"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 30 Gennaio 2015 00:00

Ti amo

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Troviamo già un attore in scena mentre prendiamo posto nel Ridotto del Mercadante. La scena è vuota. Il fondale è nero e spesso. Un nero solido. Il corpo è immerso nel buio. Illuminato solo da sprazzi di luce. Percorre nervosamente la scena. È vestito solo della biancheria intima. Bianca come la luce. È magro. È giovane. Ha una massa di capelli neri ricci. All’improvviso il brusio tace. Lo spettacolo ha inizio. Entra in scena il secondo attore. È magro. È più alto. I capelli sono biondi. Tagliati molto corti. Anche lui indossa solo la biancheria. E occhiali tondi dalla montatura dorata. “Buonasera! Benvenuti!... Ciao!”.

Si rivolge direttamente al pubblico e introduce ciò che andremo a vedere. La performance, istruzioni per l’uso. Benedetto (Sicca) e Mauro (Lamantia) leggeranno per noi e con noi La morte della bellezza di Giuseppe Patroni Griffi. Non integralmente. Sceglieranno alcuni capitoli, alcuni nodi della vicenda, per proporre alla riflessione una parte della storia. Il pubblico, teoricamente, è chiamato a partecipare a questa lettura/narrazione, attraverso l’identificazione empatica o il rifiuto. Ma il pubblico è passivo e non interagisce. O forse il racconto e l’azione scenica sono così intensi da non ammettere interazione. L’amore di due persone può forse essere guardato dall’esterno, ma difficilmente può essere vissuto/interagito da un elemento estraneo.
Non mette conto raccontare qui la vicenda dell’amore di due uomini, un ragazzino e un adulto, al tempo della bellezza. Napoli durante l’ultima guerra. Due sedili ribaltabili di spalle materializzano il cinema. Bastano una sigaretta e una posa strascicata a materializzare l’eterno spirito napoletano strafottente e incredulo anche di fronte alle tragedie. Le bombe rappresentano il pretesto, l’elemento fortuito catalizzatore, ma scompaiono presto, in una nuvola di polvere/talco. Il rifugio. Le bombe. La paura che scuote i corpi. La mano di Lilandt che accarezza tenero il ragazzo spaventato. “Non riusciva a vedere niente, percepiva soltanto”. I corpi si incontrano e si abbracciano per necessità. Poi la necessità si trasforma in conforto. “Avere un compagno nella morte”, pensa/fantastica Eugenio. “L’abbraccio di due condannati prima dell’esecuzione finale”.
Al centro della scena nera di tenebra eppure così solida, è l’amore. L’amore come una malattia della testa, come un uncino che tira il cervello. L’amore come sentimento che riempie le viscere. L’amore che ha paura di conoscere se stesso. Che desidera e ha paura di desiderare. Che vuole pienezza e abbandono. L’amore come scoperta. Scoperta di sé e scoperta dell’altro. Scoprire chi si è veramente. E accettarsi. “A ciascuno ha la sua paura”. E quando vince la paura non resta spazio per altro. La paura genera viltà. La paura genera abbandono. La paura genera dolore.
Benedetto/Lilandt e Mauro/Eugenio. Tedesco trentenne l’uno. Napoletano quindicenne l’altro. Il primo abituato a godere degli altri con se stesso, nell’”eterno deserto” del piacere solitario. Il secondo ignaro del desiderio. Per Lilandt “l’amore era il grande assente della sua vita”.  Eugenio è come Aurora, la bella addormentata della sua favola preferita. Per lui la bocca di Lilandt quella bocca che su un altro sarebbe apparsa sgraziata mentre su di lui “era l’errore della grazia”, quella bocca era lo spettro di quelle rose scandalose che crescevano nel suo giardino. Rose rosse. Materializzate in ologrammatiche proiezioni a simboleggiare il soddisfacimento del desiderio. “Grati l’uno all’altro di essersi ritrovati (...) e sentirono di dover tacere”. Eugenio non conosce l’amore, ne descrive i sintomi in terza persona, “La testa gli fiammeggiava”. Lilandt ha paura di ciò che potrebbe provare e allo stesso tempo “la sola possibilità di provare paura la disprezzava”. Eugenio “lo sapeva che gli uomini si amavano tra di loro”, ma per sentito dire. Entrambi scoprono il carattere di necessità dell’amore. Il bisogno fisico dell’altro. Eugenio si ribella a ciò che sente: “Tu non eri nei miei sogni!”. Il suo cuore lo aveva dedicato ad una ragazza. Che non lo sapeva. Lilandt gioca, lo guarda col sorriso sapiente di chi conosce il gioco dell’amore. “Senti, tu mi stai rubando (...) tu mi tieni occupato il cervello, tu mi sconcerti”. Eugenio vuole provarlo questo amore per esserne disgustato. E guarirne. “A questo ti servo?”, si ribella Lilandt, “un antidoto?”. Eppure si trova a sussurrare “Ich liebe dich”, ed è la prima volta che lo prova e lo dice in vita sua. L’incontro dei corpi è alluso e osteso insieme. Il corpo si protende in tutta la sensualità e al tempo stesso si cela, pur visibile. Più che il gesto è potente l’evocazione. Come le pieghe del telo grigio che copre il suolo, spiegazzato come le lenzuola di un letto sfatto.
Corpi e voci sono strumenti docili e raffinati. Ogni gesto è pregno di senso, ogni accento, ogni articolazione è carica di consapevolezza, senza per questo risultare stucchevole. La scena è nuda. Ogni elemento, dalla musica alla materializzazione di immagini proiettate sul fondo, assume il suo senso nell’economia dell’azione. grumo di tensione e non virtuosismo fine a se stesso. Molto efficace la proiezione della mano che scrive. Cuore pulsante sulla pagina bianca. Materializza la carta da cui si sono staccate le parole e le sospende/ostende alla nostra vista. Il corsivo minuscolo le rende vive e calde. Palpitanti. Dalla carta alla voce. E al silenzio. Ci sono silenzi in questo pezzo (pièce, piece, stuck), un silenzo pregno e carico di tensione. Come quando aspettiamo, empaticamente, insieme a Lilandt la persona che ci manca. La materializziamo davanti ai nostri occhi. La aspettiamo accanto a noi. Amore è mancanza faceva dire a Socrate Platone... Speriamo che torni. Guardiamo con lui l’orologio sperando che i minuti passino veloci e lo riportino a noi, o scorrano veloci se non deve tornare. Sono lunghi due minuti quando si aspetta la persona amata.
Il teatro non fa mostra di nascondere i suoi trucchi, eppure la tensione emotiva è tale da sospendere l’incredulità, da far sorgere la parete di vetro che ci colloca al di fuori, a guardar patire col cuore sospeso. Colpisce la misura assoluta. Sarebbe stato facile cadere nel cattivo gusto, nell’abusare della sensualità del corpo nudo, nel suscitare la morbosità. Al contrario. Tutto è dosato.
Notazione a latere. Colpisce che in una società sempre più permeata di disimpegno affettivo, talvolta giustificato in nome di una precarietà economica ed esistenziale, una riflessione sull’amore e sul dono di sé che esso comporta fiorisca, pare, solo nel mondo omosessuale. Gli uomini e le donne sono ancora in grado di amarsi tra di loro?

 

 

 

 

 

 

Storie naturali e strafottenti
La morte della bellezza
dalle opere di
Giuseppe Patroni Griffi
progetto a cura di
Luca De Fusco
drammaturgia e regia Benedetto Sicca
con Benedetto Sicca, Mauro Lamantia
scene Luigi Ferrigno
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Marco Giusti
realizzazione video Alessandro Papa
regista collaboratrice Cecilia Ligorio
assistente ai costumi Elena Soria
assistenti alle scene stagiste Concetta Caruso Cervera, Francesca Mercurio
elettricista Fulvio Mascolo
capo macchinista Enzo Palmieri
sarta Stefania Borruto
realizzazione scene Attrezzeria ed elementi di scena Alovisi
sartoria Zambrano
produzione Teatro Stabile di Napoli
lingua italiano
durata 1h 25’
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 27 gennaio 2015
in scena dal 27 gennaio al 1° febbraio 2015

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