"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 06 Febbraio 2015 00:00

Buono, fino a morirne

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Avvicinatevi. Prendete un biglietto. Non vi spaventi il freddo o il maltempo. Chiudete i cappotti, scendete giù in sala, tra le poltrone blu, fino al palco e lasciatevi riscaldare dallo spettacolo. “Perché noi questo teatro lo vogliamo!”, come grida una signora della prima fila agli attori. “Ripeta, la prego” le risponde uno degli attori chiedendo una replica alla spettatrice. “Vogliamo questo teatro, vogliamo il teatro”.
Finalmente ha riaperto il TAN, il teatro messo in un angolo dalle istituzioni, valorizzato dai cittadini e poi fatto chiudere dalla burocrazia. Ha riaperto con le sue forze, finalmente agibile ma dall’aspetto ancora precario, come se fosse appena guarito da una malattia. Ce l’ha fatta grazie a tutti quelli che lo amano e che questo teatro lo vogliono.

Ci è riuscito in ritardo, il giorno del terzo spettacolo previsto in programma e il caso ha voluto che lo spettacolo fosse un'opera che mostra uno spettacolo distrutto, il più grande del mondo, e una storia d’amore: L’anima buona di Lucignolo di Luca Saccoia.
Sembra si parta proprio dalla ricostruzione. Il TAN ha un ingresso diverso, un nuovo corridoio e in sala si sente, trasmesso dagli altoparlanti, il rumore di seghe che tagliano il legno e di martelli che inchiodano. Il lavorio va avanti, fino a che le luci si spengono e può avere inizio lo spettacolo.
Le luci sono sistemate in tante piccole lampadine appese a dei fili che sembrano disegnare lo scheletro di un tendone. A terra un cumulo di scarpe bianche sostituisce la sabbia della pista e poi qualche pedana, un attaccapanni, una vecchia poltrona a dondolo consumata e una culla. C’è anche una croce di legno e c’è un uomo, un vecchio sporco di polvere, i capelli lunghi e con la giacca consunta, una vecchia bella giacca da direttore di circo divenuta cencio. Ma è un altro uomo che ci accompagna da lui e ci introduce alla storia. È un buffo personaggio con la giacca lunga, rattoppata, la faccia bianca e al collo una collana di scarpine bianche. Si tratta dell’Omino di Burro, commerciante in bambini-ciuchini direttamente dal Paese dei Balocchi. Convince anche noi a fare il viaggio, a prendere il biglietto, a non temere il paese in cui tutto è permesso. Tutto parte da lì, dal paese in cui i bambini, invece di seguire i buoni consigli degli adulti e andare a scuola per non finire all’ospedale o al cimitero, scappano per giocare e fare baldoria tutto il giorno, senza compiti, regole e maestri. Ma si sa che a far così si diventa somarelli. È quello che capita a Pinocchio e Lucignolo, che trasformati in ciuchini vengono poi venduti al circo, il più grande spettacolo del mondo. Non è un mondo colorato però, di pagliacci e zucchero filato. Qui tutto è cupo, è un mondo di gabbie e di reietti, di polvere che invade tutto, di bambini che devono imparare dagli adulti a sopravvivere ad un mondo avvelenato dagli adulti, un mondo marcio e inquinato, una discarica sopra la quale volano gabbiani monchi affamati di carcasse.
Se nel costruire l’atmosfera cupa può tanto la scena e ancora di più i bellissimi costumi di Gina Oliva che sembrano usciti dalla sartoria di Tim Burton, il nero sembra venir fuori con la musica, spruzzato fuori dagli strumenti che i musicisti suonano dal vivo sul palco. L’anima buona di Lucignolo è una favola musicale e la musica è un triste jazz cantato da un disperato direttore con la voce rotta o da un triste ragazzino innamorato e abbandonato.
Luca Saccoia e Claudio Lauri immaginano la vita di Pinocchio e Lucignolo, inseparabili come due fratelli, comprati entrambi dal direttore del circo. In scena sono due bastoncini con la testa da somaro. Più grosso e atletico Pinocchio, diventa la stella dello spettacolo e salta i cerchi di fuoco facendo la fortuna del circo. Più piccolo e delicato, Lucignolo vive all’ombra del fratello invidiandolo. Sotto la scorza del legno di Lucignolo c’è però un’anima buona, quello che lo rende ancora ragazzino e che ha carne, ossa e voce sul palcoscenico. Il burattino resta di legno, forse ha l’anima morta di fama ma ha anche l’amore di Fiordespina, acrobata ragazzina, affascinata dalle prodezze del somarello ma amata disperatamente anche da quell’altro, il più piccolo e delicato Lucignolo. Sarà questo amore, che metterà l’uno contro l’altro i due fratelli, a mandare in rovina il direttore e tutto il circo e sarà l’Omino di Burro a tramare sotterraneamente per averne profitto.
Così avviene la riabilitazione di Lucignolo che da personaggio tentatore, il ragazzaccio perdigiorno da cui Pinocchio si fa abbindolare, diventa un buono, fino a morirne. Gli unici cattivi resteranno gli adulti, capaci di distruggere ogni cosa, di sfruttare i ragazzini per arricchirsi, di rinchiuderli in gabbie e trovare comunque il coraggio di guardarli ogni giorno e dire loro di seguire certe regole per non finire all’ospedale o al cimitero. E il vecchio direttore? Un ragazzino anche lui. Gli uomini di spettacolo non crescono mai e continuano a giocare con i burattini, gli animali, gli oggetti, i cerchi di fuoco per tutta la vita, minacciati da quegli adulti imburrati che gli intimano di smettere, talvolta apponendo i loro sigilli.

 

 

 

 

 

L’anima buona di Lucignolo – Nel ventre del pescecane
di Claudio B. Lauri
regia Luca Saccoia
con Enzo Attanasio, Luca Saccoia, Mario Zinno
musiche originali Luca Toller
musicisti Carmine Brachi, Francesco Gallo, Tommy Jackson, Luca Toller
disegno luci Luigi Biondi, Giuseppe Di Lorenzo
costumi Gina Oliva
maschere Claudio Cuomo
elementi lignei Giorgio Caterino
tecnico del suono Salvatore Addeo
parrucche Artimmagine
produzione Nerosesamo
lingua italiano
durata 1h 30'
Napoli, TAN – Teatro Area Nord, 1° febbraio 2015
in scena 31 gennaio e 1° febbraio 2015

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