"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 04 Febbraio 2015 00:00

No man's land

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Un piacevole brusio precede le rappresentazioni della rassegna Il Teatro cerca Casa. Probabilmente dipende dall’atmosfera calda e rilassata, dalla tensione comune che unisce pubblico e organizzatori. Fatto sta tra il prima e il dopo, tra l’attesa e lo spettacolo, si realizza una magica continuità nella discontinuità. Prima il brusio, il piacevole chiacchiericcio e poi d’improvviso il silenzio, lo spettacolo ha inizio, l’invisibile quarta parete si erge. L’azione scenica è a un palmo dal nostro naso, magari anche meno, eppure l’aria si tace e si entra nel mondo della narrazione.

È successo anche questa volta. Un cavalletto, una sedia di legno nero con la seduta impagliata e una bottiglia di vetro verde sono gli unici elementi scenici. Sul cavalletto un tronco d’albero dipinto ad acquerello. Altri fogli da disegno, legati con un nastro di raso cremisi, sono appoggiati alla gamba sinistra del cavalletto. Pochi materiali. Sufficienti all’economia della narrazione. Una donna entra in scena e traccia con un pennello gli immaginari confini della scena. Il pavimento, le porte, le finestre, finanche le sedie e la quarta parete che ci separa da lei, dal suo sguardo che ci attraversa senza guardarci. Non una parola. Non un suono. Poi si siede e comincia a parlare, con voce lenta e impostata, con accento russo, o meglio come immagineremmo parlerebbe una donna russa. Indossa un pantalone gessato nero e una camicia di seta bianca damascata, scarpe solide col tacco massiccio. Orecchini di perla e un vistoso anello al medio della mano destra. La frangia corta e una treccia incorniciano il viso. Non sappiamo davvero chi è. Un’intellettuale in esilio si direbbe. Un grumo di forza e indipendenza.
Linda Dalisi e Valentina Vacca mettono in scena Il giunco mormorante di Nina Berberova. Una storia raccontata al passato. Siamo in un’altra epoca. C’è la guerra sullo sfondo, la Seconda Guerra Mondiale. Il dolore russo alberga nelle strade di Parigi. L’esilio. Gli sfollati. E ci sono un uomo e una donna, che si separano per la guerra. Che si promettono di non dimenticarsi. Un uomo e una donna che si appartengono. Che si appartenevano. Lui parte. Lei resta. Lui parte. Lei si sente scivolare come in una bottiglia. Il mondo perde il suoi contorni, i suoi colori, tutto diventa verde scuro. Lei scrive. Forse dipinge. È dotata di una propria personalità. Di orgoglio. Passano gli anni. Lui costruirà una nuova vita, fatta di concrete certezze. Lei non lo dimenticherà. Continuerà a vivere la sua vita interiore, la sua libertà interiore, quella in cui si sono incontrati un tempo. Quel tempo sospeso che è l’amore, fatto di oggi e di mai. Di sempre e di effimero. E cosa resta di quell’amore alla prova del tempo? Le ataviche domande sull’assente: è vivo? lo rivedrò un giorno? mi ama ancora? La ragione conosce le sue risposte, ma “per una volta concediti la libertà di non pensare”.
Amore. Politica. Libertà. Ciascuno ha diritto a coltivare la propria dimensione interiore. Ciascuno ha diritto alla propria privatissima libertà interiore. Al riposo interiore, al proprio sabato spirituale, nell’accezione ebraica (e per fare gli anticonformisti, coi protagonisti del romanzo, ciascuno ha diritto al martedì). Ciascuno ha una propria vita interiore, una no man’s land che non è vista come luogo del pericolo (come ha lucidamente sottolineato Manlio Santanelli), la terra di nessuno dove non vi è legge, non vi è tutela, ma piuttosto il luogo/tempo positivo della creatività, il luogo/tempo senza vincoli in cui ciascuno realizza una propria pienezza. L’amore che si incontra in questa terra è fecondo e distruttore. Totalizzante. Qualcuno preferisce tornare indietro, abbandonare la terra di nessuno e rifugiarsi nella tranquilla certezza della legge degli uomini, della istituzione. Qualcuno coltiva pervicacemente la propria dimensione interiore, con tutto il suo potenziale rivoluzionario. Per questo l’Inquisitore e il regime totalitario hanno paura dello spazio interiore, della libertà interiore e colui che vi rinuncia è già in catene.
Spettacolo denso. Intenso. Toccante. Complesso. Ricco di spunti. Un lavoro pulito e intenso. Pulito nella dimensione formale, nell’equilibrio perfetto delle luci, della dizione, del gesto. Tutto ruota intorno alla parola e allo sguardo, che materializzano persone, luoghi, interlocutori. E poi ci sono gli acquerelli. I bozzetti. Commentati dalla protagonista, scandiscono le azioni salienti. È molto efficace la loro presenza, evocativa, suggestivo il gesto di gettarli, come foglie, resta la curiosità di vederli e non solo immaginarli. Ma forse la dimensione “casalinga” (nel senso di luogo fisico della rappresentazione) rappresentava in questo caso un limite all’estrinsecazione delle potenzialità di un mezzo espressivo che potrebbe arricchire un prodotto già molto maturo e ricco di succhi vitali.
Qualcuno sarà più attratto dalla dimensione politica, dalla protesta rivoluzionaria, dal messaggio teso alla difesa della propria libertà di espressione. Qualcuno potrebbe soffermarsi di più sul valore universale dello spazio interiore, intimo dell’animo umano. Qualcun altro invece potrebbe sentire più forte l’aspetto narrativo della storia, la storia d’amore. Colpisce la pluralità dei punti di vista proposti, le molteplici sfaccettature illuminate dalla regia, la differenza di percezione che caratterizza il pubblico. Sicuramente un lavoro che lascia il segno. Domande e risposte. Qualcuna risiede nel mondo quotidiano. Altre si trovano nello spazio interiore. L’equilibrio è forse nel dialogo cosciente tra le due dimensioni.

 

 

 

Il Teatro cerca Casa
Diritto al martedì
da Il giunco mormorante
di Nina Berberova
adattamento e regia Linda Dalisi
con Valentina Vacca
aiuto regia
Francesca Giolivo
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Interno privato, 2 febbraio 2015
in scena 2 febbraio 2015 (data unica)

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