“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 10 Febbraio 2015 00:00

Per affermare identità stabili

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Identità migranti di Cinzia Cordella ha debuttato venerdì al Nuovo Teatro Sanità e racconta attraverso voci, musica, canto e corpo storie di donne costrette a violenze, lotte, pressioni domestiche e religiose e che sono alla ricerca delle loro identità integre, del rispetto verso il loro valore, dell’affermazione del loro essere donne.

Lo spettacolo si apre con l’entrata in scena di un’orchestra composta da quattro elementi e altri strumenti dai suoni orientaleggianti che accompagneranno il pubblico in questo viaggio. La musica, infatti, sarà la guida sonora di queste anime del purgatorio.
Lo spettacolo è strutturato, dopo mesi di laboratorio guidato dalla regista Cinzia Cordella, con voce e movimenti coreografici che colorano e riempiono il senso di gesti e respiri che enfatizzano gli stati d’animo delle protagoniste.
La voce cantata, invece, è affidata ad una donna, vestita con abiti quotidiani, dal viso misterioso, quasi come se non avesse nessuna voglia di essere lì, come se con la sua mente viaggiasse, come se lei fosse la carne e le altre anime fluttuanti.
Lei racconta silenziosa, osserva ma non le guarda mai, è seduta su una panchina al lato del palcoscenico.
La scena è allestita con una specie di staccionata di legno grezzo, un albero di nave, sempre in legno e veli che le donne utilizzano per accompagnare le loro presentazioni. Ognuna è approdata in questa realtà per raccontare la sua storia, che è la storia universale delle donne, ognuna è vestita di rosso: Catrina, Hazika, Naga e Faiza sono i loro nomi e sono pronte a lottare per la loro identità.
Le storie sono state scritte dalla regista, ma ispirate a quello che accade nella realtà e che si sente nei fatti di cronaca, ovvero donne costrette a prostituirsi, a cercare lavoro in terra straniera come cameriere assecondanti tutte le richieste delle loro padrone, donne che viaggiano per mare costrette a fuga clandestina, donne costrette a sposarsi in giovanissima età e ad essere asservite agli uomini, donne che subiscono minacce dalle autorità religiose e che, nonostante tutto, portano avanti come delle fiere e valorose guerriere i loro ideali.
Quali sono questi ideali? Sono le regole fondamentali del rispetto della sacralità della vita, propria e degli altri, la richiesta da parte di ogni individuo (non solo in quanto donna) di essere libero e felice.
La struttura corale, frutto di mesi di laboratorio che hanno permesso di creare una forte armonia nel gruppo, è interessante ma va a penalizzare un po’ il testo – anch’esso molto interessante – non permettendo quindi allo spettatore di focalizzarsi sulle singole storie, ma imponendogli in qualche modo di seguirle in parallelo. I momenti coreografici e musicali sono vari e riproducono con gesti e con il movimento di tutto il corpo gli stati d’animo, enfatizzando la messa a nudo e sotto riflessione di cosa significa essere donna. Le attrici sono infaticabili nel far sentire la loro voce, nel farla conoscere al pubblico: più volte guadagnano la parte anteriore del palco, fino al suo limite, mettendo gli spettatori in una condizione di vicinanza ed intimità.
Il palcoscenico è abbastanza grande per ospitare l’ensemble attoriale e quello musicale dal nome Armoniche sintonie, i cui interventi sono molto belli e dal ritmo africano, il ritmo del cuore. È proprio la musica che regola i discorsi dell’anima di queste donne e stoffe, cappelli e veli sono solo accessori per permettere la narrazione visiva e corporea.
La scelta dei costumi di colore rosso è significativa e, credo, simboleggi la passione che non abbandona mai le donne, e “la lotta che è vita vissuta”. Rossi sono anche dei bigliettini che il pubblico è invitato a pescare prima di entrare in teatro, dove brevi frasi incisive del testo iniziano già ad imporsi nella mente.
Lo spettacolo, credo, possa ancora definirsi, rivisitarsi, essere affascinato da altre idee registiche ed interpretative, anche se l’espressività intensa delle attrici è forte ed arriva al pubblico senza filtri. Tutti gli elementi sono interessanti, soprattutto l’uso ed il ruolo assegnato alla musica, ma avrebbero potuto essere più valorizzati all’interno di un registro registico che si proponga, sì, in maniera unitaria ma che lasci possibilità di curare, evidenziare e definire quelli che sono i dettagli, i singoli componenti.
La facilità dell’espressione corporea e la scelta di una linea coreografica assidua rendono, a mio parere, il lavoro molto “aperto” a diversi linguaggi: il corpo, il gesto, la voce, i colori, gli oggetti.
Credo che il palcoscenico del Nuovo Teatro Sanità sia stato il luogo ideale per questo tipo di spettacolo: uno spazio grande da ospitare tutti i componenti, con molta possibilità di effetti tecnici ed una buona acustica. Il Nuovo Teatro Sanità, per chi non lo conoscesse ancora, è nato un paio di anni fa all’interno di una chiesa, per iniziativa di Padre Loffredo come simbolo di risanamento del territorio, luogo d’arte e di ritrovo giovanile. Oggi vi si svolgono laboratori di teatro ed una ricca stagione teatrale, organizzata dal direttore artistico Mario Gelardi, a cui è stato, appunto, affidato il teatro. 
In Identità migranti non ci sono stati patetismi, e questo è da apprezzare molto, perché spesso a teatro è facile scadere in effetti drammatici oltre misura, tutto quello che il sentire trasmetteva al pubblico, le donne/attrici lo facevano uscire dal loro corpo, dal ventre, dallo sterno, dalla respirazione.
Il gioco delle parti, dei ruoli, l’immedesimazione di ognuna nella propria storia hanno reso un po’ di confusione sul senso globale del testo, sul messaggio da comunicare che non deve per forza essere unitario o chiaro, ma deve lasciarsi in qualche modo intravedere, si deve almeno lasciar vedere dallo spioncino della porta, deve dare la chiave di lettura a chi guarda, riceve ed a sua volta dona.
Quasi sul finale, due donne si sono sedute sulla panca-luogo della cantante, cercando di infondere anche in lei la coscienza dell’identità, un’identità che, ormai, vuole smettere di migrare e vuole costruire solidità, fermezza e centrarsi nel luogo della propria anima.

 

 

 

 

 

 

Identità migranti
di
Cinzia Cordella
con Cinzia Cordella, Valeria Frallicciardi, Cecilia Lupoli, Giulia Musciacco e MOMO
musica dal vivo Ensemble “Armoniche sintonie” con Bernadette Grana (piano), Adriana Cioffi (arpa), Chiara Desio Cesari (violino), Teresa Perna (sax contralto)
e con la partecipazione di M° Domenico Amendola (tromba), Francesco Cimminiello (basso), Francesco Mennella (clarinetto)
musiche originali Momo
arrangiamenti Bernadette Grana
scenografia e disegno luci Marco Perrella
audio Mario Autore
Napoli, Nuovo Teatro Sanità, 6 febbraio 2015
in scena dal 6 all’8 febbraio 2015

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