“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Lunedì, 02 Febbraio 2015 00:00

Identità vacue in una gabbia piena

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Isolazionismo, incomunicabilità, vite contigue che si inseguono e non si raggiungono, che si sfiorano senza osmosi, che comunicano senza dire, che rintronano in un’orgia di decibel sonori in cui si confondono notizie mitragliate sempre uguali, musiche a palla, rumori di fondo, stridori e clangori, colonna sonora straniante di una contemporaneità annichilente. Stordite, queste vite, appartengono ad entità indefinite, dall’identità sfumata, “precarie” come da titolo.

Chi sono questi corpi che abitano la scena, che la misurano a passi svelti e concitati, muovendosi tra falansteri invisibili, confinati dietro ad una gabbia? Non lo sapremo del tutto; non lo sapremo perché la loro precarietà abbraccia, come da titolo, le loro stesse identità.
Tre attori in scena, un uomo e due donne. C’è una gabbia a segnare diaframma fra palco e platea; è una gabbia frontale, che si prolunga ai propri lati e che racchiude uno spazio campito da otto sagome rettangolari disegnate per terra. La gabbia metallica ha maglie larghe, rettangoli orizzontali che non separano solo lo spazio scenico dal pubblico, ma segnano una barriera invalicabile, fra queste vite al confino e il mondo esterno. Cosa c’è fuori? L’irreggimentazione, l’omologazione, la produzione seriale di un’umanità stereotipa stordita dal bombardamento quotidiano di informazioni, di messaggi reiterati e concitati, inoculati col metodo surrettizio della persuasione occulta. Cosa c’è dentro? Ci sono l’isolamento, il dubbio, il senso d’inadeguatezza, la spersonalizzazione (quella che porta i tre personaggi a definirsi in terza persona come “egli” ed “ella” in contrapposizione ad un “noi”), c’è la concitata schizofrenia dei loro dialoghi, frammentari e convulsi, confusi e sovrapposti ad un vociare da telegiornale reiterato in loop che assume i loro corpi come casse armoniche in cui rimbombare, amplificatori di rifrazioni sonore. C’è, dentro la gabbia, il riflesso fedele del fuori.
Sono gli uomini e le donne che popolano la società contemporanea, che impone canoni e dogmi, dettami e diktat, che propala la regolarità della simmetria e discrimina la sproporzione del mistiforme.
La separazione di cui sopra, la gabbia metallica a maglie larghe è anche (soprattutto) il velo – ad un tempo intangibile ed invalicabile – che separa il reale ed il virtuale, la vita essenziale da quella plastificata, confezionata e affibbiata da quel leviatano che genericamente chiameremmo “Sistema”. Ed è un Sistema che i tre ragazzi in scena attraversano, dapprima scalzi, poi, infilate le scarpe è come se accettassero meccanicamente un simbolo di connivenza, in contrapposizione allo stato di natura dei piedi nudi. Il loro ingresso nel Sistema li porta a confrontarsi con ritmi ed affezioni della società, alienata nella propria automazione, fatta di autenticazioni di sistema ed errori di protocollo, di username e password, di domande di sicurezza e codici identificativi; identificazione che spersonalizza, se vogliamo sintetizzare con un ossimoro, e che sulla scena, in un susseguirsi di quadri dinamici dallo sviluppo volutamente antinarrativo assumono le forme varie che potremmo riconoscere in una qualsiasi giornata d’analisi mediatica dei nostri tempi; una giornata in cui gli strilli di un’informazione strillata si sovrappongono ai rumori di un paesaggio rumoroso, in cui la babele dei cori da stadio si mischia al chiacchiericcio politico, alle diatribe religiose, confluendo tutto in un marasma che somiglia ad una canzonetta stonata suonata da un disco rotto.
La gabbia che reclude ed esclude è il luogo in cui si allude: si allude a queste esistenze svilite d’essenza, confinate in uno spazio chiuso, svilite dalla necessità di essere narcise, di essere omologhe e simmetriche, progressivamente sepolte dalla pletora di notizie sempre uguali che finirà per ricoprire le maglie della gabbia, rarefacendo sempre più lo spazio visuale, che è spazio di confino, di reclusione e di autoreclusione; c’è una parola che risuona in scena come un sinistro presagio e che connota un quadro che ritorna: hikikomori. Hikikomori è, nella cultura giapponese, un termine che designa chi si ritira dalla vita sociale, vivendo recluso in una stanza, sottraendosi dal confronto, di più, dal contatto col mondo reale e surrogandolo nel virtuale, proiettando la propria esistenza dietro ad una porta chiusa, davanti ad uno schermo acceso; diaframma lo schermo di un computer, come diaframma è la gabbia che separa i corpi in scena dalla realtà materiale proiettata nell’oltre scena. L’hikikomori è il simbolo più forte ed evidente di un’alienazione descritta per frammenti e brandelli, progressivamente sprofondata in un delirio di giornali che tappezzano le pareti della gabbia, che progressivamente nascondono alla vista ma non celano alla percezione il senso ultimo dell’abbrutimento, della precarietà che contraddistingue non solo le identità ma anche le relazioni fra quelle essenze la cui identità sfuma precaria, la cui socialità digrada solitaria.
Il tema è tutt’altro che originale, è anzi focus ricorrente nelle diatribe sul contemporaneo, sulle nuove dinamiche sociali, sulla comunicazione mediatica e cibernetica; quel che lo rende personale, nel lavoro di ILINX, è  il ricorso ad un apparato visuale e ad una strumentazione testuale che colpiscono per evidenza icastica, pur palesando l'incognita di una frammentarietà voluta, cercata, senz’altro ben congegnata, ma che, sia pur in proporzione minoritaria, sfilaccia e disperde lasciando per strada qualche brandello.
Eppure, nel suo complesso la scrittura di Amanda Spernicelli e la regia di Nicolas Ceruti si fondono in un lavoro solido e valido, che ha chiara e consapevole l’idea di cosa vuole dire e di come lo vuole trasmettere: il senso di vuoto di tempi pieni di un nulla espanso, invadente, rumoroso; un nulla che sommerge, che annienta che ottunde; un nulla che, infine, si nasconde alla vista dietro un muro di carta; un nulla che applaudiamo per la pienezza con cui ci è stato illustrato.

 

 

 

 

 

 

 

 

I.P. Identità Precarie
regia Nicolas Ceruti
dramaturg Amanda Spernicelli
con Mariarosa Criniti, Giulia Lombezzi, Luca Marchiori
produzione ILINX, Residenza Teatrale ILINXARIUM
con il sostegno di Next 2012 Laboratorio per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo in Lombardia
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Sala Ichòs, 30 gennaio 2015
in scena dal 30 gennaio al 1°febbraio 2015  

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