“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Mercoledì, 07 Gennaio 2015 00:00

Mangiafuoco chi?

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Chi è o cos’è il Mangiafuoco cui si immola la scena? Questo l’interrogativo ellittico, che cerca un complemento nella resa scenica, che pone lo spettatore in una prospettiva di ricerca del senso raccogliendone ed accompagnandone lo sguardo. Ed è interrogativo che, come ogni questione epocale che si rispetti è destinato a rimanere insoluto, o comunque aperto alla molteplicità delle soluzioni, privo di risposte ultime ed inequivoche.

In uno spazio scenico stravolto, che rivoluziona l’impianto originale di Officina Teatro, si sviluppa una scena profonda come sono profondi i meandri della psiche; spazio oblungo che trasla se stesso in una dimensione onirica, che compendia sogno e mito, e che consegna la scena medesima alla dimensione atemporale della proiezione fantastica. Programmatico l’imprimatur, che vede nella penombra del fondo scena tre Parche intessere l’ordito da consegnare ad uno spazio che si apre su un altro spazio: pareti in lamiera, pannelli semoventi, scenografia mobile ed in continua evoluzione, è questa la struttura che accoglie la proiezione fantastica di un mito fatto visione, declinazione di una mitografia possibile; vita e creazione di un burattino, di una sorta di Pinocchio che passa per la fucina di Efesto, Il Mangiafuoco è opera visiva che punta forte sulla suggestione della visione, accumulando immagini in successione, lanterna magica che gioca sull’illusione, dissolvenza visuale che inganna l’occhio, finzione scenica consapevole del proprio antinaturalismo, dichiarato dai tempi della rappresentazione (estremamente dilatati come se si trattasse di una visione rallentata) e dalle movenze del corpo attoriale (a tratti da pantomima, e prevalentemente cadenzati come al rallentatore).
Parabola psichica e onirica, Il Mangiafuoco di Michele Pagano sembra essere tangente a varie tematiche tra loro interrelate; mito e creazione, filiazione e dipendenza, dialettica circolare vittima/carnefice, estetica del bello e del deforme sembrano essere i temi nodali che si sviluppano in un affastello di immagini che si susseguono in pletora, affidando i raccordi narrativi al gracchio frusciante di una voce registrata fuori campo, che s’accompagna al commento sonoro che contrappunta la messinscena variando dal cupo clangore metallico alla tenuità di una melodia d'accompagno. Più che dinanzi ad una storia narrata, ci troviamo di fronte ad una narrazione istoriata; protagonista assoluta l’immagine, alla cui composizione concorrono con paritetica importanza gli attori e la scenografia, con quest’ultima che svolge un ruolo fondamentale nel gioco delle rifrazioni di luce e nel creare allusioni ed illusioni prospettiche. La “trama” propriamente detta ha sembianze di pantomima, raccontando per flash ed immagini – come si diceva – la storia di una filiazione (che poi è una gemmazione, quasi una clonazione) e poi di un amore; il tutto in una dimensione proiettiva che, inscatolando la visione in uno spazio angusto e oblungo, crea come un sistema di scatole concentriche, sancendo l’illusorietà della visione teatrale. Più di una suggestione sembrerebbe rimandare a reminiscenze filmiche, in particolare il senso estetico che traduce la deformità del volto nell’indossare una maschera antigas sembra richiamare film come The Elephant Man o L’uomo senza volto.
Complessivamente è Il Mangiafuoco opera complessa che pretende molto da se stessa, molto puntando su un affastello visivo che si lascia apprezzare soprattutto per questa capacità di generare visioni; è forse proprio questa sovrabbondanza di immagini offerte in visione però ad appesantirlo in parte, come se la pletora visiva che ruba l’occhio per la propria indubbia bellezza (che non è, si badi, mero estetismo), finisse per imprigionare e soverchiare il senso drammaturgico ultimo; e, mentre l’apparato sonoro – musiche e rumori – sembra coniugarsi felicemente alla costruzione scenica, meno convincono i raccordi verbali immessi a commento, i quali, nel tentativo di integrare di senso la visione, finiscono per depotenziarne in parte la carica espressiva e poetica, sforzandosi di semplificarne i contenuti. Piccoli limiti strutturali di un’opera composita e complessa, che probabilmente ha bisogno d’asciugarsi un po’ sfrondando qualche ridondanza – senza per questo dover rinunziare al proprio ritmo, lento, cadenzato, ma congruo a ciò che offre in visione – per trovare la propria forma compiuta; forma compiuta che possiede già dentro di sé, come l’umano contiene l’inconscio.
Scatola magica che contiene dentro di sé i propri trucchi, al Mangiafuoco toccherà solo burattinarli con parsimonia.

 

 

 

 

 

 

Il Mangiafuoco – La compiacenza delle creature di fuoco e legno
ideazione e regia Michele Pagano
aiuto regia Maria Macri
con Carmen Perrella, Lucia Tangredi, Chiara Caminiti, Francesco Ruggiero, Rino Rivetti, Alessandra Mascarucci, Carmine Claudio Covino, Gerardo Benedetti, Peppe Zappia
assistente alla regia Giovanni Santonastaso
scene Giancarlo Covino – Covino&Granato architetti
costumi Pina Raucci
realizzazione ed elementi di scena IBM e Francesco Gemottine Wester
elaborazioni musicali PIEMME
lingua italiano
durata 1h 15’
San Leucio (CE), Officina Teatro, 4 gennaio 2015
in scena dal 19 dicembre 2014 al 6 gennaio 2015

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