“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 09 Febbraio 2015 00:00

Primi appunti su "Il bombarolo"

Scritto da 

Questa non è una recensione o meglio: non lo è in senso classicamente critico. È una sorta di ragionamento fatto di note, di primi appunti, che si dichiara insicuro tanto quanto è insicuro uno spettacolo appena nato e che comincia a dare prova di sé. Il bombarolo va in scena in prima nazionale a Sala Ichòs. Ilinx Teatro, un giovane collettivo milanese, che si propone – in questo caso – con la regia di Nicolas Ceruti e l’interpretazione di Luca Marchiori. Si può scrivere una parola definitiva, nel tono e nella valutazione, su qualcosa che sta nascendo mentre lo vedo? Piuttosto provo ad accompagnarlo – Il bombarolo – in vista d’incontri futuri. Il lavoro, nel frattempo, cambierà, troverà nuove forme, sottrarrà immagini o parole attuali sostituendole con immagini e parole che non esistono ancora e io ne tornerò a scriverne: a mia volta in maniera differente.

Mi sembra che Il bombarolo non voglia rappresentare una vicenda ma una condizione, che il suo intento non sia di condividere una storia ma di far apparire uno stato emotivo e che sia importante – quindi – non tanto ciò che lo spettacolo dice ma la maniera in cui decide di dirlo. Non racconta davvero una delusione e l’assenza di fede ma piuttosto cerca di rendere – coi mezzi artigianali del teatro – la cranica follia di un individuo che, scopertosi solo (la donna lo ha tradito, il Signore non risponde, gli altri non esistono), s’accinge al proprio viaggio: meta la morte, forse; meta piuttosto la perdita definitiva del senno.
Per questo usa una lingua pseudo-cinquecentesca, italiana ma con inserti d’antico volgare, neologismi e accenni dialettali, che avanza con l’andamento ritmico delle strutture in versi. Frammentario, Il bombarolo somiglia a una cantica, che procede di strofa in strofa. Provo a definire teatralmente questa scelta: si tratta di una lingua dell’(e)straniamento, capace cioè di rendere sia lo straniamento imposto dal fatto artistico dichiarato (siamo a teatro, tutto è finzione, a cominciare dalla maniera nella quale mi esprimo) ma anche l’estraniamento del personaggio, figura solitaria sul palco e figura solitaria nella trama: “Tu madre, padre, sora, fratello e anche tu comare, e quale amico, che anche il più fetente accanto a me non è rimasto”, “da voi prendo commiato”, “parenti, amici, amanti”, “capace ne sono”. Non si tratta quindi di una ricalcatura dell’Ariosto, di Dante, di certe pagine del Don Chisciotte rimato quanto di un tentativo di diversificare la voce, di renderla straniera all’udito consueto, di offrirne palesemente la difformità. Parla – il bombarolo – come non parla chi è rimasto negli argini, chi è riuscito a contenere la propria follia, chi la sopprime o la tiene in serbo per momenti che non ha ancora vissuto: il suo non è lo sfoggio araldico di una metrica sapiente ma il verso che fa chi argomenta solo a se stesso e che non trova possibilità di rispecchiamento e risposta. Monologo in senso pieno, quindi, perché è nulla ogni forma possibile di colloquio tra chi si è fatto la propria ossessione e tutti gli altri, che non condividono o partecipano a questa ossessione: agli altri resta, infatti, la forma abituale per esprimere contenuti abituali; a lui tocca invece la manifestazione del disagio attraverso una voce distorta che esprime − fonicamente − l’alterità mentale, valutativa e logica di chi parla.
Per questo – ma siamo sempre nel campo dell’incertezza critica – i suoni molesti, trascinati, i campionamenti musicali ed elettrici che fanno da sottofondo, da accompagnamento e da sottolineatura al discorso e che servono a rimarcare il disturbo, la malattia prospettica, la pazzia visionaria.

“La notte annotta, si abbuia la luna, qui solitario e solo m’appauro io, che l’altri tutti fuggiti sono, iti, scappati da quel che resta de la ruina”. È davvero solo il bombarolo? Davvero abita un mondo in cui ogni esistenza è sbiadita, in cui il tempo ha spianato ogni masso, in cui il ferro s’è fatto polvere e ogni edificio è crollato? Non ci sono davvero amici, familiari, più la sua donna, ad abitare il pianeta? Davvero resta solo “la polvere, il vento e io”? Sul piano oggettivo la risposta è no; sul piano soggettivo la risposta è sì. Quest’insieme di reperti nel quale il bombarolo si muove (una gabbia d’uccelli, una lampada bassa di plastica, un imbuto, un giubbotto arancione, il busto di un manichino sormontato da una lampadina rossa, un tavolo da lavoro, travi di ferro, taniche, secchi d’alluminio, un boccione, un carrello della spesa posto in verticale) non sono ciò che resta della realtà ma sono la realtà che resta per quest’uomo: della donna che ha amato e che l’ha tradito ne rimane la parvenza simbolica; di Dio (una croce formata da un filo di luci che s’illumina o si spegne) non c’è che qualche abbaglio episodico, qualche avvampo tardivo; dell’esterno non c’è che questa mercanzia di poco conto, con cui – in preda alla stoltezza – costruisce il mezzo per il volo, unendo oggetto ad oggetto fino a montare un carro che dovrebbe condurlo verso il cielo. Non a caso il bombarolo entra traversando la platea (lo spazio comune) per raggiungere l’assito (il luogo della propria alterità): si muove cioè abbandonando il posto in cui tutti siamo seduti assieme per rifugiarsi (ingabbiarsi/proteggersi/rintanarsi) lì dove è isolato.
Quando dice “di tutto quel che di grandioso c’era ecco ai piedi tutto quel che resta” non vuol dire – quindi – che ciò che v’era di grandioso non vi sia più materialmente: piuttosto questa grandiosità non è più tale per lui, per lui non ha più alcun significato, nessun valore, alcuna utilità. La donna che lo ha tradito potrebbe essere seduta in prima fila, l’amico in terza, la madre in quinta: non importerebbe; la separazione è avvenuta ed è impossibile ogni ricongiungimento tra chi (s)ragiona in maniera autoreferenziale, privata, bastevole a se stessa e chi non può che ascoltare e valutare questo ragionamento ormai (s)ragionato.

Guardo questo matto costruire la propria navicella ferrosa e penso che potrà andare ovunque e da nessuna parte giacché – per lui – ovunque e nessuna parte coincidono: potrà andare in capo all’universo, il bombarolo, senza tuttavia liberarsi dei suoi pensieri fissi (la donna, il tradimento, l'assenza di sostegno e di vicinanza alcuna, la propria condizione di vittima, la gravità della colpa altrui); potrà non muoversi dal buco nel quale adesso si trova e illudersi invece d’essere in moto, diretto chissà dove e verso chissà quale orizzonte.
Per associazione mi soffermo sull’uso dello slow motion, in base al quale Luca Marchiori usa il corpo mimando il dolore, la sorpresa di scoprirsi innamorato o la rabbia verso la donna e verso Dio (alternanza di sguardi a destra e sinistra, con aggiunta di gesti accennati e stizziti). Ulteriore marcatura – questa volta muscolare – della dissonanza individuale, per cui il tempo e l’azione di chi è guardato non coincide con il tempo e l’azione di chi guarda. Questo scarto crono-mimetico, in base al quale nulla di ciò che accade in assito appartiene alla realtà che vive oltre-assito e viceversa, permette la piena consapevolezza percettiva di chi osserva: vedo un attore, questo attore è un folle, il folle crede alla sua follia mentre io so che si tratta dell'espressione di una mente priva di equilibrio, di sanità e di misura. Rendere esplicito questo processo radicalizza le rispettive posizioni: Luca Marchiori è il bombarolo e – per il bombarolo – la rete della gabbia degli uccelli diventa un casco; per me quella rete rimane soltanto una rete. Io contemplo il suo vaneggiamento sapendolo tale mentre lui vi confida profondamente.
Non abbiamo, quindi, la condizione illusiva in comune per cui interpreti e spettatori fanno finta di credere alla stessa bugia per la durata dello spettacolo; abbiamo invece una diversità cognitiva, una contrapposizione tra chi si mostra allucinato e chi contempla (dall'esterno) l'allucinazione.

Il bombarolo è un progetto teatrale interessante, che conferma la consapevolezza teatrale della compagnia Ilinx e di chi ne fa parte. Per me che li ho già incontrati si tratta di notare la crescente maturità nello stare su scena, una maturità che è ancora in formazione e che passa anche per azzardi giacché Il bombarolo – va detto – è un azzardo. Lo è perché lingua straniante, immagini simboliche, voluti rallentamenti visivi, frammentarietà e resa metaforica di una trama che viene offerta a brandelli, per accenni, attraverso brevi coreografie solitarie (il rapporto sessuale facendo volteggiare il manichino, ad esempio) o la reiterazione di un momento (l’accensione della croce) può alimentare un distacco ricettivo, di favorire la distrazione di parte del pubblico.
Il rischio è che certa opacità che caratterizza l'opera (non sempre il testo suona comprensibile e in alcuni momenti ho la sensazione dell’orpello scenico, dell’offerta superflua che potrebbe subire tagli) possa ridurre l’empatia e l'attenzione di chi siede in platea. D’altronde è questo il pericolo che – le scritture volutamente in eccesso o le trasfigurazioni che non agiscono per sottrazione ma per accumulo – si prendono accentuando la propria diversità.
A me resta la sensazione d’aver assistito complessivamente a un buon lavoro, in fase di decollo, ed uso questo termine non a caso: mi piace pensare infatti che – il folle volo che tenta il bombarolo – sia in fondo anche il folle volo che tenta chi fa teatro quando, accumulato il passato e montatolo in scena (al presente), parte alla volta del futuro: bugia/follia in cui si crede ostinatamente, giorno dopo giorno, replica dopo replica.

 

 

 

 

 

Il bombarolo
idea e drammaturgia Barbara Pizzo
regia Nicolas Ceruti
con Luca Melchiori
produzione Ilinx, Residenza Teatrale Ilinxarium
fonte immagini pagina Facebook Ilinx Teatro
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Sala Ichòs, 7 febbraio 2014
in scena dal 6 all’8 febbraio 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook