“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Martedì, 03 Febbraio 2015 00:00

La Grande Guerra di Cederna

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Cent'anni dopo la Grande Guerra, un soldato sopravvissuto riemerge dalla trincea per rievocare il passato; il suo corpo riverso e inerme giace sorretto dai sabbiosi mattoni di una trincea, suscitando tutto il muto dolore di un Cristo del Mantegna. Un afflato di vita lo rianima, o forse è il tempo che ha invertito il suo corso per permetterci di ascoltare la testimonianza di chi, su questa terra, ha vissuto cose da far sembrare la prospettiva dell'inferno una piacevole villeggiatura. Abbandonato in una semioscurità dischiude la bocca senza emettere alcun suono, a parlare invece è Filippo Tommaso Marinetti le cui parole, colme di religiosa esaltazione, smuovono verso la superficie gli orrori della guerra. Il soldato segue con le labbra quella voce che giunge da lontano e il dolore dimenticato prende a salire ad ondate, come nembi di schiuma nera trasportati da una marea ferale.

Poi, il parlare interno dei grandi poeti e scrittori del passato, testimoni di un tratto di storia che saturò la terra con i suoi cadaveri, anima il soldato dandogli voce propria. Senza mai abbandonare la sua trincea come un uccello che protegge il nido, prende a prestito i versi e gli scritti che si affastellano nella sua mente, per unirli in una crasi narrativa magnifica e terribile.
È il 28 giugno del 1914 e un sole splendente si affaccia su di una Sarajevo in festa; lo sguardo dell'arciduca Francesco Ferdinando si sofferma sulla bellezza della città, chiede all'autista di rallentare l'andatura della sua regale Torpedo, vuole catturare ogni dettaglio di quella giornata che si preannuncia memorabile. Sono le 10:05, l'arciduca e la moglie salutano la folla autoproclamandosi benvenuti. I minuti avanzano lenti come la Torpedo e gli occhi infiammati di Giuseppe Cederna si caricano di un terrore premonitorio, la musica lo segue in un crescendo di pathos non attenuato dal fatto che gli eventi narrati sono già tristemente noti. Gli attentatori, così trascurati dai libri di storia, assumono nella narrazione un'identità e un volto. Hanno paure e tentennamenti che sono il riflesso di un'età del tutto inadeguata e impreparata ad azioni destinate a cambiare così tragicamente il corso della storia. Sono le pedine più piccole di un gioco troppo più grande del quale non conoscono né le regole né la posta in gioco. I minuti procedono implacabili a passo marziale, mettendo in luce i macroscopici errori umani che hanno consentito ad un piano criminale, mal assortito e teoricamente destinato a fallire, di raggiungere un bersaglio immobile e incustodito. Una mano giovane e incerta artiglia una pistola che per un attimo trattiene i proiettili, indugiando alla vista della figura femminile vestita di bianco seduta accanto all'arciduca, poi lascia andare i colpi dai cui fori sgorgherà tutto il sangue del mondo, in un'emorragia che durerà ben cinque anni.
In un mese praticamente tutta l'Europa entra in guerra, Giuseppe Cederna si allontana dalla trincea alle sue spalle per mostrare una carta geografica dai colori pastello: un'Europa di marzapane pronta ad esplodere come una granata e destinata a imporporarsi uniformemente.
E l'Italia cosa fa? L'Italia ci pensa per ben undici mesi, ma in realtà era già da molto tempo che aveva cominciato a pensarci: il futurismo, gli intellettuali e i poeti, avevano predisposto gli animi alla guerra. La diatriba tra interventisti e non interventisti si concluse con un esercito che, il 24 maggio 1915, si mise in marcia.
Siamo in piena guerra e Cederna presidia la postazione con i mille umori che assediano gli animi dei combattenti. Fu proprio Gadda – che ancora non ha preso parola nello spettacolo ma sta attendendo il suo turno per poterlo fare – a sottolinearne la continua mutevolezza umorale che passa "da estremo a estremo" e avvicina la psicologia dei combattenti a quella della "donna incinta o del nevrastenico". Ma gli umori del Cederna sono instabili per diversa ragione, essi riflettono infatti le diverse voci e i pensieri che per il suo tramite si avvicendano per restituirci sguardi diversi di una medesima guerra. Al delirio di onnipotenza di Cadorna che – pugni sui fianchi e posa da duce – non esita nel dichiarare che "Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini", segue la corrispondenza del caporal maggiore Fausto Frascoli che tra il tuonare delle granate trova la forza di epurare il paesaggio circostante da morti e dolore, e trasmette alla famiglia immagini di serenità e moniti di incoraggiamento: "State allegri, addio amici!". Queste son le parole che scrive prima dell'attacco che lo imbalsama per sempre nel suo ultimo gesto eroico.
Poi è la volta di un ragazzo che parla strano e si sente straniero ovunque, ha ventidue anni e si è arruolato volontario in fanteria. Un'impresa che in verità non gli riuscì da subito, dato che al primo tentativo fu scartato per via di un qualche problema agli occhi, ma la seconda volta ebbe più fortuna – evidentemente, le copiose 'munizioni' umane del General Cadorna cominciavano a scarseggiare rendendo i preesistenti problemi oculari 'trascurabili'. Quel ragazzo è Giuseppe Ungaretti, che in una notte di tregua discese sulle rive dell'Isonzo per immergevi i piedi nudi e comporre una delle poesie più belle mai scritte sulla guerra.
La poesia finisce e il tono si indurisce, diventa roco e rasposo, è Il sottotenente degli alpini Carlo Emilio Gadda che in uno dei suoi frequenti attacchi d'ira scrive e bestemmia contro tutto e tutti, mosche incluse "altra tra le più puttane troie scrofe merdose porche ladre boje forme del creato". Poi la rabbia si placa e dinanzi alla morte di un giovane prevale il dolore e il senso di impotenza, e scriverne è l'unica cosa che gli resta da fare.
L'immaginario dei morti evocati ricopre tutto l'assito, e Cederna sposta i sacchi di sabbia per dare loro sepoltura, poggia un cappello o un elmetto su ognuno di essi, è un momento di profonda commozione e la musica rompe ogni indugio al pianto. Ma di nuovo la sacralità viene spazzata via, in una danza tribale entra in scena Trilussa, che col suo sberleffo dissacrante e carico di disprezzo trasforma la commozione in rabbia perché "la vita è una minchionatura!".
Infine Giuseppe Cederna, dopo aver dato voce e tutta l'anima a chi non ha mai smesso di aver cose da dire, ci racconta sé, perché lui sull'Isonzo c'è andato per attraversare a guado l'ombra di una trincea che penetra nelle tenebre, si è bagnato i piedi nelle gelide acque di quel fiume, e da lì ha fatto ritorno con l'urgenza di uno spettacolo che potesse far parlare i morti. Non solo per un sentimento di pietà e di omaggio doveroso al passato, ma per una necessità che riguarda un presente troppo prossimo ad un oblio pericoloso, perché: "La guerra è molto più vicina di quello che pensiamo, la guerra dorme dentro di noi".
Per non smettere mai di ricordare non bastano i libri di storia, che per loro natura sanno di stantio e di lontananza, bisognerebbe sentire le voci, cogliere gli umori e perfino gli odori di coloro che hanno vissuto in prima persona gli orrori della guerra; la potenza delle loro storie dovrebbe giungere intatta e senza mitigazioni. Ed è esattamente questo che il teatro e questo straordinario spettacolo sono riusciti a fare.

 

 

 

 

 

L’ultima estate dell'Europa
uno spettacolo dedicato al Centenario della Grande Guerra
di Giuseppe Cederna, Augusto Golin
regia Ruggero Cara
con Giuseppe Cederna
musiche originali eseguite dal vivo Alberto Capelli, Mauro Manzoni
luci Giuseppe La Torre
costumi Alexandra Toesca
scenografia Rosanna Monti
lingua italiano
durata 1h 20'
Napoli, Galleria Toledo, 1° febbraio 2015
in scena dal 29 gennaio al 1° febbraio 2015

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