“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Lunedì, 05 Gennaio 2015 00:00

Due vite che appassiscono

Scritto da 

(una citazione)
“Monsieur Caravan aveva sempre condotto la solita esistenza dei burocrati. Da trent’anni andava invariabilmente in ufficio, passando per la stessa strada, incontrando ogni mattina, alla stessa ora, negli stessi posti, le stesse facce, le stesse persone che andavano a lavoro; e tornava a casa, ogni sera, rifacendo la stessa strada, incontrando di nuovo le stesse facce che aveva visto invecchiare. Nulla era mai intervenuto a modificare la monotona regolarità della sua esistenza. Era vecchio, senza aver gustato la vita”.
Da In famiglia, di Guy de Maupassant.


(due uomini)
La parete a mezzo palco, perché sia marcata la ristrettezza d’ambiente; due fari per una luce calda ma flebile, smorta, perché domini la penombra, dando così la sensazione del luogo chiuso e oppressivo; una scenografia semplice, puramente accennata: due sedie, due scrivanie, due computer, due cestini.
Un anno dopo
è la storia di una reclusione lavorativa: Giacomo e Goffredo trascorrono gran parte della loro esistenza in questo spazio claustrofobico, che ha limiti calcolati, orari imposti, turni immodificabili: dal lunedì al venerdì, otto ore al giorno esclusi gli straordinari. Per trent’anni.
“Tu sei la persona con cui passo più tempo al mondo. Più di mio fratello, di Lorena, di mia madre” dice Goffredo a Giacomo sottolineando l'assuefazione al vincolo e la sua compattezza immodificabile, la sua irragionevolezza assodata. Ma questa reclusione lavorativa è anche l’espressione di una stasi ansiosa e repressiva, cui ci si abitua se si ha la propensione ad accontentarsi (Giacomo/Tony Laudadio) ma per la quale si soffre (Goffredo/Enrico Ianniello) se si vive, invece, di speranze e illusioni.
Vicenda burocratese, giacché colloca due individui nello stretto ufficio di una piccola azienda di un paese minuscolo (composto da “quattro strade”, un paio di semafori e una scuola all’incrocio), Un anno dopo offre quindi la grigia normalità di due uomini destinati ad appassire lentamente –  tra scartoffie polverose e dati da mettere in ordine – ma diventa ben presto una metafora di condizioni dell’anima e del carattere che appartengono o possono appartenere a ognuno di noi: l’assenza di stimoli, di coraggio e di fantasia; certa tiepida mediocrità in cui ci adagiamo; la tendenza al rimando, che ci porta a osservare la vita più che a viverla davvero, rendendoci spettatori delle esperienze degli altri: “Stiamo a fa’ un po’ il tifo per la vita” – dice Goffredo – “mica stiamo a vivere”. E ancora: la distanza tra i propositi e la loro realizzazione concreta, tra le aspirazioni e la pratica, tra i desideri e le attività, gli impegni, i risultati che ne vengono.
Così Giacomo scrive sinossi di storie che inventa lui stesso: genera personaggi, intrecci, vicende che poi riduce in brevi racconti ma che tiene chiusi in un cassetto e – quando la figlia del collega riprende l’hobby scrivendo ella stessa sinossi – si trova a commentare in tal modo: “Sì, ma adesso basta: deve scrivere davvero. Non come me…”.
Così Goffredo espone il progetto di raggiungere Roma, Milano, Parigi, Berlino o una qualsiasi “altra grande città” per liberarsi finalmente da questa condizione stagnante, decrepita e provinciale che lo intossica e – tuttavia – rimanda ogni volta la partenza.  Finisce – a causa di un ictus (concretizzazione ammalata della stanzialità) – in uno stato larvale: trascina il piede sinistro, ha il braccio immobile in grembo mentre, le labbra distorte, lo condannano al divieto di inventare ancora scuse o di blaterare propositi non realizzabili. Rimastogli il rammarico per ciò che non è stato, non può che esprimere – questo stesso rammarico –  con qualche lacrima silenziosa.

(lo spettacolo)
Un anno dopo ha una struttura (oramai) drammaturgicamente tradizionale. Lo spazio è una segregazione solo in apparenza evitabile ma alla quale, invece, è impossibile sottrarsi (verrebbe quasi da scomodare i possidenti di Čechov, i clown prigionieri di Beckett, certe figure pinteriane per analizzare la funzione liminare del perimetro). Qui veniamo ogni mattina, qui trascorriamo la nostra giornata (lavorando e dicendoci piccole vicende che ci appartengono), qui siamo destinati a tornare domani. Esistiamo qui e solo qui davvero – tant’è che, di ciò che accade altrove, non facciamo che racconto parziale, momentaneo, episodico – ed esistiamo l’uno per mezzo dell’altro.
Di questo vincolo è impossibile non intuire anche una valenza metateatrale: in questo luogo (il palco, l’ufficio) io guardo te mentre racconti le tue storie, tu guardi me mentre racconto le mie, in un continuo scambio di ruoli per cui ora sono l’attore, ora lo spettatore, ora di nuovo l’attore. Ne deriva una trama parcellizzata, fatta di micro-sketch in sequenza: accenno musicale, penombra, luce in aumento, battuta d’attacco, realizzazione della singola scena, poi luce in diminuzione, penombra, di nuovo accenno musicale. Così, di continuo, vengono generati abbagli contenutistici che durano dai trenta secondi ai quattro o cinque minuti e che propongono dialoghi su incontri sentimentali, situazioni familiari, paradossali vicende giudiziarie ed altre quisquiglie, altre chiacchiere futili, altri piccoli fatti di poco conto.
Interessante è la natura cronologica dello spettacolo. Un anno dopo contrappone – nel suo darsi – il tempo presunto al tempo effettivo, gli anni che passano (secondo copione) all’andamento consueto del tempo oltre-palco per cui – mentre in assito trascorrono trent’anni – in platea passa un’ora.
Che questa concezione binaria del tempo sia il fulcro vero dell’opera lo conferma un passaggio della stessa: per uno dei tanti anniversari Goffredo regala a Giacomo una foto che risale al “primo anno di lavoro assieme” (ovvero: com’eravamo e non siamo più – il passato) mentre Giacomo dona a Goffredo una clessidra (ovvero: uno strumento di misurazione del tempo effettivo – il presente). Volendo cercare una prova ulteriore, si pensi a questa battuta: “A volte, quando ci penso, mi sembra che questi dieci anni so’ passati in mezz’ora”. Vero giacché, in teatro, dieci anni e mezz’ora possono coincidere. Questa frase è perciò un passaggio-chiave, perché serve a dichiarare la sovrapposizione tra cronometria veritiera e presunta, vissuta e recitata, abituale e compressa.
La dualità del tempo fa riflettere e induce a credere che Laudadio abbia effettivamente scritto questa trama per antitesi e per contrasti. Giacomo e Goffredo sono due stereotipi opposti ed è opposto il loro modo di intendere il lavoro, l’amore, l’amicizia; è opposto il loro modo di usare il corpo, di utilizzare la parola. Maschere caratteristiche − posizionate frontalmente perché si specchino, mettendo in rilievo così le differenze più evidenti − Giacomo e Goffredo in realtà si compensano: la sparizione dell’uno, non a caso, determina la sparizione dell’altro.
Nota in aggiunta. Il testo ha chiaramente una struttura chiusa, di forma circolare. S’inizia col solo Giacomo in scena, che batte i tasti al computer, e si termina di nuovo con Giacomo, ancora intento a battere gli stessi tasti. Maniera per rendere l’andamento abitudinario e inerziale della sua parabola inutile, questa circolarità viene accelerata con parti del testo che servono proprio a rendere la progressione inesorabile del calendario: gli eventi che vengono detti non valgono, quindi, se non in termini cronometrici e – ad esempio – la nascita, l’infanzia, l’adolescenza e il raggiungimento della maggiore età di una figlia permettono di rendere i diciotto anni che – intanto – i due hanno trascorso nello stesso luogo, seduti alla stessa sedia. Può quindi dirsi che, ciò che accade fuori, serve a calcolare quel che (non) succede dentro.
Si aggiungano, per completare l’analisi: gli accenni di spettacolo all’interno dello spettacolo (la lettura dei racconti, la composizione di una poesia); l’assunzione intuibile di pose e posizioni in assito, durante le pause tra una scena e una scena; la caratterizzazione dialettale marchigiana (calcata e caricaturale) e certo grottesco lavoro di figura (si pensi all’invecchiamento di Goffredo, dato attraverso l’uso di una giacca stretta, il gonfiore di stomaco, gli occhiali a punta di naso e le sopracciglia aggrottate) perché ci si renda conto che siamo al cospetto di una resa dichiaratamente teatralizzata, puramente espositiva, che nulla ha di realistico, se non l’amaro tema di fondo: la dissipazione della vita, delle sue aspettative, delle sue energie; lo spreco delle forze e delle potenzialità che affievoliscono, s’atrofizzano, fino ad annullarsi del tutto. “Uno butta così trent'anni, butta energia, la propria creatività, la possibilità di viaggiare, di cambiare città”.
È questo – di fatto – ciò che espone Un anno dopo: come, quasi senza accorgercene, il presente diventi passato, nell'attesa che giunga il futuro. Interessante è che lo faccia col mezzo artistico – il teatro – che, per costituzione, coniuga il passato nel presente della sua recita.


(in definitiva)
Il pubblico ride, attratto dal battutismo e da certa mimica d’accompagnamento che funziona: fatta eccezione per qualche scontatezza d'intreccio, facilmente intuibile e che talora rallenta la messinscena. Rari i momenti di silenzio previsti , finalizzati a portare imbarazzo e a rilevare la superficialità dei rapporti: pur stando seduti, di fronte e da decenni, quanto ci conosciamo davvero?
Un anno dopo – sia chiaro – non aggiunge di certo nuovi argomenti o altre figure memorabili ad un tema che – da più di un secolo, tra libri e palcoscenico – propone immortali burocrati ingrigiti, splendidi impiegati meschini, magnifici passacarte immorali e meravigliosi Travet: zelanti o lavativi, capaci o perdigiorno, sognatori o fannulloni che siano. 
Piuttosto offre agli spettatori − col tono lieve della commedia − la mesta tragedia di due vite senza rilievo, senza meriti particolari, senza alcuna importanza specifica. Due vite consuete, che in maniera consueta iniziano, in maniera consueta proseguono e in maniera consueta si consumano. Due vite laterali, ombratili e monotone, simili a quelle vite di cui neanche ci si accorge incrociandole e che sbiadiscono senza che qualcuno − davvero − gli abbia dedicato almeno uno sguardo.

 

 

 

Un anno dopo
di Tony Laudadio
regia Tony Laudadio
con Enrico Ianniello, Tony Laudadio
collaborazione artistica Simone Petrella
direzione tecnica Lello Becchimanzi
foto di scena Giuseppe Distefano
produzione Onorevole Teatro Casertano, Teatri Uniti
lingua italiano con cadenza marchigiana
durata 1h
Napoli, Teatro Nuovo, 2 gennaio 2015
in scena dal 2 all'11 gennaio 2015

Lascia un commento

Sostieni


Facebook