tutti i profughi fantasmi da cancellare e da bandire, sono temi che sono sottolineati da musiche in cui prevalgono i ritmi serrati, note di pianoforte e battute spesso ripetute molte volte. “Il mio sangue è come il tuo”, “Il prezzo della mia carne non vale più niente” sono iterazioni insistite che dovrebbero scolpirsi nella mente degli spettatori come monito, come a suggerire una presa di coscienza, un qualche moto dell’anima.
Daniele Marino interpreta con passione e professionalità la figura di Mizan ed è da notare la sua abilità narrativa, il suo passaggio dal registro tragico a quello ironico, la sua gestualità che si muove nello spazio con misurata padronanza, ma, duole dirlo proprio per questo, il testo su cui poggia (dello stesso Marino con Marina Cavaliere) è frantumato in flash che spaziano dall’interiorità all’esteriorità del personaggio: mondo e pensieri che si accavallano, che si susseguono in espressioni un poco troppo scontate, già note. La disarticolazione gestuale di Mizan fa da contraltare alla fragilità del testo che, nel sottotesto e nelle note di regia, vuole presentare Mizan come simbolo della fuga, dell’iniziazione al mondo adulto privo di illusioni, del “migrante” archetipo alla ricerca del vacuo sogno visto come Altro da sé. Purtroppo questa lettura riesce forzata, non chiara nemmeno metaforicamente, o, almeno, non nuova. L’Europa che ha perso la sua connotazione umana per diventare un mero mercato che si esprime in spread contrapposto al singolo individuo che, errando, è alla continua ricerca di sé, non si presenta come un tema approfondito o prevalente, e nemmeno poetico. Connotazione condivisibile quella nel finale, quando per conformarsi a questa idea di Europa, Mizan si veste in giacca e cravatta, ma finisce per soffocare, ma nel complesso nulla più di quanto si vede, al di qua della quarta parete.

 

 

 

Scarpe di Mizan – Traversata sulla fuga e altri fossi
drammaturgia
Daniele Marino, Marina Cavaliere
regia Daniele Marino
con Daniele Marino
aiuto regia Marina Cavaliere
disegno luci Gianni Porcaro
spazio scenico Gabriele Liucci
graphic design Armando Ianuale
produzione Compagnia indipendente Rena Libre
coproduzione Te.Co/Teatro di contrabbando
durata 50’
Napoli, Nouveau Théâtre de Poche, 6 febbraio 2015
in scena dal 6 all’8 febbraio 2015

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