“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 07 Febbraio 2015 00:00

Dov'è la tragedia di Molière?

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(La finzione)
Belina finge di amare Argante: in realtà lo detesta. Cleante ama Angelica ma è costretto a fingere di non amarla, fingendosi il suo maestro di musica. Angelica, a sua volta, finge di poter forse amare un giorno Tommaso, ma in realtà ama solo Cleante. Cleante e Angelica, per dire a tutti del loro amore, si fingono interpreti di una commedia musicale che non è mai stata scritta. Invita alla finzione il notaio Bonafede, suggerendo raggiri illegali per passare in eredità il patrimonio.
Ancora. 

Finge di non sapere Luigina, sorella minore di Angelica, quando deve spiare al padre l’incontro di questa con l’amato Cleante. Fingono i medici, che dispensano “parole per argomenti e promesse per risultati”. Finge il giovane Tommaso, recitando tirate e battute imparate a memoria quando si rivolge ad Argante, Belina ed Angelica. Finge Tonina, la cameriera, di continuo: d’aver preso un colpo alla testa o quando asseconda ogni discorso che sente; finge interesse per ciò che non le interessa, stupore quando non è stupita, ammirazione anche se prova ribrezzo. Finge travestendosi da medico e finge da medico ripetendo le stesse finzioni che già fingono gli altri medici, così fingendo al quadrato.
Insomma, per dirla chiaro: Il malato immaginario di Molière è – prima ancora che un’opera sulla scienza medica e sulle sue derive illusorie – un’opera della finzione e lo è perché il suo protagonista (Argante) si finge malato pur sapendo di stare bene: inventa dolori che non prova, patisce fastidi che non sente, lamenta menomazioni che non ha. Tutti quelli che lo circondano sanno che la sua è una finzione e l’assecondano fingendo a loro volta e in maniera duplice: alla sua presenza recitando la parte dei serventi e dei complici; alle sue spalle tramando inganni e sberleffi.
Andrée Ruth Shammah asseconda questo aspetto e si regola di conseguenza: accentua la recita-della-recita, moltiplica i mascheramenti evidenti, ammette la finzione generale del Teatro (abbatte cioè la quarta parete) e aggiunge o calca le battute in senso metateatrale: “Ma che parte sto recitando io qui dentro?”; “Ma perché non vuoi che un uomo appaia un altro?”; “Voi recitate la vostra parte”; “Smettetela di fare l’attore”.

(la scena)
L’ossessività della finzione determina anche le caratteristiche della scenografia.
La Shammah fa sorgere a centropalco la stanza di Argante; nel mezzo – come impone la trama – fa sedere il malato con, accanto, il carrello con pozioni, unguenti, boccette e un asciugamano che pende; sulle ginocchia una lavagnetta su cui fa di conto, sommando malanni e sottraendo i denari per i rimedi. Quello che va notato, tuttavia, sono le pareti, composte da un velo nero. Perché? Perché sono una metafora dello sguardo offuscato di Argante, incapace di distinguere il vero oltre sé ma – soprattutto – perché ne Il malato immaginario c’è questa fitta relazione di ammicchi, di inganni e di tranelli, che trova così il modo di essere realizzata: è guardandosi attraverso la parete/velo che possono complottare Tonina e Belina, Tonina ed Angelica, Tonina e Beraldo.
In aggiunta.
L’interno assolve a un’altra funzione: dichiara espressamente lo spazio della recita (e quindi dell’ipocrisia), separandolo dallo spazio della vita (e quindi della verità). La stanza di Argante, infatti, è di poco più piccola del palco; ai suoi lati e sul retro vediamo pilastri, lampadari ed ingressi (che portano all'esterno e alle stanze delle due figlie di Argante). Dunque: oltre le pareti di velo c’è lo spazio in cui i sentimenti e le opinioni trovano espressione sincera: qui la moglie può mostrare l’odio per il marito, la figlia può dichiarare il proprio amore per Cleante, qui un medico può ammettere la propria ignoranza in materia; nella stanza di Argante – invece – moglie, fanciulla e medico giungono per interpretare la propria parte, per dare forma al proprio ruolo. Non a caso lo stesso Argante è dentro la stanza per tutto il tempo e, dunque, per tutto il tempo mette in scena la propria malattia mettendo così in scena Il malato immaginario.

(la cameriera)
L’altra intuizione della regia di Andrée Ruth Shammah riguarda il personaggio di Tonina. La regista comprende che si tratta del vero fulcro dell’opera e che – tutto ciò che accade – è governato da lei. L’andamento della recita-nella-recita, in cui Tonina regola le espressioni rabbiose di Cleante costringendolo a non smascherarsi del tutto, ne è una prova; ne è una prova il fatto che sia Tonina a travestirsi da falso medico e che sia la stessa Tonina a indurre Argante a fingersi defunto, perché scopra ciò che la moglie e la figlia pensano di lui. Vi occorre una testimonianza ulteriore? La trama vuole che – invariabilmente – capiti ciò che prevede Tonina. Esempio. Argante, riferito ad Angelica: “La chiuderò in un convento”; Tonina, di risposta: “Non la chiuderete in un convento neanche per sogno”; Argante: “Non la chiuderò in un convento neanche per sogno?”, Tonina: “No”. Angelica non finirà in convento: come volevasi dimostrare.
La Shammah capisce e calca il ruolo di Tonina, la rende ancora più aspra, furba, dominante; perciò Tonina quasi soffoca Argante con un cuscino, siede sul bracciolo della sedia e gli impone il suo sguardo feroce, si prende gioco di lui facendolo ruotare come una trottola, lo spinge in terra col rischio che si faccia male davvero. Argante vuol prendere a bastonate Tonina? La cameriera non scappa (come il testo prevede) ma contrattacca afferrando una sedia.
Questa forza del personaggio s’esplicita nella qualità dell’interpretazione. Anna Della Rosa è una Tonina magnifica: attenta, scattante, divertita e divertente, crudele, dispettosa, sapiente; la guardo – distraendomi dal resto dello spettacolo – per diversi minuti e ne noto ogni piccolo spostamento, ogni moto: la maniera in cui inarca le sopracciglia commentando così un momento ridicolo, il gesto della mano quando si tratta di calmare Cleante, i passi affrettati quando deve travestirsi e tornare su scena. Sorride – Anna Della Rosa – voltando la testa al suo complice; calca il tono di voce, rafforzando una battuta altrui; staziona fissa e immobile alle spalle di Angelica, dandole solo un’occhiata di sostegno e – quando deve spiare Belina, al cospetto del marito (finto) defunto – è un perfetto Orazio d’Amleto: guarda cioè la recita della morte e con un occhio poi scruta lo smascheramento della recita della vita: Belina, dopo aver accennato un pianto, ringrazia il cielo per la vedovanza tradendo il suo vero stato d'animo.
Un dato, per rendere ragione di tutto ciò a chi legge questo articolo: al momento degli applausi, da parte del pubblico, c’è stato un solo fragore: per Anna Della Rosa. Credo non vada aggiunto null'altro.

(la mancanza)
S’è capito che la Shammah fa de Il malato immaginario un campionario farsesco, che bada al suo aspetto di commedia dei tranelli e degli imbrogli, che ciò che le interessa è renderne la parte ridanciana. Il pubblico apprezza, gustandosi la perfezione della macchina teatrale inventata da Molière. È tanto vero che il lato comico è quello che la Shammah più cura che – la regista – addirittura lo perfeziona, oliandolo con tagli appositi e aggiustamenti funzionali: Tommaso, nipote del dottor Purgone – per esempio – ne diventa il figlio e, padre e figlio, giungono in scena vestiti alla stessa maniera: sotto il cappotto hanno un camice mentre, alle mani, portano i guanti bianchi da visita (medica).
Tuttavia questa impostazione mortifica il testo stesso o, quanto meno, ne annulla una sua parte importante. Scrive Giovanni Macchia, ne Il silenzio di Molière, che “Argante è il perfetto antagonista del suo autore”, che “è tutto ciò che Molière non è”: è un finto malato mentre Molière è un malato vero; venera i medici mentre Molière li disprezza; si circonda di dottori, moglie, visitatori mentre Molière è solo, senza il conforto di nessuno. Molière sente Argante talmente lontano da sé da consentire – al suo personaggio – di farsi beffe dell’autore: “È un bell’impertinente, Molière, con le sue commedie” – dice Argante – “chi gli ha dato il diritto di giudicare la medicina?”; è “un bell’idiota, è un bel villano”: “fossi un medico” – aggiunge – “mi vendicherei io della sua sfacciataggine e, il giorno che si ammala, lo lascerei morire senza aiuto”.
Se il teatro si prende spesso beffe della vita, la vita si prende spesso beffe degli uomini: anche di coloro che fanno teatro. Alla quarta replica de Il malato immaginario, mentre indossa i panni di Argante e attende di rientrare in scena, Molière viene colto da un accesso di tosse e di sangue: muore poco dopo. La morte è ciò che unisce davvero Molière ed Argante; li unisce non solo in questa funesta circostanza, ma perché è proprio la morte che – Argante e Molière – in realtà sfuggono: l’uno fingendosi malato perché – come dice ancora Macchia – è in questo modo che “blandisce il suo aguzzino” (la paura di morire) dichiarandosi preventivamente un infermo (sto già male, Morte, accontentati e non venirmi a prendere); l’altro mettendo in scena questo pazzo ipocondriaco e illudendosi così – sera dopo sera – di poter spingere più in là la fine, la notte eterna: Molière si difende opponendo alla morte il teatro, l’arte cioè che – replicandosi – la nega e l’annulla.
“Ma qual è il tuo male?” chiede Beraldo al fratello e Argante risponde: “Se tu soffrissi del male di cui soffro io…”. Si tratta di un passo fondamentale de Il malato immaginario, l’unico nel quale vi è un accenno sincero, amaro. Non è la flatulenza, la dissenteria, il blocco intestinale il male di Argante; non è la bile o l’idropisia ma il timore di morire. Inconfessabile dal personaggio ed inconfessabile per Molière.
Di questo timore – che deve appartenere al volto di Argante come a un uomo appartiene una ruga – non c’è alcuna traccia. Non c’è alcuna traccia del dramma, celato dalla comicità; del terrore, mascherato col gioco; della paura, ingannata col sorriso. Non c’è alcuna traccia di questa fondamentale complessità nell’Argante di Andrée Ruth Shammah reso da Gioele Dix che – al contrario – si limita a borbottare affabilmente e a preoccuparsi in maniera bonaria senza mai esprimere un tono o un sottotono scuro, agro, davvero triste e malinconico.
Questo è il limite vero de Il malato immaginario visto al Mercadante: non c’è la tragedia che Molière ha messo in scena mascherandola da commedia. C’è la commedia ma, la commedia, da sola non basta.
Lo sapeva bene Molière, morto sputando sangue mentre in platea – nel frattempo – il pubblico si sganasciava.

 

 

 

 

 

 

Il malato immaginario
di Molière
traduzione di Cesare Garboli
regia di Andrée Ruth Shammah
con Gioele Dix, Linda Gennari, Valentina Bartolo, Pietro Micci, Francesco Sferrazza Papa, Marco Balbi, Francesco Brandi, Piero Domenicaccio, Alessandro Quattro, Anna Della Rosa
scene e costumi Gianmaurizio Fercioni
luci Gigi Saccomandi
musiche Michele Tadini, Paolo Ciarchi
aiuto regia Benedetta Frigerio
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
produzione Teatro Franco Parenti
foto di scena Fabio Artese
lingua italiano
durata 2h 15'
Napoli, Teatro Mercadante, 4 febbraio 2015
in scena dal 3 all'8 febbraio 2015

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